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domenica 31 maggio 2026

Pollino Via dei lupi +Variante bassa con salto scoperto e Patriarca

Finché c'è neve c'è speranza, e così il Pollino ancora una volta ci concede il piacere dell'ultima picozzata di stagione. Siamo infatti al 17 di maggio, e mentre la gente cerca il sole, noi continuiamo a litigare con la neve per non fare finire l'inverno. A primavera ormai molto inoltrata le uniche vie di neve sul Pollino rimaste ancora in vita sono la classica Via dei Lupi e la sua variante bassa, più tecnica ma da valutare in quanto il passaggio chiave, ovvero il salto sotto il grande pino loricato potrebbe essere scoperto. Insieme a Pasquale ci saranno due "new entry", Domenico da Lungro, suo compaesano e Costantino da Avellino che per la prima volta viene sul Pollino, un motivo in più per godersi questa giornata fino in fondo.



L’escursione infine si rivelerà un perfetto mix tra alpinismo, didattica e contemplazione, un’esperienza intensa e coinvolgente, capace di unire il piacere della salita alla scoperta e all’osservazione del paesaggio. Il nuovo compagno, alla sua prima uscita con noi, rimarrà profondamente affascinato innamorandosi fin da subito di questi luoghi. Anche il fatto di avergli fatto da cicerone tra sentieri, racconti e particolarità del posto, renderà tutto ancora più speciale. Una giornata bella e completa, fatta di salita, scoperta e meraviglia.



Il giro è di quelli che non si dimenticano. Si parte da Colle Impiso in direzione di Piano Vaquarro Alto, dove il Pollino appare all’improvviso maestoso, segnato ancora da alcune lingue di neve che resistono sulla parete nord. Alle nostre spalle, a fare da contraltare, domina imponente la mastodontica Serra del Prete, con la sua ondulata cresta ancora innevata e l’inconfondibile circo glaciale dalla caratteristica forma “a braccioli di poltrona”, che rende questo angolo di montagna ancora più suggestivo.



A Piano Toscano Costantino rimane completamente rapito dal paesaggio che ci circonda. I Piani che si distendono davanti a noi e le vette più alte del Pollino disposte a corona, regalano come sempre uno scenario di straordinaria bellezza. Se fosse arrivato qui qualche settimana fa, trovandolo ancora nella veste invernale, sarebbe stata davvero l’apoteosi.



La tappa successiva è la Grande Frana, dove il manto nevoso, rispetto a due settimane fa, è arretrato in modo evidente. Caschetti, ramponi e piccozze e siamo pronti ad attaccare le nostre vie. Prima di puntare sulla classica Via dei Lupi ci spingiamo un po’ oltre per verificare la variante, trovando conferma che il salto è ormai completamente scoperto. Pasquale e Domenico scelgono senza esitazione la via classica; io e Costantino, invece, ci portiamo alla base del salto per valutarlo da vicino.
















Decido di affrontarlo da solo, in libera e in dry tooling, invitando per prudenza il compagno a tornare sui suoi passi e a raggiungere gli altri due. Preferisco evitargli rischi inutili alla sua prima esperienza “polliniana”: oggi dev’essere soprattutto una giornata di festa. E in effetti l'ostacolo si rivela più ostico e impegnativo del previsto, richiedendo perizia, concentrazione e grande attenzione.















Così, dopo esserci riuniti alla sella dove le due vie si ricongiungono, riprendiamo la salita completando l’itinerario lungo l’ultima, elegante rampa nevosa che ci conduce fino alla cresta sud est. In vetta, dove comincia ad alzarsi un po’ di nebbia, ci concediamo la meritata pausa pranzo. Tra una chiacchiera e l’altra rischio perfino di dimenticare le piccozze alla base del pilastrino, quasi a testimoniare il clima rilassato e appagato di questa bella giornata.

I tre compagni sulla via dei Lupi classica



A questo punto, come si potrebbe negare al nostro ospite la visita al Patriarca, il monumento per eccellenza del Pollino? Scendiamo così lungo la via normale, per poi dirigerci verso la Serra del Pollinello, dove vegetano alcuni tra i pini loricati più maestosi del massiccio, come il “Broccolo”, che si stima abbia circa seicento anni. Vivi o ormai secchi, questi alberi emanano un fascino unico.

Proseguiamo insieme dalla sella tra le due varianti



Quelli ancora vivi raccontano la forza e la resistenza, esseri straordinari che hanno imparato a convivere con il gelo, con la neve e con il sole severo della montagna senza mai cedere. C’è in loro qualcosa di austero e nobile, quasi solenne. Eppure sono forse quelli secchi simili a relitti, con il loro aspetto quasi spettrale, a lasciare l’impressione più intensa. Il legno, modellato dagli anni e dal vento, sembra trasformarsi in una scultura naturale. Non trasmettono l’idea della fine, ma piuttosto della permanenza, come se il tempo li avesse consumati senza riuscire davvero a portarli via. Nel Parco Nazionale del Pollino sono i veri custodi di creste e silenzi, alberi che non si limitano a decorare il paesaggio, ma che ne definiscono l’essenza stessa.



Nel frattempo incontriamo anche qualche esemplare di Fritillaria montana nei pressi della dolina del Pollinello. Il fiore, dai petali violacei sfumati e dal caratteristico disegno a scacchiera, sembra quasi un piccolo capolavoro cesellato dalla natura. Sul Pollino fiorisce tra la primavera inoltrata e l’inizio dell’estate e, proprio per la sua eleganza e la relativa rarità, è uno degli incontri botanici più suggestivi che si possano fare lungo questi itinerari.





Da lì scendiamo al Patriarca, il simbolo per eccellenza del Pollino. Con i suoi circa 970 anni e il portamento imponente, domina incontrastato questo versante della montagna. È considerato uno dei pini loricati più antichi del Pollino e il più spettacolare in assoluto. Il tronco poderoso, modellato dal tempo e dagli agenti atmosferici, racconta quasi un millennio di stagioni trascorse tra neve, vento e sole. Solo Italus, che vegeta qualche chilometro più in là, può vantare un’età ancora superiore. Al cospetto del Patriarca viene spontaneo fermarsi in silenzio per ammirare quello che più che un albero è un maestoso e solenne monumento naturale.















Riprendiamo poi il cammino fino a raggiungere l’arioso pianoro di Gaudolino che ci accoglie con una distesa di fioriture che si apre davanti a noi come una straordinaria tavolozza di colori, mentre il roccioso versante occidentale del Monte Pollino chiude l’orizzonte con il suo profilo severo e inconfondibile.


















Devo dire che oggi la soddisfazione della salita si è intrecciata continuamente con il piacere della scoperta e con la bellezza di un luogo capace, ogni volta, di lasciare il segno. Vedere il nuovo compagno, alla sua prima uscita qui, lasciarsi conquistare da questi ambienti, condividere con lui il valore del percorso, i suoi silenzi e le sue meraviglie è stato particolarmente bello e gratificante.



L'escursione si conclude di sicuro con la stanchezza nelle gambe ma con la sensazione piena di aver vissuto qualcosa di autentico e speciale. Salutiamo definitivamente la stagione invernale, ma con la voglia di tornare quassù il prima possibile.




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sabato 16 maggio 2026

Monte Pollino Via alpinistica "Sofi" free solo

Dopo un mese di stop forzato a causa di un problema fisico, domenica 3 maggio riesco finalmente a rimettermi in movimento. Proprio come per la prima invernale di dicembre, vado in solitaria per affrontare di nuovo una via alpinistica sulla parete nord del Pollino. La giornata è soleggiata e arriva dopo alcuni giorni di tramontana, che hanno portato un deciso calo delle temperature, con minime notturne scese anche sotto lo zero. Condizioni ideali che dovrebbero garantire un discreto rigelo del manto nevoso.



Le premesse dunque per trovare buone condizioni nei canali esposti a nord sembrano esserci tutte, anche se la scelta definitiva dell’itinerario sarà fatta sul posto a vista. So per certo però che la Via dei Lupi e la sua variante bassa si presentano ben cariche di neve. L’obiettivo però, è riuscire a ripetere per la terza volta “Sofi”, già salita in due occasioni precedenti, ma sempre in cordata e assicurato. Si tratta di una linea più tecnica e impegnativa rispetto alle altre due, situata più a destra.



Pur sviluppandosi per meno di 100 metri, la linea è tutt’altro che banale e richiede attenzione, soprattutto se percorsa in solitaria e con le condizioni di fine stagione incontrate in parete. Con innevamento continuo la difficoltà può attestarsi intorno a AD+, 70°, III/2 (AI), mentre in presenza di tratti scoperti o misti il grado può aumentare in modo sensibile. Anche con un salto di circa 5 metri scoperto e in marcata esposizione, la valuterei comunque AD+. La pendenza degli ultimi metri può inoltre avvicinarsi alla verticalità, soprattutto se l’uscita si presenta sbarrata da una cornice.



Giunto a Colle Impiso, mi avvio lungo il sentiero mantenendo un ritmo costante e regolare, ascoltando il mio corpo senza forzare, evitando accelerazioni inutili in salita e concedendomi diverse pause. So che dovrò risparmiarmi il più possibile in vista dello strappo finale sulla via.



Ai piani alti di Vaquarro si apre davanti a me una scena dal sapore tipicamente bucolico. Il pianoro è popolato da diversi cavalli dal mantello baio, marrone con criniera scura, tra cui spicca una coppia formata da una giumenta e il suo puledro, mentre altri esemplari pascolano liberamente integrandosi perfettamente con l’ambiente circostante. L’equilibrio tra la natura aspra e selvaggia dei monti ancora innevati e la quieta dolcezza del pascolo restituisce perfettamente la bellezza incontaminata del Pollino nel periodo post invernale. Noto anche con piacere che sono state ripristinate alcune tabelle con colori più naturali, indicando distanze, tempi e dislivelli.



Proseguo attraversando il comodo ponticello sul Frido, gonfio d’acqua e carico di quel sentore di neve che lentamente si arrende alla stagione. Dopo aver incontrato un innevamento già abbondante all’altezza della Radura di Rummo, intorno ai 1700 metri, faccio il mio ingresso a Piano Toscano, immerso in una solitudine quasi irreale.




Il paesaggio, in questo luogo magico, riesce sempre a emozionarmi. Il cielo si presenta di un azzurro vivido, interrotto soltanto da qualche nuvola bianca e sfilacciata. Lo sguardo verso il Pollino viene catturato dal contrasto netto, quasi tagliente, tra il bianco abbagliante della neve, il grigio argenteo delle rocce e il blu profondo del cielo terso. Una scena che trasmette un forte senso di silenzio, solitudine e maestosità, tipico di quei momenti sospesi che precedono il disgelo completo. Con la macchina fotografica provo a zoomare su “Sofi” e noto che la via appare continua, interrotta soltanto da un salto scoperto di un paio di metri circa a metà percorso. Nel complesso, però, la situazione mi sembra del tutto gestibile.




Dopo una pausa riparto, risalendo il pendio boscoso sulla destra in direzione Grande Frana. In alcuni punti la neve supera abbondantemente il metro di spessore, ma si presenta compatta e portante, consentendomi di avanzare senza sprofondare. All’uscita dal bosco, prima di entrare nel circo glaciale, calzo i ramponi perché adesso le pendenze iniziano ad accentuarsi sensibilmente. Poco prima dell’attacco, sotto una parete rocciosa, ripongo il bastoncino e preparo le piccozze. Nel frattempo riesco ad immortalare anche un'aquila reale (si nota in alto a sinistra della foto) mentre plana maestosa ed elegante sulle pareti rocciose sottostanti.




Parto così risalendo una prima rampa nevosa a 60° che introduce una stretta colata di ghiaccio vivo di diversi metri a 75°, che rappresenta il passaggio chiave della via. Superato il salto, la pendenza si addolcisce leggermente fino ad una seconda colatina a 65°superata la quale raggiungo una paretina, dove lo scioglimento ha creato un piccolo crepaccio tra la neve e la roccia, da scavalcare e portarmi all’interno in una posizione più sicura.













Qui la via cambia direzione verso sud, ma per quattro o cinque metri si presenta completamente scoperta e in forte esposizione. Bisogna fare presa con le piccozze, cercando appoggi tra ciuffi d'erba, terra e piccoli punti di consistenza. In questo tratto vietato sbagliare. Ogni tanto, un po’ di "herbatooling" non guasta.” Superato questo tratto insidioso, punto deciso verso l’uscita risalendo una rampa nevosa con inclinazione sostenuta, fino a raggiungere la bella cornice sommitale. Dopo una quindicina di metri lungo una crestina meno ripida, esco definitivamente dalle difficoltà. Nel frattempo il vento aumenta sensibilmente d’intensità accompagnandomi lungo terreni ormai più tranquilli fino al pilastrino di vetta, tra rocce, neve e ginepri.



Dopo una visita al nevaio del Pollino, il più meridionale d’Europa, decido di scendere lungo la via normale, sul versante sud ovest, dove ormai la neve è alle ultime battute. Anche la dolina del Pollinello, infatti, si trova in una fase di disgelo avanzato. Oggi voglio respirare il tipico profumo di primavera del Pollino: un profumo di transizione, di soglia, in cui le ultime tracce d’inverno ancora resistono, mentre la primavera avanza con la fragranza della terra e dell’erba umida che riaffiorano.



Devo dire, però, che lungo la discesa sul "Sentiero del Pollino", fino a Gaudolino e poi oltre la sorgente di Spezzavummola, ho ritrovato ancora tanta neve. In ogni caso i teneri crochi dei pianori e i piccoli fiori alpini, con la loro dolcezza discreta, quasi timida, mi suggeriscono che 'forse" è arrivato il momento di salutare, per quest’anno, una stagione invernale sul Pollino generosa e appagante.



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