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Attenzione: per alcune escursioni è possibile scaricare le tracce GPX in basso dopo il testo!!

lunedì 26 novembre 2007

Notturna sul Dolcedorme ... aspettando l'alba


Affascinante,avventurosa,e sotto certi versi romantica,l’ascensione notturna compiuta nella notte tra Sabato 24 e Domenica 25 novembre da me e dagli altri due compagni di cordata,Massimo e Giovanni.
Fortemente voluta,qualcosa che doveva andare oltre la banalità di dormire in tenda,svegliarsi la mattina,fare una mezz’ora di cammino per salire sulla cima ed ammirare l’alba.Avremmo invece camminato tutta la notte per raggiungere la meta:Vetta della Serra Dolcedorme (massimo rilievo del Parco del Pollino)aspettando il sorgere del Sole.
La scelta di incamminarci sabato notte è stata azzeccata, perchè notte di luna piena beneficiando così di un’ottima visibilità notturna.E poi,che dire del fascino che procura l’essere accompagnati da essa per tutta la notte guidando i nostri passi e creando un’atmosfera notturna d’incanto, mentre i suoi raggi argentei si riflettevano sulla candida neve facendo risaltare il profilo dei monti circostanti avvolti dall’oscurità.Credo che un’esperienza simile debba essere vissuta da chiunque ami davvero la montagna.
Ci avviamo dal mio paese alle 23.45 giungendo alla località di partenza a mezzanotte e mezzo,Colle della Scala(1200 m.)Dopo i preparativi di rito ci incamminiamo all’una risalendo l’erta pendice di Timpa del Principe (1741 m.) che raggiungiamo in un ora circa.L’itinerario si snoda lungo quella che viene chiamata “Via dell’Infinito”,la lunghissima cresta di monti che culmina con il Dolcedorme passando per i Monti Manfriana.
Le nostre lampade frontali potrebbero anche non servire ma le utilizziamo soprattutto nei passaggi più articolati su roccette e misto.Oltrepassato il Passo del Principe (1685 m.) le nostre caviglie vengono messe alla prova nel traverso che parte dal Passo,aggira la Serra di Malaverna fino all’attacco della cresta della Manfriana Occidentale.Quì troviamo la neve.
Uno dei tratti più belli e tecnici a mio parere è stato l’attraversamento della lunga ed aerea cresta della Manfriana Occidentale,districandoci tra facili roccette,e passaggi in mezzo piccoli arbusti resi insidiosi dalla presenza di buchi coperti dalla neve.Il panorama da qui è davvero notevole:la misteriosa “Afforcata” alla nostra destra,la stretta insellatura posta tra le due vette della Manfriana e la Valle del Coscile a sinistra con le luci della dormiente cittadina di Castrovillari.Davanti a noi la lontanissima sagoma del Dolcedorme.Alle 4.30 raggiungiamo il culmine più alto della Manfriana Occidentale e già qualche bagliore di luce comincia a scorgersi all’orizzonte,sul mar Jonio.
E’ chiaro che non saremo in vetta per l’alba,la via è davvero lunga e interminabile.Infatti,giunti al Passo del Vascello (1902 m.) fra il complesso della Manfriana e la lunga cresta est del Dolcedorme siamo pronti a dare il benvenuto al nuovo giorno.L’alba è davvero splendida,dai colori sgargianti che vanno dall’arancione al rosso fuoco.Il tutto è reso ancor più suggestivo da una gigantesca luna argentea che nel frattempo tramonta dietro il Dolcedorme.
Alle 6.40 veniamo completamente rapiti da questo superbo spettacolo che la natura ci offre:montagne poderose coperte da candida neve e punteggiata dagli immancabili pini loricati ,il mare all’orizzonte,la luna piena e i primi raggi del sole che investono progressivamente il paesaggio dipingendolo completamente di rosa,la vittoria della luce sulle tenebre.Rileviamo le impronte di un grosso lupo che ci precede nel nostro stesso percorso,dritto per la maestosa cresta est del Dolcedorme.Chissà se qualche minuto prima anch’esso stesse aspettando il sorgere del sole dallo stesso punto.
Ora siamo pronti a produrre il massimo sforzo per raggiungere la vetta.Stanchi e affaticati risaliamo il lunghissimo crestone tra il vertiginoso versante sud,aspro e dirupato e il pendio della levigata parete nord coperta da una considerevole coltre di neve che precipita verso il Piano di Acquafredda.Siamo ai 2267 m. della cima alle 8.25.
Il registro di vetta accoglierà ancora una volta le impressioni di tre appassionati che non si stancheranno mai di tornare a calcare le terre del Pollino e conquistare la magia di questa splendida montagna……anche di notte.

venerdì 19 ottobre 2007

Gran Sasso:a cavallo tra i due Corni


Ormai considero il massiccio del Gran Sasso la mia seconda patria “montana”;credo infatti che a confronto con il resto della catena appenninica,sia il più spettacolare e alpestre,un pezzo di Dolomiti.Sia dal versante aquilano che da quello tramano davvero merita di essere vissuto intensamente.
Quest’anno sono in compagnia di Carlo che mi farà da guida nell’ascensione al Corno Piccolo e alla Vetta Orientale del Corno Grande,che è vero,non è la più alta (Vetta Occidentale 2912 m.),non è la più difficile (Vetta Centrale) ma sicuramente è la più bella dal punto di vista del paesaggio che,come un sipario ti schiude scenari incredibili in tutte le direzioni:dall’azzurrino Adriatico ad E,Campo Imperatore a S con la Maiella che troneggia all’orizzonte;Pizzo Intermesoli e la Val Maone ad O,il Corno Piccolo a NO con il pittoresco lago di Campotosto all’orizzonte e i Monti della Laga a N.

giovedì 4 ottobre 2007

L'anello dell'Angioletto

 L’escursione di oggi,30 settembre parte dal centro di S.Sosti e sembra assumere già dal principio le caratteristiche di una ascensione particolarmente impegnativa e dura. Ciò a motivo del notevole dislivello da colmare,ben 1222 m. impostoci dalla mancanza di mezzi fuoristrada che avrebbero permesso al gruppo di 13 audaci di raggiungere l’attacco molto più in alto. Il centro, di origine greco-bizantina, sorge a 363 metri sopra il livello del mare.ed è situato alle falde del gruppo montuoso della Mula, settore sud-occidentale del Pollino , al centro di una ampia conca boscosa dove si apre la valle del torrente Rosa.  Nasce come comunità di fuggiaschi ed emigrati che trovarono asilo presso il Santuario Basiliano di San Sosti .Ogni anno è meta di centinaia di pellegrini che raggiungono il santuario della Madonna del Pettoruto situato in una zona incantevole dal punto di vista paesaggistico.
 
La valle del fiume Rosa era una antica via istmica che consentiva gli scambi commerciali tra le città greche di Sibari e Laos,quindi tra Jonio e Tirreno. L’importanza strategica del luogo è suffragata anche dalla presenza del Castello della Rocca , un articolato complesso fortificato d'età medioevale collocato su una strapiombante rupe rocciosa a m. 550 s.l.m. che domina la gola del torrente Rosa . La rocca nasce probabilmente già nell'XI secolo d.C., come provano i rinvenimenti monetali di età bizantina e cessa la sua funzione nella seconda metà del XIII secolo.Ebbe una funzione di vigilanza della via istmica denominata in questa fase storica “Via del sale”,perché attraverso di essa veniva trasportato sui porti del Tirreno il salgemma dalla miniera di Lungo.
S.Sosti è nota soprattutto per il ritrovamento nel 1846 in località Casalini di Porta Serra,di un’ascia votiva in bronzo, notissima agli epigrafisti per la dedica in dialetto dorico,iscritta in caratteri achei da Kyniskos Ortamos,importante funzionario della misteriosa città di Artemisia.ad Hera,moglie di Zeus,regina del cielo.In questa località pare esistesse infatti,un tempio a lei consacrato.Dunque una valle ricca di storia e intrisa di spiritualità.
Veniamo all’escursione.Il gruppo si ritrova nella piazzetta del paese alle 8.Non disponendo di mezzi fuoristrada,indispensabili per percorrere la sterrata piuttosto malmessa che porta al pianoro di Casiglia,optiamo per il sentiero che si stacca dal Castello della Rocca e risale l’erta scoscesa in direzione della rupe detta “Due dita”.La via fa parte del sentiero “Italia”ben segnalato e tracciato dai soci del cai.Nelle prime ore del mattino i caldi raggi di sole investono in pieno tutta la valle rivelandone la sua selvaggia e primitiva bellezza,e mentre il gruppo procede compatto in un andirivieni di tornanti che si incuneano nell’ampia montagna ,giunge fino a noi il riecheggiare di canti religiosi provenienti dal santuario.Fa da contraltare a questo già suggestivo scenario la Montea,splendida montagna dalle creste aguzze e dal profilo alpestre.Anche la luna amica accompagna i nostri passi.
Dopo un’ora e un quarto circa raggiungiamo Casiglia,dove sorgono alcuni rifugi in legno,purtroppo in completo stato di abbandono e una fonte per far provvista d’acqua.Al bivio per Piano di Marco ove prosegue il Sentiero Italia, svoltiamo a sinistra per il sentiero che sale al Campo di Annibale,ampio pianoro circondato dalle cime della Mula,della Muletta,della Serra Scodellaro e di Cozzo Fazzati dove si pensa che Annibale si sia accampato. A primavera è possibile ammirare nei paraggi favolose fioriture di peonie “pellegrina” e “mascula,specie endemiche e rare dell’Appennino.Il nostro cammino è deliziato comunque dalla presenza di qualche agrifoglio e da una diffusa fragranza di timo.
Dopo aver aggirato il Cozzo della Civarra,abbandoniamo la sterrata e ci immettiamo sul costone a sinistra fino a sbucare su un piccolo promontorio da dove si gode una vista mozzafiato sulla valle del Rosa e sulle alpestri cime di Montea. Orientandoci a vista nel folto del bosco raggiungiamo la “Pietra dell’Angioletto”,maestosa e solitaria.Si tratta di una protuberanza rocciosa a 1265 m.che emerge dal costone sovrastante il torrente Rosa in territorio di S.Sosti Pare che il toponimo derivi da Angioletto, un giovane pastore precipitato appunto nel dirupo sottostante.Pare che i locali attribuiscono il toponimo non alla Pietra in questione ma allo strapiombo roccioso dirimpetto ad essa,chiamandolo “a tagghiata’i Gangiuliaddu”(la “tagliata di Angioletto). La zona è estremamente selvaggia e scarsamente antropizzata,come del resto accade in molte zone del Pollino.Dalle sue pareti precipiti spuntano pini loricati pensili disposti orizzontalmente ,davvero uno spettacolo più unico che raro.

martedì 18 settembre 2007

Ritorno al Pollino tra gole e forre.3° parte:Il Gàlatro






























Il Gàlatro nasce dalle pendici sud orientali del gruppo del Monte Caramolo (Massiccio dell’Orsomarso).Dapprima si presenta come un modesto torrente dal greto quasi completamente asciutto,invaso da una fitta vegetazione di fiume,rovi e sterpaglia varia.Ciò sottolinea la scarsa antropizzazione di molte aree del Pollino;penetrare foreste di macchia mediterranea quì ,vi assicuro,può essere una vera impresa.Varie volte ne sono uscito con brutti graffi sulle gambe e sulle braccia.

lunedì 10 settembre 2007

Ritorno al Pollino tra gole e forre.2° parte:Il Canyon del Raganello

Ormai la considero una tradizione,una classica dell’estate nel Parco del Pollino.Parlo delle gole del Raganello:almeno una volta l’anno risalire le gole del Barile (il ramo alto del Raganello) o discendere il ramo basso da Pietraponte( S.Lorenzo Bellizzi)fino al Ponte del Diavolo a Civita.Sei ore di intense emozioni,sempre a contatto con l’acqua che ci accompagna col suo brusio sommesso.Quest’anno un gruppo nutrito e ben affiatato:Massimo,Fulvia e Salvatore del Soccorso alpino,Domenico del CAI Cosenza,Vincenzo ed io,CAI Castrovillari.

giovedì 30 agosto 2007

Ritorno al Pollino tra gole e forre. 1° parte:La ferrata della Gravina




Il gran caldo di questa lunghissima estate ha dirottato i miei passi ad andare non tanto per monti quanto per gole e canyon,numerosi e spettacolari qui nel Pollino.Il contatto con l’acqua al riparo dal sole cocente spinge infatti molti turisti ed escursionisti a praticare dalle mie parti il torrentismo.

Inizio Agosto,dopo la sortita sulle Dolomiti mi sento con Carlo,con il quale eravamo d’accordo per la ferrata del Caldanello a Cerchiara di Calabria.
Cerchiara è uno splendido paesino arroccato a 650 m. sul livello del mare alle pendici del Monte Sellaro.E’ lambito da questa splendida gola,il Caldanello , considerata una delle più belle d’Italia(simile se vogliamo al suo fratello maggiore,il Raganello).




Partendo dalla briglia, si sviluppa una interessante e divertente via ferrata, divisa in due tratti che si snodano sulle opposte pareti della forra. Quest’ultima è costituita da segmenti orizzontali e verticali e giunge fin sopra le rovine diroccate del castello del paese.L’altro tratto è molto interessante se consideriamo la parte iniziale,da brivido:si scende su uno spezzone di cavo d’acciaio posto a strapiombo sulla gola.

Dopo un breve tratto orizzontale suggestivo su vertiginose cengie si interrompe improvvisamente presso un boschetto. Il percorso parte dal basso,presso il depuratore del paese. Ci avventuriamo nelle cengie attrezzate.
  A parte il gran caldo procede tutto bene,cadenza regolare;Carlo ha già percorso diverse vie ferrate nel massiccio del Gran Sasso.Un po’ di attenzione in un tratto verticale privo di frazionamenti.
                Al ritorno,per evitare rogne calo il mio compagno assicurandolo col “mezzo barcaiolo”,nodo di sicurezza usato spesso in alpinismo. Una caduta in tali punti provocherebbe sicuramente dei danni anche se  provvisti di longe.Segue un altro tratto ripido e subito dopo altri 6/7 metri quasi verticali ed esposti sul filo di una crestina.
               Giunti alla briglia ci spostiamo subito in destra idrografica dove  bisogna calarsi verticalmente per alcuni metri su una liscia parete che scende a picco nel fondo della gola.Percorriamo una cengia che sale diagonalmente sugli strapiombi di 50 metri e più perfettamente verticali.
               Paesaggio aspro e severo il Caldanello, si staglia su di noi innalzando le sue maestose pareti calcaree lavorate e levigate dal millenario lavorio degli agenti atmosferici.Nel nostro procedere siamo accompagnati dal timido brusio delle acque che scorrono nel fondo delle gole.
              
Il cavo si interrompe bruscamente presso un boschetto laddove si innalza una parete di una trentina di metri.Da qui si potrebbero attrezzare due vie interessanti,una dritta (almeno di 5°,5+),l’altra sale per alcuni metri in verticale e poi si sposta verso destra per terminare presso alcuni alberi (4°).
Percorriamo entrambi i tratti di ferrata in andata e ritorno (ca. 4 ore).
E poi ritorno alle auto in piazza.Dopo una birra al bar ci diamo appuntamento questa volta a “casa sua” nel Gran Sasso.
 

venerdì 3 agosto 2007

Sulla Marmolada,regina delle Dolomiti

Base di partenza per l’ascensione alla Marmolada è la pittoresca cittadina di Alleghe posta nella stretta vallata agordina, pochi chilometri a Sud della Marmolada, e chiusa ad oriente dal sovrastante massiccio del Civetta. Il nome di Alleghe sembra derivi le sue origini da un probabile latino "alica", termine collegato con "alicarius" equivalente a granaio o "parte superiore della casa", in cui si riponevano il grano o la paglia. Già nel XII secolo esisteva una numerosa comunità montana, tanto da essere necessaria una cappella per le fuzioni religiose di tutta la zona. Il centro abitato di Alleghe, prima della formazione del lago, era composto da un gruppo di villaggi posti sul fondovalle e sulle pendici laterali del torrente Cordevole. "L’11 gennaio 1771 un’enorme frana precipitò dal Monte Spitz seppellendo tutto il fondovalle,generando così il lago.

sabato 16 giugno 2007

Dolcedorme 2267


Non si tratta di un nome in codice o una oscura sigla.E’ semplicemente il nome della vetta più alta del Parco del Pollino e la sua quota.Se vogliamo è la cima più alta del Meridione,dalla Maiella in giù,escludendo naturalmente l’Etna che costituisce un caso a se.Chi frequenta il mio blog ormai dovrebbe conoscerla abbastanza bene.E’ anche la montagna da me più scalata,da tutti i versanti e per numerose vie ,in tutte le stagioni e in tutte le condizioni climatiche. FOTO 1

domenica 20 maggio 2007

LE CINQUE CIME DEL POLLINO


Vi racconto di una bella escursione fatta qualche anno fa.Anche le foto sono sono un po’ datate.La considero come una sorta di rito iniziatorio alla montagna,simile al famoso “Centenario”del Gran Sasso.Mi sono ispirato ad un racconto apparso tempo prima su Apollinea (il periodico del Parco del Pollino) dove tre escursionisti vollero “circumnavigare” le 5 cime del Pollino che superano i 2000 m. di altezza in un solo giorno. Le cinque cime costituiscono l’Acrocoro centrale del Massiccio del Pollino e formano una V con vertice la cima del Dolcedorme.Circondano a corona i Piani del Pollino suddivisi nel Piano Toscano,alla base del M.Pollino e la Piana di Pollino verso Serra delle Ciavole.Essi sono splendidi pianori carsici che in tempi remoti costituivano un grande lago pleistocenico prosciugatosi a seguito dell’apertura dei suoi inghiottitoi.Sono ricoperti di “flisch”(l’insieme di argille,marne e arenarie che caratterizza l’area settentrionale del massiccio).Il toponimo deriva dal nome datogli dai geologi dopo aver studiato questo tipo di rocce sulle prealpi svizzere.Letteralmente “terreno che scivola”. FOTO 1 Le 5 vette più alte del Pollino sono “Serra Dolcedorme” che con i suoi 2267 m.è il tetto del meridione,la montagna più alta dalla Maiella in giù;Monte Pollino 2248 m;Serra del Prete 2281 m.;Serra delle Ciavole 2130 m. e Serra Crispo 2053 m. Il percorso inizia logicamente a Colle Impiso (1573 m.) dove si lascia l’auto.Attacchiamo alle 5 del mattino;è ancora buio e occorrono le lampade frontali. FOTO 2 mappa La prima cima da conquistare è Serra del Prete che aggrediamo dalla cresta nord.Questo è anche il dislivello maggiore di tutto il percorso che dobbiamo affrontare,ben 610 m.in salita giusto per scaldare i muscoli.Quasi in cima riusciamo a cogliere la magia di un’alba spettacolare,il sole che sorge da dietro le rocce e i pini loricati di Serra delle Ciavole,proprio di fronte a noi.Siamo in vetta alle 6.45. FOTO 3 Colazione e discesa verso Colle Gaudolino ,506 m. in discesa fino alla baracca dei pastori.Di fronte si staglia minacciosa la mole di M.Pollino.Per guadagnare tempo tralasciamo la via normale e ci immettiamo nel canalone che in direttissima e in dura erta ci porterà in vetta in minor tempo ma con maggiore fatica. Aggiungiamo così altri 574 m. in salita e alle 10.30 siamo sulla cima del Monte di Apollo. FOTO 4 Abbiamo 1174 m. di dislivello e 5 ore e 30 di marcia nelle gambe,la fatica è già notevole.Aleggia tra di noi il dubbio di non farcela e di dare forfait alla prossima tappa,la Serra Dolcedorme. Il saliscendi da una cima all’altra ci “spacca le gambe” ma continuiamo senza forzare troppo il passo,il nostro obiettivo infatti non è quello di stabilire record di velocità ma di completare l’anello.Ci rincuora il fatto che dopo la discesa dal Pollino alla Sella del Dolcedorme dovremmo affrontare un dislivello di soli 297m. in salita.Seguendo così il bordo della fantastica cresta delle “Murge di Celsa Bianca” alle 13.00 siamo sul Dolcedorme.Ci fermiamo per un pranzo frugale.Subito dopo impegnamo il sentiero che in discesa ci condurrà al Passo delle Ciavole.L’imbocco è segnalato dalla presenza di un pino loricato scheletrico,il sentiero serpeggia immerso nella fitta faggeta. FOTO 5 A questo punto anche la discesa (395 m. di dislivello) pesa come un macigno sulle ginocchia e sulle caviglie e,purtroppo al passo un componente del gruppo ci abbandona stremato dalla fatica;se ne ritornerà per i Piani di Pollino dove seguirà con lo sguardo il nostro proseguire.Da parte nostra abbiamo da superare la ripida salita per la cresta sud di Serra delle Ciavole;senza più acqua e le forze che ci abbandonano progressivamente zigzaghiamo tra rocce e colossali pini loricati che sembrano non curarsi della nostra performance.I 258 m. in forte pendenza sono infine superati e alle 15.15 tocchiamo la cima. FOTO 6 A questo punto tiriamo il fiato allorché proseguiamo lungo la cresta rocciosa di Serra delle Ciavole,orizzontale e abbastanza agevole.Dobbiamo assolutamente rifornirci d’acqua e così scendiamo dalla spalla centrale di Serra delle Ciavole verso la Sorgente del Frido,la più alta sorgente del Parco,un misero rigagnolo d’acqua che nonostante tutto si rivela provvidenziale a placare la nostra sete.Con rinnovate energie ci dirigiamo verso la Grande Porta del Pollino approfittando in tal modo per visitare “zi Peppe”,il grande pino loricato,simbolo del Parco ,bruciato dai vandali fra il 19 e il 20 ottobre 93. Ragazzi,quasi ci siamo;dobbiamo affrontare l’ultima fatica,la “non impossibile”Serra di Crispo,gli ultimi 106 m. di dislivello in salita. Il “giardino degli Dei”,così chiamato per la presenza di bellissimi pini loricati molto longevi simili a giganteschi bonsai che costituiscono uno degli ambienti più affascinanti e fiabeschi dell’intero Parco Nazionale ,ci accoglie tra le sue braccia alle 16.15. FOTO 7 Non ci resta che gioire e stappare una bottiglia di spumante che ci siamo portati in zaino per l'occasione lungo tutto il tragitto.L’impresa è compiuta.Scendendo per gli ondulati prati dei Piani di Pollino e poi imboccando il sentiero rientriamo a Colle dell’Impiso alle 18.40.Di seguito lo schema dei dislivelli colmati in salita e in discesa. FOTO 8 Ripensando alla bella impresa compiuta, sinceramente non so se la ripeterei.Forse dovrò averne un buon motivo.L’invito però lo giro a coloro i quali,venendo a visitare il mio Pollino Fantastico, vogliano misurarsi con se stessi,tenendo conto che si tratta di una escursione di tutto rispetto riservata a persone esperte , allenate e dalla notevole tenuta atletica.I quasi 2000 m. di dislivello da colmare in un giorno solo non sono uno scherzo.Il tentativo comunque può essere abbandonato in qualsiasi momento del percorso. Ecco la scheda tecnica riassuntiva dell'anello: Km percorsi: 19 ca Dislivello in salita: 1897 m. Dislivello in discesa: 1523 m. Durata percorso :13h 40 m. Cime toccate: Serra del Prete,Monte Pollino,Timpa di Valle Piana,Serra Dolcedorme,Serra delle Ciavole, Serretta della Porticella,Serra di Crispo. In foto: tramonto sul Dolcedorme

domenica 6 maggio 2007

Torrentismo nel fiume Jannello



Come una piccola gemma incastonata in una natura selvaggia,il fiume Jannello è un piccolo corso d'acqua immissario del Lao,unico fiume in Calabria adatto alla pratica del rafting (dall’inglese "to raft" ovvero "navigare su una zattera")e della canoa . Ecco la mappa tridimensionale FOTO 1 A differenza del Lao,lo si percorre in classico stile torrentimo.Il suo corso breve e non particolarmente difficoltoso lo rende adatto a chiunque si cimenti per la prima volta in questa disciplina. Siamo in territorio di Laino Borgo,paesino tipico del Pollino adagiato e lambito dal Lao.Laino non è conosciuto soltanto per il suo fiume,ma anche perché è il paese natio del prof. Biagio Longo,colui che studiò la varietà “Pinus Leucodermis Ant.”nel Pollino coniandone per primo il nome:”Pino Loricato”.A lui è stato recentemente intitolato il neo rifugio CAI ,in contrada Campolongo nel comune di Mormanno. Veniamo all’escursione.Solitamente per il torrentismo si attende l’estate,ma le temperature insolitamente elevate del periodo non ci scoraggiano dal mettere i piedi nelle sue acque fredde. Siamo in 27; FOTO 2 a capo del gruppo Ugo Orsini del Canoa Club Lao Pollino,coadiuvato da due guide ufficiali del Parco Pollino, Luigi Perrone da Mormanno ed Emanuele Pisarra da Civita.Con lui un nutrito gruppo di turisti pugliesi e noi del CAI Castrovillari. L’ambiente fluviale nel quale ci immergiamo è decisamente incantevole.(mi scuso se a volte per descrivere tali luoghi sembrerò ripetitivo nell’uso degli aggettivi,ma credetemi,dopo vent’anni di montagna,il Pollino continua a sorprendermi,e ogni volta è una emozione unica). Caratteristiche di questo breve corso sono le acque limpide e le cascate multiformi,il tutto incorniciato in una folta e verdeggiante vegetazione,una vera wilrdness mediterranea. FOTO 3, FOTO 4, FOTO 5 Non mancano di tanto in tanto rocce impregnate di muschio con stillicidio d’acqua e formazioni di calcite simili a stalattiti. FOTO 6, FOTO 7Nel superamento degli ostacoli ognuno usa il suo stile.La maggioranza però,ho notato, cerca di non bagnarsi i piedi cercando di evitare al massimo il contatto con l’acqua attraverso affannose ed inverosimili contorsioni fra massi di roccia e passaggi laterali. Dunque vogliamo snaturare il torrentismo? Da parte mia,preferisco tagliare la testa al toro e camminare in acqua.Per questo è consigliabile usare scarpette da tennis basse senza calze. Verso la fine io e Luigi,in avanscoperta raggiungiamo la cascata più alta,un salto di quasi 10 metri superabile lateralmente attraverso un sentiero invaso dai rovi.E’ qui che il gruppo si ricompatta.La cascata segna la fine del percorso.In realtà si potrebbe proseguire ma il seguito non propone novità degne di nota rispetto a ciò che abbiamo già visto. FOTO 8 Rimane da vedere però la cascata più bella,detta “del Toro”,che si trova a valle,e come mi spiegherà Ugo,”è buono lasciare il pezzo forte alla fine, per tenere sempre alto l’interesse degli escursionisti”. Ritorniamo sui nostri passi,operiamo una piccola digressione e,scendiamo per un ripido sentierino che ci immetterà in un’ansa dall’acqua verde smeraldo circondata da pareti rocciose, e lì di fronte,la maestosa “Cascata del Toro”. FOTO 9Come portata non sarà il fiume Lao,come spettacolarità non sarà il Raganello,come lunghezza non si può paragonare all’Argentino,ma vale la pena visitarlo,sia perché si trova a qualche chilometro dall’uscita autostradale,sia perché la brevità dell’escursione consente di visitare volendo anche Laino Borgo e Laino Castello.

venerdì 27 aprile 2007

La leggenda di re Alarico e il fiume Busento


Oggi ,uscita fuori Pollino.Andiamo nella Catena Costiera ad esplorare parte del corso del fiume Busento che confluisce col Crati a Cosenza,maggiore corso d?acqua della Calabria .Lo scopo è quello di preparare il terreno all?escursione che si svolgerà il 10 giugno prossimo con il CAI Castrovillari,in collaborazione con l?ass.?Amici della Montagna? di Bisignano e l?Amm.Comunale di Carolei.Un?occasione per recuperare e valorizzare antichi percorsi storico-naturalistici persi ormai nel tempo e sepolti dalla vegetazione,per renderli fruibili a visitatori e turisti.


Il fascino di questo fiume è legato alla storia del paesino di Carolei ,centro collinare a pochi chilometri da Cosenza e al re Alarico,attorno al quale aleggiano storie e leggende del tutto singolari. Di probabile fondazione enotra, Carolei è citata da Ecateo, storiografo vissuto tra il VI ed il V secolo avanti Cristo, in alcuni dei suoi scritti con il nome greco IXIA, che significa Vischio, da cui deriva per l?appunto la denominazione di Terra del Vischio. Fitti boschi di querce ed i castagneti, infatti, ancora oggi accolgono tra gli annosi rami, una rigogliosa vegetazione di questa pianticella caratteristica sempreverde, simbolo presso tutti gli antichi popoli, soprattutto del Mediterraneo, di virtù propiziatrici. 

È sicuramente terra di leggende. Su tutte ,quella ormai nota che riguarda Alarico. Narra la leggenda ? ripresa dallo scrittore tedesco August von Platen - che i Visigoti, per evitare che mani romani potessero violare la tomba del loro re, colto da improvvisa morte alla fine di agosto dell?anno 410, deviarono il fiume Busento, nei pressi di Cosenza, e seppellirono nel suo letto Alarico in armi, insieme al suo cavallo ed al suo tesoro e successivamente ripristinarono il normale corso delle acque.

Il Busento, silenzioso ed inesplorato, nasconde ancora il suo segreto.
Non ha avuto riscontri nemmeno la tesi sostenuta da due archeologi cosentini, che avrebbero individuato la tomba di Alarico in un sito abbastanza vicino al corso del fiume Busento denominato ?Rigardi?, situato lungo la vallata di un affluente del Busento, il fiume Caronte. Il luogo individuato si caratterizza per la presenza di una grande croce scolpita nella roccia, ben visibile ad occhio nudo dalla vallata, innanzi alla quale si aprono due grotte, dalla cui esplorazione sarebbero emersi segnali tali da confortare l?ipotesi di una eventuale sepoltura. Una ipotesi suggestiva, che non ha però trovato estimatori.
www.turismo.regione.calabria.it.

Arrivando a Carolei salendo da Cosenza ci rapisce il colpo d?occhio sulla valle di Mendicino e sulla mole di monte Cocuzzo che domina su tutto. Siamo in quattro:io,Domenico degli ?Amici della Montagna?, e Massimo con Ivana che qui sono di casa.
Località di partenza la frazione ?Motta di Domanico? edificata attorno ad una rupe rocciosa panoramica. Vi si arriva salendo una serie di gradoni scavati nella roccia ricca di ruderi. Sulla sommità della rupe la Chiesa di Santa Maria delle Grazie (sec. XVII).Peccato che il corso di tanto in tanto sia invaso da gomme d?auto,reti metalliche e rifiuti d?ogni genere.D?altronde ci troviamo a pochi passi dai centri abitati.La prima parte del percorso è molto agevole grazie alla presenza di una sterrata in sinistra idrografica che costeggia il fiume.Le sue acque fredde ospitano la trota,importante indicatore ecologico.
Comunque la passeggiata non è mai scontata.Attraversando suggestivi boschi di ontano,immersi in una natura rigogliosa,incontriamo anche qualche sporadica fioritura di orchidea vesparia,davvero interessante.

Per raggiungere il tratto più suggestivo del fiume dobbiamo però abbandonare la sterrata e penetrare in una fitta boscaglia seguendo le esigue tracce di un vecchio sentiero fino a raggiungere l?alveo. Qui,in un labirinto di massi di calcarenite incastrati tra loro, l?acqua del fiume si fa strada attraverso piccole gallerie,anfratti e grotte di ogni genere.

Alarico non poteva scegliere posto migliore per seppellire il suo tesoro.
All?uscita riprendiamo la sterrata che in una buona mezz?ora ci ricondurrà a Carolei nella fraz. ?Appiè La Terra?.Prima di lasciare il paesino è doveroso visitare il PARCO STORICO di VADUE, costituito da un?antica residenza nobiliare ,il palazzo Andrea Civitella entro il quale è ubicato il MUSEO del PAESAGGIO.A pianta quadrilatera con cortile difeso da alti muri di cinta e portale ad arco, compaiono due annesse cappelle, di cui una semi diroccata, un Ninfeo Romano e un maniero cinquecentesco appartenuto agli Alarçon Mendoza.




martedì 10 aprile 2007

NEVE, GRAN FINALE


Traggo spunto da un detto popolare locale:Natale con il sole,Pasqua con la neve.L?inverno appena trascorso ha disilluso in tutto il territorio nazionale gli amanti della neve e degli sport invernali,nonché il sottoscritto.Il 21 Marzo la primavera ha dato il benvenuto con copiose nevicate dalle Alpi agli Appennini e,tutt?ora un considerevole strato nevoso ricopre il Pollino dai 1600 m. in su.

Per questo ho fortemente voluto l?ultima escursione ?invernale? prima che le temperature in rialzo portino via la neve in poco tempo (in realtà fino a maggio inoltrato lingue di neve compatta permangono nei canaloni in ombra dando l?opportunità di risalirli con attrezzature invernali).
?Teatro di battaglia?,Serra del Prete,che con i suoi 2180 m. è la terza vetta del Pollino. FOTO 1
Si parte da Piano Ruggio, splendido pianoro carsico a 1550 m. di quota.E? sicuramente il polo di attrazione più importante del massiccio sia per la comodità di accesso che per la presenza del Rifugio De Gasperi e due fontane nelle vicinanze.Località ideale per passeggiate rilassanti e pic-nic. FOTO 2
Serra del Prete si staglia proprio di fronte,una montagna immensa,piatta e glabra alla sommità,circondata a tutto tondo dalle faggete.Solo una timida presenza di pini loricati isolati rompe la linearità del paesaggio roccioso.Fa eccezione il versante sud,scosceso e dirupato,dove i loricati rigogliosi trovano il loro habitat ideale.E? una montagna ?comoda?,perché dà la possibilità di partire zaino a spalla anche tardi;d?estate ti permette di risalirla anche nel pomeriggio nonostante i 640 m. di dislivello da colmare.
La via è quella più diretta:?Il sentiero dei Carbonai? già fatto da me un paio di volte.Mi son preso la libertà di ribattezzarlo ?Via degli inghiottitoi? (presenza di tre splenditi inghiottitoi carsici lungo la linea di cresta che porta in vetta. FOTO 3
Il bosco è solenne ,coperto da uno strato nevoso notevole. FOTO 4 Nella progressione affondo alle ginocchia;con un paio di racchette ramponate avrei faticato meno.In alcuni punti con i bastoncini devo ?pagaiare?come fossi in canoa per spingermi in avanti.Di tanto in tanto incrocio orme di lupo (forse due)che sembrano dirigersi anch?esse verso la zona di vetta.Cerco di mantenere un passo cadenzato,seppur lento.Zigzagando cerco di evitare la neve guadagnando radure erbose tappezzate di ginepri emisferici fino a raggiungere un lungo terrazzo pianeggiante che mi permette di tirare il fiato. FOTO 5 La vista da qui è mozzafiato.Serra Dolcedorme in lontananza,fortemente innevata si staglia fiera con le sue pareti vertiginose.
FOTO 6
Sotto i miei piedi invece, domino Piano Ruggio pullulante di gente che,come minuscoli puntolini sono convenuti qui per la consueta pasquetta.Il suono confuso delle loro voci e non ben identificabili grida giungono fino a me dal basso. FOTO 7 Raggiungo in breve la confluenza con la cresta sud-ovest (la via classica di salita alla vetta).L?ambiente diventa suggestivo;cangiante da un aspetto appenninico a quello tipicamente alpino (davvero una montagna dai due volti questo Pollino). Mi sento perso nel mare della tranquillità della Luna.Il mio grande amico e compagno di avventura Massimo infatti,chiama questa montagna ?la mia Luna?.Non un albero,davanti a me solo un?immensa distesa bianca ondulata avvolta dalle prime nebbie del pomeriggio. FOTO 8
Monte Pollino alla mia destra troneggia con i suoi loricati maestosi abbarbicati sulle sue pareti rocciose.Mi fermo un momento ad osservare bene la levigata parete nord descrivendone con lo sguardo la sua linea di massima pendenza. FOTO 9
Intanto,rincorrendo gli omini di pietra posti su punti strategici raggiungo la cima.
Il tempo volge a male,minacciosi nuvolosi neri avanzano da ovest investendo in breve la montagna.Autoscatto con sfondo Monte Pollino e ritorno alla base.La giornata,iniziata bene,primaverile, diventa a tutti gli effetti invernale.Nel bosco mi coglie la pioggia che mi accompagnerà fino all?auto.
L?inverno quest?anno si è salvato in calcio d?angolo prendendosi in prestito qualche giorno dalla primavera.Se questa dev?essere l?ultima invernale,riconosco,è stato un gran finale.

In foto: Sulla vetta di Serra del Prete
Dietro Monte Pollino

martedì 27 marzo 2007

Sul M. La Caccia per la cresta nord


Imponente e aderto,il Monte La Caccia,posto all’estremità sud occidentale del Parco del Pollino, a qualche chilometro di distanza dalla costa tirrenica in linea d’aria, si impenna improvvisamente per 1744 m. di altitudine dando l’impressione quasi di gettarsi nel mare. FOTO 1Il profilo frastagliato delle creste, le pareti strapiombanti e i valloni dirupati gli conferiscono di sicuro le caratteristiche di una montagna alpina. L’adiacente Monte Cannitello,anche se notevolmente più basso,pare essere un piccolo “Monte Cervino”,non sfigurando affatto di fronte al fratello maggiore. FOTO 2 Nonostante la vetta del Monte La Caccia venga raggiunta dagli escursionisti attraverso l’ormai collaudata “via normale” che parte dal villaggio di Trifari (fr. Di Belvedere M.ttimo) e passa per Serra La Croce;con Massimo concordiamo il giorno prima di attaccare la cresta nord e raggiungere la vetta. FOTO 3In cresta sorge una bizzarra formazione rocciosa battezzata simpaticamente “Il gelato”. FOTO 4 A vista non escludiamo l’eventualità di vincere le paretine iniziali con qualche “tiro di corda”.In effetti è così.Evitando il banale e lunghissimo aggiramento lungo il Vallone del “Castrito”,individuiamo il punto migliore per superare il primo salto,un tiro di 30 m. circa FOTO 5e subito dopo un secondo di una ventina di metri,valutati di IV grado alpinistico su roccia in alcuni punti friabile e infestata da fastidiosi arbusti. FOTO 6 Rotto finalmente il ghiaccio puntiamo decisamente verso il “Gelato” attraverso passaggi in cresta non particolarmente difficili. FOTO 7 Abbiamo modo così di ammirare il curioso monolito annoverandolo insieme ad altri famosi monumenti di roccia del Pollino quali il “Dito del Diavolo”,la “Pietra Portusata” e la “Tavola dei Briganti”della Montea;la “Pietra Campanara” dell’Orsomarso;”L’ascia di Scardiello”del Caramolo ecc.,formazioni carsiche queste,modellate dalla notte dei tempi dagli agenti atmosferici. FOTO 8 qui siamo costretti nostro malgrado ad attrezzare una terza sosta per il superamento di un tratto verticale di 25 metri circa molto insidioso per la presenza di massi instabili FOTO 9; FOTO 10; FOTO 11 Purtoppo le tre manovre ci fanno perdere diverso tempo.Sono infatti le 13.30 e ancora dobbiamo percorrere la lunghissima cresta e superare al contempo un dislivello di 600 m. se vogliamo raggiungere la vetta.Si spera a questo punto di non imbatterci più in tratti da superare in arrampicata per non perdere più tempo. Così è.Proseguendo lungo la cresta e superando macigni di ogni specie e dimensione,sempre in costante salita,abbiamo modo di godere di spettacolari visioni della parete ovest de “La Caccia”aggredita da folate di nebbia che pare facciano sembrare la montagna sospesa nel cielo in un atmosfera irreale. FOTO 12 I continui passaggi su roccia mettono a dura prova gambe e braccia ,ma anche la nostra forza di volontà.In genere quando affiora la stanchezza e non si è più lucidi come prima, è più facile commettere errori.Di questo ne siamo consapevoli e cerchiamo in tal modo di “soppesare”attentamente ogni nostro movimento. Finalmente,dopo una interminabile cavalcata sempre sul filo di cresta, alle 16.15 raggiungiamo la vetta de “La Caccia”.E’ molto tardi,rischiamo di farci cogliere dal buio nella lunga discesa che seguirà.Comunque ,ad un’ora scarsa di cammino,su Serra La Croce ,il rifugio “Belvedere”sarà pronto ad accoglierci nel caso si verificasse questa eventualità. FOTO 13 ; FOTO 14 Infine riusciamo ad imboccare il sentiero di ritorno ancora con la luce;e a questo punto possono andar bene anche le nostre frontali perché il sentiero è ben tracciato ed evidente. FOTO 15 L’interminabile marcia termina percorrendo i tre chilometri circa sull’asfalto per raggiungere l’auto nella solitudine, al buio più completo e avvolti dalla nebbia.Gli abitanti delle masserie qui a Trifari sembrano vivere ritmi diversi rispetto alla vita più frenetica dei loro compaesani giù in marina. Nota simpatica,i fasci di luce delle nostre frontali e il tintinnio dei moschettoni alle imbracature richiamano l’attenzione di cani guardinghi per fortuna custoditi.Ed e’ tutt’un abbaiare a destra e a manca. Durante questa difficoltosa ed articolata ascensione ho avuto modo di riflettere sulle parole di Claire-Eliane Eugel che nella sua “Storia dell’Alpinismo” diceva:”Le montagne hanno una logica loro propria,che non può essere misurata con il metro umano.E diversi sono anche,in montagna,tempo e spazio……La montagna è il paese dell’uomo che non ha fretta.” FOTO 16 In foto: risalendo la cresta del M.La Caccia

mercoledì 28 febbraio 2007

" SIAMO..."


Siamo poca cosa
difronte all?infinito

Ma possiamo molto
di fronte
a noi stessi



In foto:
Alpinisti nel gruppo del M.Bianco

mercoledì 7 febbraio 2007

Sul Pollino per la parete nord


Verità ineluttabile nella vita come in montagna:non puoi pretendere che ogni giorno sia come lo vorresti.
Infatti, dopo molti giorni di tempo splendido e stabile ci ritroviamo ad andare per monti col brutto tempo,almeno tentiamo!!
Il trio inedito di ieri 3 febbraio è composto da me,da Salvatore (aspirante soccorso alpino) e da Bob del Gruppo Speleo di Morano Calabro.Non c?è Massimo purtroppo,?sacrificato?per un?escursione più tranquilla quale accompagnatore di un gruppo di escursionisti del Cai di Cosenza e di Catania .

Dopo aver appreso che la via montana per Colle Impiso è stata spalata (questo è un vero miracolo!!) decidiamo per la scalata alla parete nord-est di Monte Pollino (m.2248)che dovrebbe essere ghiacciata. FOTO 1Già dal valico di Campotenese si vede il gruppo montuoso coperto da una fitta coltre di nubi e in più spira un forte vento da est. Non speriamo certo in un miglioramento,e così ci avviamo.

Alle 9 in punto partiamo zaino a spalla dal Colle dell?Impiso,diretti ai piani del Pollino,il più vasto pianoro carsico del massiccio,splendido per il colpo d?occhio che offre sulle cinque cime più alte del Parco. FOTO 2La marcia di avvicinamento,favorita dal manto nevoso reso compatto dalle basse temperature ,ci permette di arrivare alla base della nostra montagna senza grossi patemi. FOTO 3Ma aimè,il quadro che si prospettava in mattinata non cambia.Del Monte Pollino,così come delle cime circostanti non si intravede niente.Nonostante tutto, dopo qualche minuto di consultazioni, decidiamo di ?attaccare? il pendio che si inerpica dapprima in un folto bosco di faggi e poi sulla parete FOTO 4.La visibilità è ridotta ad una cinquantina di metri,e tale si manterrà per tutta l?attraversata . Cerco di rubare qualche foto in un momento di maggiore visibilità.Una mia posa prima dell?ascensione. FOTO 5

Usciti dalla faggeta montiamo i ramponi che cominciano a mordere il ghiaccio.La progressione ,seppur disturbata da forti raffiche di vento e nevischio si mantiene regolare.Il paesaggio è severo e allo stesso tempo grandioso.Osservando i miei due compagni leggermente distanti che lottano contro il vento, pare di trovarci su uno degli ottomila himalayani. FOTO 6
Giungiamo finalmente in vetta.Quì accade l?inverosimile.Nella discesa per il versante opposto ci ritroviamo su degli strapiombi che lì non dovrebbero esserci.In realtà ci sono,ma la nebbia ci disorienta a tal punto che per una buona mezz?ora,spauriti, ci troviamo a girare più volte nello stesso punto.
La bussola?Naturalmente non l?ho portata;non l?ho mai portata!!Così la montagna decide quel giorno di darci una bella lezione.Ma quanto meno te lo aspetti salta fuori la soluzione.Dietro lo zaino ho una piccola bussola di plastica che si rivelerà indispensabile a levarci da questa situazione imbarazzante.Non ricordavo neanche di avercela appesa e così,oggi, è stata la nostra eroina. FOTO 7

Passato il brutto quarto d'ora ci dirigiamo verso il Colle Gaudolino impegnando la via normale di salita a Monte Pollino.Quì il sole amico compare per qualche minuto regalandoci tutt?intorno visioni d?incanto sugli argentei pini loricati dalle forme spettrali, stretti nella morsa del gelo,antichi custodi di questi luoghi arcani. FOTO 8 FOTO 9 FOTO 10Ultimo bivacco nel piccolo accogliente rifugio di Colle Gaudolino dove consumiamo il nostro pasto al calore del focolare e poi via verso l?auto,accompagnati nel nostro procedere dall?ululato del vento e dal silenzio della neve che ci avvolge. FOTO 11
Seppur nella bufera,oggi il monte di Apollo ci ha regalato emozioni forti ,sensazioni uniche. FOTO 12

In foto:accanto ad un loricato scheletrico

martedì 2 gennaio 2007

MONTEA, CHE SPETTACOLO


Mai vista così sontuosa la Montea,adorna e candida come una sposa.Questa affascinante e selvaggia montagna,la regina dell’Orsomarso, purtroppo non si concede tanto facilmente a motive delle nubi che la avvolgono per la maggior parte dell’anno. All’emozione delle impareggiabili visioni che ci ha regalato si aggiunga la grande soddisfazione di aver condotto sulle sue vertiginose e affilate creste Nichi,un blogger appassionato di natura e di montagne conosciuto via Internet. FOTO 1 La sua commozione è vivamente espressa nel suo blog che vi invito a visitare.(Vedi il riferimento in basso). E poi c’è lui,Massimo,infaticabile e sempre presente agli appuntamenti importanti. FOTO 2 Ma seguitemi nel foto diario dell’escursione. E’così che appare la Montea risalendo per la sterrata che sale dal pittoresco paesino di S.Agata d’Esaro alla fontana di Cornia,nostra località di partenza.Emerge dal Vallone della Tragonara in tutta la sua superba bellezza FOTO 3.Le condizioni ,oggi 26 Dicembre sono davvero ideali.Al bivio intraprendiamo il sentiero opposto a quello che porta all’attacco della via normale.Optiamo per il secondo crestone che sale ripido verso la cresta principale. FOTO 4Massimo lo ha battezzato “Via del Monolito”,appunto per la presenza di una guglia alla sua sommità. FOTO 5Durante la faticosa ascesa ci imbattiamo nelle orme di un bel capriolo FOTO 6;specie endemica di “capreolus italicus”presente nell’areale del Pollino.La fatica fin qui accumulata pare svanire allorché raggiungiamo la cresta principale.Lo spettacolo è davvero unico.L’atmosfera è surreale;siamo al di sopra di un ovattato mare di nubi dal quale emergono, come isole i monti circostanti.Serra Dolcedorme,all’orizzonte,completa il quadro. FOTO 7 Verso sud invece,il sole fa capolino proiettando i suoi raggi nelle acque cristalline del Tirreno. FOTO 8Riusciamo anche ad immortalare con le nostre digitali il fenomeno detto “spettro di Brocken”,generato dalla rifrazione della luce solare sulle nubi. FOTO 9 In cresta la neve è fresca e alta,purtroppo;ci fa faticare non poco.In queste condizioni bisogna davvero raddoppiare lo sforzo.Ma non ci pensiamo.Basta guardarci attorno e lo spettacolo ci riempie gli occhi e lo spirito. FOTO 10Anche i pini loricati,imbiancati sembrano partecipare alla festa,facendo apparire il tutto come un gigantesco presepe FOTO 11 ; FOTO 12,intersecando i multiformi scenari in un susseguirsi di giochi visivi tra neve,alberi,mare,nubi e rocce FOTO 13; FOTO 14; FOTO 15 Ma è da questo punto che la Montea diventa spettacolo,il suo profilo più bello. FOTO 16 Ormai siamo in vetta.Il piastrino dell’IGM ci indica che la meta è raggiunta. FOTO 17 Per i più pignoli va detto però che la cima più alta (di pochi metri) si trova più avanti a 1825 m. FOTO 18Ma oggi non c’è tempo;il ritorno è ancora lungo.Sazi di emozioni torniamo indietro sui nostri passi,e già qualche folata di nebbia comincia ad avvolgerci.Al ritorno preferiamo scendere per la normale,che,come dice Nichi,di normale c’è solo il nome.Da qui è possibile ammirare la curiosa “Pietra Portusata”,un teschio riverso che al tramonto,in un determinato periodo dell’anno lascia passare i raggi del sole attraverso l’arco naturale del suo “occhio”. FOTO 19Alla fontana un pittoresco tramonto ci saluta dandoci appuntamento per un’altra favolosa avventure sulle creste di questa magica montagna. FOTO 20 Guarda anche Blog di Massimo; Blog di Nichi In foto: Massimo,Nichi ed io in vetta