Forra del Galatro tredici anni dopo. All’epoca
promisi a me stesso di non tornarci più a causa della notevole quantità di
spazzatura presente nell'ultima parte della gola, nel tratto che passa sotto il
ponte dei Colombi. I giorni seguenti denunciai con
fermezza quello scempio perpetrato da anni presso i due comuni interessati, Lungro
e Acquaformosa, nel tentativo di smuovere in qualche modo le coscienze, ma non
ottenni nessun risultato. Le due amministrazioni fecero semplicemente
scaricabarile sulle responsabilità solo perché il Galatro segna il confine tra
i due comuni e quindi nessuno volle farsi carico del problema. Ad oggi non è
cambiato assolutamente niente.

Appresi
in seguito che anche Michele Angileri, il numero uno del canyoning del sud
Italia, durante la prima discesa avvenuta sette anni prima, giunto in quel
punto rinunciò a proseguire perché non ne ebbe il coraggio. Da questo deduco che
dovrei essere l'unico ad aver percorso integralmente la forra del Galatro due volte.Da
precisare che il canyon per l'85% è pulito, ed è straordinariamente bello e
selvaggio, soprattutto la parte finale, proprio quella interessata dall’inquinamento,
nel punto in cui si inforra in uno stretto ed oscuro canyon dai salti verticali
e levigati. Purtroppo alcuni possiedono una atavico e sadico piacere nel violentare
luoghi inaccessibili trasformandoli in discariche ed immondezzai. In tutta la
loro bassezza e squallida ignoranza pensano:”tanto li sotto chi ci andrà mai?”.

I
locali lo chiamano “Ka Honi, che in arberesh significa “presso il burrone”, ma
non è che il burrone della vergogna che i due comuni, l'Ente Parco, la regione
e le autorità interessate devono inevitabilmente accollarsi. Auspico che il
tratto finale del Galatro che tengo a precisare, fa parte del Parco Nazionale
del Pollino a pieno titolo possa essere bonificato e recuperato al più presto
riacquistando l'antico splendore che merita.Dunque perché ci sono tornato?
Semplicemente perché invogliato dall’ amico e socio Pasquale, compagno di millefatiche che è proprio di Lungro. Lo avrei accompagnato in un'avventura di
gran pregio praticamente a casa sua. Talmente determinato che qualche giorno
prima si era anche avventurato nel fondo della gola sotto il Ponte dei Colombi per
trovare una via di fuga nell'eventualità di interrompere la discesa prima del
tratto inquinato dalla spazzatura.

Dopo
aver lasciato la mia auto presso il ponte, che ci servirà all'uscita, con la
sua raggiungiamo velocemente la località Mommurro, qualche chilometro a monte dell'incantevole
borgo percorrendo una strada panoramica immersa nel giallo delle ginestre. Nei
pressi di un cancello dove ci fermiamo parte una sterrata che ci avvicina al
greto del fiume.

La
prima volta invece entrammo dal versante di Acquaformosa e fu una mezza odissea
perché non riuscimmo a trovare una fantomatica fontana dei Comunisti indicata
in una vecchia guida quale località di partenza per scendere nella gola. Così errammo
per un paio d'ore sotto un sole cocente, con i tafani famelici che ci tormentavano
procedendo a volte nella macchia, a volte attraversando campi coltivati prima
di trovare l'ingresso. In ogni caso anche l'avvicinamento dal versante lungrese
non è stato proprio comodo e scontato.


Dopo
esserci avviati su sentiero segnato intersechiamo infatti un torrentello
fangoso e invaso dai rovi percorrendone un tratto, ma ci accorgiamo presto che
non è il Galatro ma un suo piccolo affluente. Usciamo di nuovo fuori e con
l'aiuto della traccia GPS individuiamo finalmente il vallone principale. Aimé, prima
di raggiungerlo ci infraschiamo in una fitta e intricata macchia di ginestre, rovi
e roverelle. Solo dopo essere tornati sui nostri passi e con pazienza
effettuato un complicato aggiramento riusciamo finalmente a mettere piede sul greto
del fiume. Nel mentre, Pasquale incontra anche un piccolo capriolo che i locali
in arberesh chiamano Kazamite. Naturalmente il piccolo ungulato si dilegua
velocemente in men che non si dica perdendosi nella fitta vegetazione.

Nella
prima parte del fiume vi è scorrimento di acqua che più a valle scompare per permeabilizzazione,
fenomeno tipico degli ambienti calcarei. La roccia in questo punto è levigata e
scivolosissima ed io credo di non aver operato la scelta giusta degli
scarponcini. Sapendo a cosa sarei andato incontro alla fine della discesa avrei
calzato le mie vecchie scarpe da escursionismo della La Sportiva ormai a fine
vita per sbarazzarmene a termine escursione. In ogni caso dopo un paio di infelici
scivoloni prendo le contromisure facendo attenzione ad ogni passo almeno fino a
che l’acqua non sarebbe scomparsa per proseguire sull'asciutto.Per comodità di
esposizione ho pensato di suddividere il percorso in alcuni settori distinti in
base alla morfologia e ad alcune caratteristiche peculiari riscontrate. Per
sommi capi vi è “l'Ingresso”, il tratto appena descritto in cui si
cammina in acqua e dove scende anche una graziosa cascata di alcuni metri di
altezza, probabilmente l'unica del torrente. Successivamente allorchè l'acqua si
infiltra al di sotto del letto del fiume iniziano “I primi salti”, uno
dei quali di una quindicina di metri.



Dopo
si accede nella zona delle “Piccole pozze”, uno stretto canyon molto suggestivo
dalla roccia levigata. Le pozze, concave, strette e un po’profonde, raccolgono
acqua piovana che ristagna per molto tempo, emanando un odore sgradevole di
materiale marcescente, foglie, rametti e sterpi vari. Subito a seguire compare
l’ansa della "Grande Pozza”, simile alle precedenti ma più grande e
profonda. A vederla dall’alto il socio che non sa nuotare ha un attimo di
smarrimento. Prima di calarlo, con una certa apprensione mi dice:”dove ci vediamo,
in paradiso o all'inferno?” Era palese a vista che la pozza non poteva essere
più profonda di un metro e mezzo ma vai a convincere chi ha la fobia dell'acqua.
E' un tratto davvero suggestivo immerso in una cornice di vegetazione
lussureggiante che ci impegna in manovre di corda articolate e molto divertenti.


Durante
le calate utilizziamo una corda da 20 m. e una da 60 in base all'altezza dei
salti applicando tecniche miste di torrentismo e alpinismo, tipo discensore con
piastrina e Machard, discensore a otto in due combinazioni diverse ma non
utilizzando il nodo tampone perché trattandosi di una forra asciutta con rocce a
volte spigolose, alla base delle soste questi si sarebbe potuto incastrare durante
il recupero della corda.



Dopo
questo settore abbastanza impegnativo vi è il “Tratto intermedio”, più
tranquillo dei precedenti, che ci permette di rifiatare dove alla camminata si alternano
brevi salti, alcuni disarrampicabili, altri da calarsi con la 20 metri su un
solo punto di sosta. Raggiungiamo poi una piccola radura in cui tredici anni fa
con il piantaspit attrezzammo uno spit per permetterci di calarci lungo il
salto successivo. Qui’ sostiamo per rifocillarci e anche perché comincia ad
affiorare un po’ di stanchezza.


Il
salto che segue immette in una specie di tunnel provocato probabilmente da uno
smottamento di rocce accatastate, tronchi, terriccio e quant’altro. Il tratto
l’ho denominato “Dal tunnel alla clessidra”. Più in basso vi è infatti
un salto di cinque metri che con molta attenzione potrebbe essere disarrampicato,
ma per non rischiare cerchiamo un qualcosa dove attrezzare una doppia che però
non si trova. Dopo un'attenta perlustrazione noto una bella clessidra di
calcite di lato un piccolo grottino, formatasi per stillicidio. Che fortuna!!Cordino
da abbandono, maglia rapida e via. D'ora in avanti ci attende una serie di
salti senza soluzione di continuità.


Giungiamo
così sotto il ponte dei Colombi, la parte più impegnativa, tecnica ed
adrenalinica del percorso incontrando il primo pauroso salto della stretta “Forra
oscura”. Qui’ sembra veramente di scendere nelle profondità degli inferi. Anche
la luce del sole fa veramente fatica a penetrare, tanto da rendere il luogo
estremamente buio e tenebroso anche quando il sole splende alto nel cielo. Ecco
l’imprevisto proprio ad uno dei salti più impegnativi. La sosta semplicemente
non c'è. Pasquale vistosamente agitato prova a guardare dappertutto ma niente, la
sosta non esiste più. Ricordavo che era attrezzata sul lato sinistro e
purtroppo constatiamo che uno smottamento l'ha cancellata.

Ci
sono grossi massi sparpagliati e un albero in alto a destra a dieci metri dal
punto di calata. Il socio vorrebbe usarlo per la doppia ma c'è un problema. La
verticale è di venti metri e a seguire vi è un altro salto di sei, sette metri.
Doppiando la corda da 60 m. sul tronco non arriveremmo a chiudere i due salti. Dobbiamo
forza maggiore trovare un bel masso stabile e sicuro più vicino possibile al
punto di calata.Dopo aver testato la stabilità di alcuni massi ne troviamo uno
che fa al caso nostro. Per motivi di sicurezza scelgo di non usare cordini di
abbandono in nylon ma sacrifico un anello di dynema di due metri con maglia
rapida che integro ad una fettuccia che fuoriesce dal terreno proprio in quel
punto e che pare davvero robusta. In tal modo riusciamo egregiamente a toglierci
da questo impaccio ed effettuiamo le calate con serenità.
Subito
dopo compare l'odiata spazzatura che al secondo salto si presenta come una
specie di poltiglia ammassata e compressa proprio sulla verticale di calata. Una
sorta di materiale misto tra rifiuti inglobati da sterpaglia ed altra roba che si
riversa sul bordo iniziale del salto. Per evitare problemi, ultimamente è stato
montato un deviatore. Dopo aver valutato bene la condizione del salto noi però decidiamo
di non servircene. Pare che la spazzatura non impedisca una calata fluida, anche
se purtroppo, durante la manovra non riusciamo ad evitare il contatto con quella
robaccia. Più giù incontriamo il terzo dei salti più importanti che rispetto al
precedente è più pulito. Nei pressi della forra,prima del ponte persero anche la vita due ragazzi in un incidente stradale.


Dopo
questa fase adrenalinica continuiamo la progressione giungendo agli “Ultimi
salti”, meno impegnativi ma invasi anch’essi da spazzatura. Sulle nostre teste pende da anni anche la carcassa di
una vecchia auto incastrata.Durante una
calata dobbiamo stare attenti ad un rottame arrugginito addossato alla sosta. Ferirsi
in questo punto non sarebbe una cosa piacevole. In uno successivo attrezziamo
la doppia in un tubo metallico incastrato nel terreno. Si va avanti ad oltranza
fino al termine di tutti i salti. Gli ultimi metri sono tranquilli ma invasi
oltre che dei soliti rifiuti con i quali abbiamo convissuto, anche di
fastidiosi rovi, ma il tratto è breve. Siamo finalmente all”Uscita”.

Risalendo
infine una piccola pendice compare il vertiginoso ponte dei Colombi, lassù
molto in alto avvolto da una rigogliosa foresta. Pochi passi e incrociamo il
sentiero che in forte pendenza ci porterà sulla rotabile dov'è parcheggiata l'auto.
Ne usciamo provati e mezzi infangati dalla testa ai piedi, materiali e zaini
compresi. Ci toccherà infine lavare e disinfettare tutto. Ce lo aspettavamo ma
in ogni caso quest’immersione totale nella natura (e alla fine anche nella
spazzatura aimé) è stata una bella e indimenticabile esperienza. Il forte
contrasto tra i luoghi non frequentati dall'uomo con quelli dove l'inciviltà
regna sovrana è stato qui’ molto evidente. E allora alla prossima? Probabile, ma
stavolta soltanto se avranno ripulito il Galatro da quel lerciume, e prometto
ci andrò molto volentieri.
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