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domenica 17 luglio 2016

Gran Sasso il Sentiero del Centenario



“ E’ il percorso di cresta più eccezionale dell’Appennino”;”E’ un percorso entusiasmante. Una volta fatto rimane impresso nel bagaglio escursionistico”.


Queste le osservazioni di alcuni amici che prima di me hanno fatto il famoso Sentiero del Centenario sul Gran Sasso. Non voglio parlare qui di tabelle di marcia e di tempistica nel compiere questa grandiosa attraversata,dico soltanto che abbiamo impiegato 11 e 12 ore,e questi sono i tempi che occorrono normalmente,poi si sa c’è chi lo ha fatto anche in 9,10 ore o meno ma a me le gare in montagna interessano poco. Personalmente sono convinto che questa attraversata non deve assolutamente mancare nel carnet escursionistico di chi è vero appassionato di montagna.



Volendo  fornire qualche cenno storico, la via del Centenario si chiama così perché è stata realizzata dalla Sezione CAI dell’Aquila in occasione del centenario della sua fondazione avvenuta nel 1874. Giusto per avere un’idea di massima di cosa sia e di quale grado di impegno richieda, basta visualizzare l’itinerario percorrendo la strada che porta a Campo Imperatore.


































Sulla sinistra svetta inconfondibile la mole del Corno Grande. Subito a destra si staglia una maestosa catena di vette frastagliate che corre da Ovest ad Est e che lunghissima ed interminabile parte  da Vado di Corno a quota 1924 m. e seguendo la panoramica cresta arriva a Monte Brancastello (2385 m.),scende poi al Vado di Piaverano e quindi alla base delle Torri di Casanova dove inizia il tratto attrezzato con scalette metalliche e cavi che permettono lo scavalcamento della prima torre. Dopo la seconda a quota 2361 m inizia la parte più tormentata dell’intero percorso,quella che vede il raggiungimento di Monte Infornace (2496 m.),un castello di guglie e pinnacoli superabili in un estenuante saliscendi fra canalini, tratti attrezzati e brecciai.





Sempre in saliscendi si arriva alla base del ripido pendio breccioso che porta alla vetta di Monte Prena a 2561 m. Toccata la croce di vetta e perdendo notevolmente quota in un incredibile sfasciume di rocce e nevai residui si arriva al Vado di Ferruccio,ultima via di fuga per abbandonare il sentiero del Centenario. Esso costituisce una forte tentazione perché quando ci arrivi sei veramente “cotto” e il Camicia,ultima vetta che “dulcis in fundo” è anche la più elevata di tutte (2564 m.),è ancora tanto,ma tanto lontana. Ed’è a questo punto che deve emergere in te quel pizzico di orgoglio nel dire:”io il Centenario lo voglio completare” e ti rimetti in marcia tirando fuori tutte le energie residue e la tua gran forza di volontà.



La salita al Camicia diventa delicata a causa della friabilità della roccia soprattutto quando già stanchissimo ti ritrovi a risalire un canalino ghiaioso che richiede una certa attenzione. Superatolo, un breve tratto di cresta ti porta ad un “buco” e al superamento di un altro passaggio che ti conduce dritto al cartello metallico indicante la via del Centenario. Ma la croce di vetta del Camicia è più ad Est ad un tiro di schioppo, finalmente l’ultimo baluardo è conquistato. Non ti rimane che la faticosa discesa (ma sempre discesa è) per il Vallone di Vradda che ti porta a Fonte Vetica a 1632 m. dove preventivamente la mattina hai lasciato l’auto staffetta. Al fontanino puoi godere finalmente di acqua fresca e del  meritato riposo,e se vogliamo anche di una bella “birrona” acquistata al rifugio.





Erano tre anni che coltivavo l’idea di questa grandiosa attraversata ma succedeva sempre qualche contrattempo o imprevisto di natura logistica dovuto anche alla necessità di avere le auto staffetta da lasciare a Fonte Vetica e a Vado di Corno. Quest’anno la cosa pareva essere andata  in porto in quanto la mia sezione Cai l’aveva organizzato per metà Giugno. All’approssimarsi dell’evento però, mi sento dire dagli organizzatori che l’uscita è annullata perchè si sarebbero verificati dei presunti crolli lungo la via e che alcuni tratti attrezzati non erano sicuri o malmessi. La maledizione sembrava continuare.





 































Mi attivo subito per accertarmi della situazione reale e sentendomi con Remo di Sulmona, un amico che considero il Wikipedia dell’Abruzzo e con altri, tra i quali la guida Luca Mazzoleni, pare che non ci sia niente di significativo. E visto che le vie di internet sono “potenti” (non dico infinite che sarebbe un po’ sacrilego) mi accordo con un ragazzo abruzzese ,Gianluca, e due marchigiani,Maurizio e Danilo che come me coltivavano da tempo il mio stesso progetto.




Si fa il 10 Luglio accada quel che accada. All’approssimarsi di tale data però un’altra minacciosa “spada di Damocle” sembra di nuovo pendere “sulle nostre teste”. Le previsioni danno proprio per quel giorno sviluppo pomeridiano di temporali di calore in Appennino zona Campo Imperatore con pioggia debole incorporata. Dopo le nostre valutazioni decidiamo di partire ed eventualmente sfruttare le due o tre vie di fuga dal sentiero, i Vadi di Piaverano e Ferruccio e quello della Forchetta di Santa Colomba in caso di emergenza.




L’appuntamento è per le sei a Fonte Vetica. Arrivo io per primo con mezz’ora di anticipo, a ruota Maurizio e Danilo da S.Benedetto del Tronto e alle sei in punto il buon Gianluca da Ortona. Il piazzale è quasi vuoto e più su nei pressi del rifugio ci sono alcune tende e qualche camper nel silenzio più assoluto. Si lasciano due auto e saliamo con la terza all’attacco del sentiero che porta a Vado di Corno.




Alle 6.45 partiamo piuttosto veloci superando con slancio il Vado di Corno e proiettandoci verso la prima vetta, il Monte Brancastello  che raggiungiamo alle 8.30. Alla partenza il tempo è perfetto e in cresta già il panorama è grandioso soprattutto verso sua Maestà il Corno Grande che svetta con il suo paretone impressionante in grande evidenza. Al nostro incedere siamo anche allietati dalla presenza di varie fioriture di candide stelle alpine. Immortaliamo così il nostro passaggio alle targhe metalliche che di volta in volta marcano le tappe del sentiero.




Fino al Brancastello e successivamente scendendo alla base delle Torri di Casanova si è trattato solo di una bella galoppata su cresta. Ora  arriva il momento di tirar fuori casco, imbrago e set da ferrata perché si comincia a fare sul serio. Incontriamo infatti la prima scala metallica che dà il  la ai tratti attrezzati. Superiamo e scavalchiamo la prima torre per raggiungere la seconda con qualche passaggio esposto che segna quota 2361 m. Sono le 10 in punto. Dalla seconda Torre la via perde quota per giungere alla base dl Monte Infornace e già compaiono le preannunciate nubi che man mano vanno ad aumentare di consistenza.



































L’Infornace costituisce una dura prova, un continuo saliscendi, aggiramenti di guglie e pinnacoli attraverso cavi metallici, la risalita di stretti canalini in un ambiente davvero severo e tormentato, un dedalo di rocce e sfasciumi con affacci stupendi sul lato Campo Imperatore. La conquista di questa vetta ci fa perdere più tempo del previsto per via della stanchezza che comincia ad emergere e di due errori commessi fra le Torri e la base dell’Infornace che ci hanno costretto a ritornare sui nostri passi per recuperare la “retta via”.




Ma finalmente, dopo una serie interminabile di manovre, alle 12.45 raggiungiamo i 2496 m. del culmine massimo dell’Infornace. E qui ci concediamo una bella pausa con panino e liquidi a profusione. Intanto che io e Gianluca ingurgitiamo qualche carboidrato che ci tornerà utile più in la, l’altra coppia costituita da Maurizio e Danilo riparte a razzo verso il Prena che sembra piuttosto lontano ma che raggiungiamo in 45 minuti dall’Infornace.




Giunti ai 2561 m. della croce di vetta il meteo cambia di brutto, si sentono i primi boati e comincia a piovere. Una veloce foto sul Prena col rischio di beccare qualche saetta e discesa rapida lungo la spalla Est scendendo per una conoide detritica e la presenza di piccoli nevai residui. Mi accorgo purtroppo di non aver portato sufficienti liquidi (si consigliava due litri e mezzo o tre, mentre io ne avevo meno di due).Riesco a riempire una bottiglia vuota con neve pulita ma sempre vecchia e questo si rivelerà davvero provvidenziale anche perché assunta insieme ad  integratori.




Durante la discesa dal Prena constatiamo che la strada è ancora lunghissima perché visualizzi tutto il percorso che porta a Vado di Ferruccio e successivamente l’interminabile cresta che alla fine ti condurrà  alla conquista dell’ultimo baluardo, il monte Camicia che è talmente lontano da indurti a rinunciare e pensare di abbandonare appunto al Vado di Ferruccio. In realtà molti arrivati a questo punto rinunciano al Camicia perché si è davvero stanchi e provati, e nel caso nostro la situazione è aggravata dall’addensarsi di nubi temporalesche che fanno sentire la loro voce, lampi e boati che sembrano volerci raggiungere da un momento all’altro.



































La tentazione è davvero notevole. Un piccolo consulto in quattro a Vado di Ferruccio e si decide di finire, rincuorati anche dal fatto che i temporali paiono meno vicini di quel che sembra. Danilo e Maurizio battono strada mentre io e Gianluca seguiamo. Lungo la progressione ci imbattiamo in una sequenza di creste panoramiche e pareti strapiombanti spettacolari lato “Fondo della Salsa” che costituiscono nell’insieme la famosa e famigerata parete Nord del Camicia.




Ormai sembra non voler finire più. Da lontano vediamo Maurizio e Danilo risalire il canalino terminale che parte dalla sommità di un piccolo ghiaione ma il percorso è ben segnato dai soliti bolli giallo rossi che ci hanno accompagnato per tutta la via. Il canalino è un II+,III – che però è molto friabile ma che non dà problemi. Lo superiamo per raggiungere una piccola grotta, un buco più che altro dove io e Gianluca ne approfittiamo per fare una pausa più che meritata. Maurizio e Danilo sono cinquanta metri sopra di noi  ma non riusciamo a sentirli anche provando a chiamarli.



Il tempo diventa ancor più minaccioso, vediamo i lampi piuttosto vicini e sentiamo i boati che seguono, l’aria diventa elettrica. Riprendendo il cammino i due che ci stavano aspettando spuntano da sopra. Ci indicano la vetta che è a dieci minuti mentre loro iniziano la discesa per il Vallone di Vradda, preoccupati non poco per la minaccia di fulmini. Il pericolo è reale perché arrivati alla croce di vetta, toccandola sento la scossa elettrostatica simile a quella che si prende toccando lo sportello dell’auto e subito dopo la sento “ronzare” carica di elettricità statica. Maurizio mi dirà che scattandosi un selfy ha visto i suoi capelli rizzarsi.



 






























Nonostante tutto riusciamo a porre le nostre firme su un libro di vetta davvero strapieno di dediche e firme e varie foto, un autoscatto e via di corsa ad intercettare il sentiero che descrivendo un ampio curvone scende verso Fonte Vetica. Finalmente in una situazione di sicurezza possiamo fermarci e divorare il resto del panino per riprendere la fastidiosa discesa. Questo il perché  della differenza di un ora nel raggiungere Fonte Vetica. Al fontanino una bella rinfrescata e una gran bevuta prima di raggiungere i nostri compagni seduti ad un tavolino che stanno sorseggiando una birra. E dopo dodici ore di duro cammino è veramente la birra più buona del mondo.




Il Sentiero del Centenario è concluso e completato. Una grande avventura, di durissimo impegno psicofisico ma di estrema soddisfazione e gratificazione, un’esperienza che rimarrà non solo nel bagaglio escursionistico ma anche sul piano umano, indimenticabile. Ringrazio i miei tre compagni di cordata che hanno aderito al mio invito e spero che questo sia forse il preludio a prossime future avventure, sul Gran Sasso o magari altrove.