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domenica 25 ottobre 2026

Anello Serra Dolcedorme via normale sentiero nord

Ci sono montagne che non hanno bisogno di presentazioni, perché basta scorgerne il profilo all'orizzonte per sentire il richiamo della vetta. Il Dolcedorme è una di queste. Con i suoi 2.267 metri, è la cima più alta del massiccio del Pollino e dell'intero Appennino meridionale, una montagna che sa regalare soddisfazioni anche quando la si affronta lungo il suo itinerario più classico.




È il 24 agosto e siamo in sei amici, pronti a condividere una nuova giornata di montagna. Questo grazie a Luca che riesce sempre a coinvolgermi nelle sue proposte escursionistiche, facendo leva non solo sul mio entusiasmo per la montagna, ma anche sul fatto che faccio fatica a dire di no quando si tratta di accompagnare qualcuno alla scoperta di una cima del Pollino per la prima volta. Insieme a noi ci sono Davide, Francesco, Antonella e Maria Paola. Dopo un cambiamento di programma dell'ultimo minuto, la meta scelta dal gruppo è appunto il Dolcedorme, da raggiungere attraverso la via normale passando dai Piani del Pollino. Una giornata che promette panorami sconfinati, sentieri immersi nella natura e quella bella sensazione di libertà che soltanto le montagne sanno trasmettere.




Lasciate le auto prima di Colle Impiso per via dei parcheggi già occupati, iniziamo a camminare, accompagnati dall'aria fresca del mattino e dalla luce limpida di una giornata estiva. I Piani del Pollino si aprono davanti a noi con i loro ampi spazi erbosi, mentre il profilo delle cime circostanti disegna un orizzonte familiare e al tempo stesso sempre affascinante. Il gruppo procede di buon passo, non rinunciando a varie soste per ammirare il paesaggio.















Con l'aumentare della quota, il sentiero si fa più panoramico e la vegetazione lascia gradualmente spazio a pendii aperti, rocce e distese erbose. Il Dolcedorme si avvicina, mostrando il suo carattere severo e la sua struttura articolata. Dopo il Colle di Malevento le ragazze accusano un lieve calo fisico ma per fortuna dopo qualche incoraggiamento del tipo " fra poco spiana!" tutto si risolve. Durante le pause obbligate ne approfittiamo sempre per ammirare il paesaggio con la consapevolezza che la vetta si conquista passo dopo passo.




Alcuni scorci offrono visioni d'incanto sul mare di nubi e le vaste distese della pianura sottostante che sembrano quasi dipinti, offrendo una prospettiva privilegiata su questo angolo selvaggio della Calabria e della Basilicata. Non mancano le occasioni per immortalare la giornata attraverso foto di gruppo, qualche scatto lungo il sentiero e le immancabili soste davanti ai panorami più suggestivi. Il bello di camminare in compagnia è anche questo: condividere la fatica, scherzare durante la salita e trovare sempre un buon motivo per fermarsi qualche minuto in più.




Superati gli ultimi tratti del percorso e il Passo di Valle Piana, raggiungiamo finalmente la cima. La soddisfazione è quella di sempre, ma non per questo meno intensa. La vetta pullula di escursionisti, molti di essi provenienti dal nord Italia,e questo è per noi un ulteriore motivo di orgoglio. Davide dalla vetta ammira incantato il profilo acuto della lontana Manfriana mettendola in programma per una prossima ascensione.




Dopo la meritata sosta in vetta è tempo di rimetterci in cammino. Per il rientro scegliamo la discesa lungo il ripido sentiero che lambisce la cresta nord, un itinerario che richiede attenzione e passo sicuro, ma che sa ripagare ampiamente con scorci di grande bellezza. Scendiamo con cautela, cercando i passaggi migliori sul terreno ripido e sconnesso. La montagna cambia lentamente volto: alle distese rocciose della parte alta si alternano pendii più articolati, mentre lo sguardo viene catturato dai contrafforti rocciosi di Serra Ciavole costellata di pini loricati, tra i quali Italus,il loricato e albero più antico d'Europa.




Procediamo senza fretta, consapevoli che anche la discesa fa parte dell'avventura e merita la stessa attenzione della salita. In prossimità del Varco del Pollino, sulla sella che sovrasta il Piano di Acquafredda, lo spettacolo diventa particolarmente suggestivo. Qui il paesaggio si apre e i loricati assumono un ruolo da protagonisti assoluti. Le loro sagome scure si stagliano contro il cielo, mentre i rami, piegati dalle raffiche e dal peso degli anni, disegnano forme quasi scultoree. Alcuni esemplari sembrano sentinelle silenziose, poste a guardia di questo angolo selvaggio del massiccio. Molto interessante è la definizione data ai pini loricati da Rocco Papaleo nel suo ultimo film "Il bene Comune":"Il pino loricato non è soltanto un albero ma un modo di vivere.....fieramente attaccati alla vita".




Ci fermiamo più volte per osservarli e fotografarli. È difficile non rimanere colpiti dalla loro imponenza e dalla capacità di sopravvivere in condizioni tanto difficili. La corteccia corazzata, le forme tormentate e le chiome asimmetriche conferiscono a ciascun albero una personalità particolare: nessuno è uguale all'altro, e ognuno sembra custodire una storia lunga secoli. Per un momento dimentichiamo la fatica accumulata e ci lasciamo conquistare dalla solennità di questi giganti, autentici simboli della natura più antica e resistente del nostro Appennino.






Dopo aver scambiato quattro chiacchiere con un giovane pastore impegnato a ricondurre le sue mucche più a valle, la traccia ci riaccompagna progressivamente verso i pianori, dove il paesaggio si distende e il cammino diventa meno severo. Ultima sosta prima di intraprendere il sentiero che scende prima ai piani di Vaquarro e poi a Colle Impiso e dopo ben 10 ore e 19 chilometri percorsi giungiamo alle auto. Ancora una volta la vetta più alta del Meridione ci ha regalato belle soddisfazioni e tanti incontri ravvicinati con una natura capace di emozionare e sorprendere a ogni passo.




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sabato 10 ottobre 2026

Monte Pollino Spigolo Ovest, la via dai due volti

Prima via di roccia documentata sul Monte Pollino, aperta nel 2018 da me e Pasquale Buono, l’ho definita “la via dai due volti”. Da una parte un'esperienza immersiva tra maestosi pini loricati e rocce tormentate, sempre sul filo di cresta in un contesto selvaggio e isolato di incredibile bellezza. Dall'altra una roccia pessima e instabile che richiede attenzione costante. La via, logica ma un po’ discontinua, non presenta difficoltà tecniche elevate (IV+ massimo), ma è tutt’altro che banale e non va sottovalutata. Bisogna muoversi con estrema delicatezza, diventando leggeri come una piuma, in un gioco preciso di contrappesi per evitare di smuovere sassi.





L’idea di tornare su questa via nasce all’inizio di questa estate (2026), quando Dario, da Torino, mi contatta attraverso un forum al quale sono iscritto: "Buongiorno, scrivo perché vorrei chiedere maggiori informazioni su questa via, che desidero ripetere con alcuni amici. La relazione che ho trovato risale al 2018 e vorrei capire se ci sono aggiornamenti e magari ricevere qualche consiglio sull’attrezzatura da portare…"





Prendiamo così accordi e ci ritroviamo venerdì 14 agosto a Colle Impiso, già in fermento per il Ferragosto. Con Dario ci sono Giuseppe e Silvio. La mattinata è fresca e piacevole e l'avvicinamento, quasi interamente nel bosco, diventa l’occasione per conoscerci meglio e scambiare esperienze vissute ciascuno nella propria terra. Costeggiato il margine orientale di Piano Gaudolino, imbocchiamo il Sentiero Alto del Pollino, che abbandoniamo dopo qualche centinaio di metri per puntare direttamente verso l’avancorpo sud occidentale, solcato da diverse vie alpinistiche invernali. Raggiunto l’attacco, a circa 1.900 metri di quota, ci organizziamo in due cordate da due e iniziamo la salita.








Lo Spigolo si sviluppa tra la via invernale di misto Squirrel e un altro canale, già parzialmente risalito in inverno. Segue una linea logica e obbligata lungo l’intera cresta, fino all’anticima nord del Monte Pollino. Alla nostra destra si trova il Valangone, ampio ed estetico circo glaciale che di solito si risale o si utilizza come via di discesa in ambiente innevato. Il quarto tiro ospita il passaggio chiave, aggirabile sulla destra attraverso terreni apparentemente più facili, ma erbosi e caratterizzati da roccette ancora più friabili. Una variante che può indurre a un falso senso di sicurezza.





La prima lunghezza si sviluppa per 55 m su difficoltà di IV°, con passaggi sporchi e alcuni tratti di roccia instabile. La sosta viene allestita su un piccolo pino loricato. Già da questo terrazzino si apre uno scenario di straordinaria bellezza, dominato da rocce tormentate e da enormi loricati vivi e secchi, in un ambiente estremamente selvaggio. Il secondo tiro, lungo 50 m e particolarmente estetico ed esordisce con un atletico passo di III° in opposizione all’interno di un breve camino, dove la qualità della roccia appare migliore.













La sosta successiva viene attrezzata su un piccolo faggio, allungandola con due fettucce da un metro e mezzo. Un aspetto favorevole di questa salita è la possibilità di utilizzare punti di ancoraggio sicuri per le soste quali faggi e pini loricati. Durante il tiro riesco anche a scorgere due caprioli che risalgono rapidamente il Valangone per scomparire poi tra gli alberi.





La terza lunghezza, di 50 m, si sviluppa su difficoltà di II° tra erba e roccette molto instabili, soprattutto in prossimità della quarta sosta, piuttosto scomoda. Riesco ad allestirla sfruttando una sorta di clessidra in un grosso tronco di pino loricato. Segue il tiro chiave: 35 m di IV+ su roccia molto instabile e con notevole esposizione. Posso proteggermi su due pini loricati, uno sulla sinistra e un altro più su, secco ma solido. Il passaggio finale supera un piccolo tetto e richiede la massima attenzione per non smuovere sassi. Il tiro come dicevo è aggirabile a destra, su terreno meno ripido, ma la presenza di terriccio, pietrisco ed erba insidiosa rende questa variante tutt’altro che consigliabile. Superato il tetto, faccio sosta su un grosso blocco, utilizzando un anello di fettuccia.





La quinta lunghezza, di 15 m, è invece un semplice tratto in cui si cammina fino ad un pino loricato dove si sosta su una radice. Da qui affrontiamo il sesto e ultimo tiro, 30 m di II°, che supera un breve risalto iniziale, prosegue su un’estetica crestina affilata invasa dai ginepri e termina con una breve placchetta. La sosta per recuperare i compagni viene effettuata su uno spuntone roccioso. Lo sviluppo complessivo della via è di circa 230 m. Terminate le difficoltà, raggiungiamo l’anticima nord del Pollino superando facili roccette, quindi completiamo la salita alla vetta seguendo la cresta nord, che costeggia il bordo superiore del Valangone.





Dopo la pausa panino in vetta, ridiscendiamo lungo la via normale transitando per piano Gaudolino, poi Vaquarro e infine all’auto. Prima di salutarci, ci concediamo una meritata birra al punto ristoro di Piano Visitone, animato da frotte di turisti e visitatori per il Ferragosto. Si chiude così una bella giornata trascorsa su una via tanto affascinante per l’ambiente quanto insidiosa per la qualità della roccia che richiede sensibilità e attenzione. Con Dario e compagni ci lasciamo con la promessa di ritrovarci nella prossima stagione invernale, quando il Pollino cambierà volto e ci offrirà un'altra occasione per condividere la montagna.





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