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domenica 19 aprile 2026

Colle della Scala Timpa del Principe Costa la Verna P.sso Marcellino Serra

L’escursione in programma per sabato 4 aprile con il CAI Castrovillari ha avuto un parto difficile. Già rinviata due volte per mancanza di condizioni, è stata ostacolata successivamente da ulteriori eventi meteorologici estremi. Infatti, dopo il passaggio di "Pedro", la penisola è stata investita in sequenza dai cicloni polari “Deborah” ed “Erminio”, sistemi depressionari di eccezionale intensità che, tra il 26 marzo e il 2 aprile, hanno trasformato il territorio in un vero e proprio campo di battaglia meteorologico, portando abbondanti nevicate fino alle quote di alta collina.




L’escursione nasce con l’obiettivo di raggiungere in modalità alpinistica la Manfriana Orientale, vetta iconica del Parco del Pollino, rinomata per la combinazione unica di fattori paesaggistici, geografici e storici che la rendono davvero speciale. Avremmo percorso parte della cosiddetta "Via dell’Infinito", una delle creste più scenografiche ed eleganti dell’intero Appennino, capace di regalare panorami vastissimi. Nelle giornate limpide, l’apertura visiva spazia dallo Jonio al Tirreno, abbracciando il Dolcedorme, Serra delle Ciavole, Crispo e il settore delle Timpe, evocando un intenso senso di isolamento e maestosità tipico dell’Appennino più autentico.




Il gruppo di intrepidi è composto da sei escursionisti del CAI Castrovillari, a cui si unisce Alessandro, proveniente dalla sezione di Catanzaro. Dopo un breve briefing presso la località di partenza Colle San Martino, lungo la strada che conduce a Colle Marcione, ci avviamo in direzione di Colle della Scala. La giornata si presenta moderatamente ventosa, ma non particolarmente fredda.




Accompagnati da scenografiche nubi lenticolari generate dai forti venti in quota, affrontiamo la prima ripida rampa rocciosa ed erbosa lungo quella che è conosciuta come "Salita Rascio", completamente sgombra da neve. Quest’ultima compare in modo abbondante già a partire dai 1500 metri circa. Alle nostre spalle si pone in bella evidenza il Sellaro con il Golfo di Sibari, illuminato da timidi raggi di sole offuscati da sottili cirri increspati che completa un quadro paesaggistico di grande suggestione. Crea stupore anche l'inusuale scenario delle Timpe di San Lorenzo e la Falconara innevate.




Con difficoltà, avanzando su neve alta e farinosa, raggiungiamo le due cime di Timpa del Principe. Dai 1741 metri della vetta principale si apre davanti a noi uno scenario incredibile sulla lunga cresta frastagliata e innevata che ci attende. Da questo punto il paesaggio smette di essere semplicemente bello per assumere contorni quasi irreali. Questa “spina dorsale” sospesa nel vuoto sembra non avere fine, trasformandosi in una linea pura e continua tracciata nella neve. La stessa cresta che d’estate invita al cammino, d’inverno appare tagliente e inaccessibile, trasmettendo rispetto, se non addirittura timore.




In lontananza svetta, isolata, la Manfriana Orientale, che sembra invitarci esercitando su di noi un fascino quasi magnetico. Ma la neve è tanta, troppa. Superata Timpa del Principe, dobbiamo scendere di quota per raggiungere l’omonimo passo e puntare verso il successivo ostacolo, le due piccole e appuntite cime di Costa la Verna. Con non poca difficoltà raggiungiamo il primo culmine, a quota 1746 metri, e subito dopo aggiriamo la seconda cima di 1782 metri, sul versante sud, affrontando un affannoso traverso.




A tratti, dalla neve alta affiorano i cavi in acciaio delle teleferiche utilizzate negli anni ’30 del secolo scorso dalla Ruheping, la compagnia italo tedesca legata allo sfruttamento forestale, particolarmente impattante sull’ambiente del Pollino. Nel frattempo osserviamo le eleganti cornici di neve che orlano le creste, mentre iniziano a comparire anche i primi pini loricati, abbarbicati negli anfratti rocciosi esposti a nord.


















Dopo ben quattro ore e mezza di lotta nella neve alta, raggiungiamo il Passo Marcellino Serra. A questo punto, il tempo impiegato è troppo per pensare di affrontare la non banale e ancora lunga salita verso la Manfriana, seguita dalla successiva discesa nuovamente al Passo.




Riuniti in cerchio, dopo un breve consulto, decidiamo di rinunciare. Non è una sconfitta, ma una scelta ponderata, dettata dalla capacità di leggere correttamente la montagna. Va considerato, infatti, anche il lungo e delicato rientro inizialmente lungo un ripido canalone, affrontato “dritto per dritto” e colmato da uno strato di neve di un metro e mezzo ma anche due, e successivamente lungo la pista della Fagosa fino a Colle San Martino.




Durante il rientro attraversiamo il pittoresco Piano di Ratto, punteggiato dai primi teneri e vivaci crochi spuntati dopo lo scioglimento della neve, insieme alle tracce di un lupo transitato nei giorni precedenti. Sebbene la rinuncia alla Manfriana lasci un leggero amaro in bocca, i panorami e gli scenari spettacolari vissuti lungo uno dei percorsi di cresta più belli, arditi e aerei dell’Appennino, nella sua veste invernale, ci hanno ampiamente ripagato di tutto. La vetta aspetterà...




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domenica 29 marzo 2026

Monte Alpi Via del Corvo e vetta di Pizzo Falcone

La primavera astronomica quest'anno inizia inaspettatamente all'insegna del freddo accompagnata da copiose nevicate anche a quote medio basse azzerando il quadro delle condizioni nivologiche degli itinerari alpinistici. E allora non resta che dire: "benvenuto inverno". Così domenica 22 marzo, giornata grigia e fredda che non ha nulla a che vedere appunto con la primavera, portiamo a casa un'altra bella uscita sui monti del Pollino.













Tra i vari settori montuosi troviamo il giusto compromesso optando per il monte Alpi, che presenta un innevamento in proporzione più contenuto rispetto ai rilievi più elevati. E tra i suoi innumerevoli itinerari scegliamo la via del Corvo, forse l'unica della parete nord del Santa Croce che può garantire una godibile progressione con piccozza e ramponi risparmiandoci una penosa e inutile ravanata su neve alta e farinosa.



Mentre procediamo, la via si presenta infatti con uno strato di circa quindici centimetri di neve fresca che ricopre quella vecchia, più compatta e portante. Le vie più tecniche della parete per contro, paiono ad occhio molto magre e ricoperte da neve inconsistente, quindi impraticabili.



Partenza molto presto dal Tellus Mater che raggiungiamo senza problemi visto che con nostra sorpresa la strada è completamente libera. Il tratto più ostico risulta il costone che dalla Neviera risale e costeggia l'omonimo Fosso. Troviamo neve assolutamente inconsistente che ricopre sfasciumi e blocchi insidiosi che richiede una buona lettura del terreno, prima nell'intrico dei faggi e poi nel delicato traverso inclinato che ci porta fino all'attacco destro della via del Corvo. Poco più in alto vi è quello originale che però in sostanza non cambia niente.



La via logica e lineare corre lungo una fascia rocciosa costellata di stalattiti e candelotti di ghiaccio che separa l'anfiteatro della Neviera dalla parete nord e raggiunge in direttissima la Timpa del Corvo quotata 1880 m. ma che su diverse mappe non è nominata.



L’uscita tecnica in corrispondenza di una parete rocciosa sommitale è impraticabile e poco proteggibile. Vi è roccia affiorante con copertura discontinua di neve sottile, instabile e ghiacciolino effimero. Non ci resta che continuare a seguire la rampa nevosa fino in cresta.



Invece di dirigerci poi a sinistra verso il Santa Croce puntiamo stavolta su Pizzo Falcone che con i suoi 1900 m tondi è la vetta più elevata del Monte Alpi. Dopo essere scesi alla sella che separa le due cime affrontiamo la cresta aerea ed elegante che ci conduce direttamente in vetta. Il cielo è coperto da nuvole dense e grigie, creando un’atmosfera fredda e austera mentre la luce è diffusa, senza ombre nette. La temperatura stimata è di qualche grado sottozero.



Procedendo sulla neve dura spazzata dal vento nel primo tratto raggiungiamo in breve la vetta dove compare un omino di pietra ricoperto da neve soffice. Inutile sottolineare come questa montagna isolata regala panorami mozzafiato in tutte le direzioni anche se i monti in lontananza appaiono sfumati, quasi dissolti in tonalità bluastre e grigie.



Scendendo lungo il versante nord ovest sottovento vi sono accumuli notevoli di neve pesante che crea il tipico e fastidioso zoccolo sotto i ramponi. Entrati in faggeta andiamo ad intercettare la testata di un canale che presenta alcuni salti ripidi da disarrampicare faccia a monte, davvero interessante se si dovesse fare in risalita. Potrebbe essere oggetto di un futuro sopralluogo, ma vista la quota e lo sviluppo all'interno del bosco potrebbe essere difficile che vada in condizione.



Al termine seguendo a ritroso il sentiero del Belvedere di Monte Alpi, oltrepassati due bivi ci ricolleghiamo al sentiero di partenza fino al rifugio dove ci aspetta l'auto a chiudere questo bellissimo e inedito anello.








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