Tutte le guide del Pollino sulla scalata alla Montea riportano quanto segue:”…da evitare accuratamente in caso di maltempo e soprattutto di nebbia per il pericolo,durante la discesa,di impegnare un costone sbagliato e ritrovarsi su rocce molto esposte,completamente fuori strada.” (Sui sentieri dell’Orsomarso – ed. Il Coscile di Francesco Bevilaqua).
Ma per quattro intrepidi e affiatati compagni di cordata, la nebbia non fa altro che accrescere il fascino e il mistero di questa montagna incantata realizzando una bella avventura. Dunque,dove osano le aquile. Uno del gruppo, additando la nebbia che cominciava ad avvolgerci durante l’ascensione lungo il costane Ovest (vedi il post precedente) avrebbe detto:”A noi lupi del Pollino niente ci fa paura!”.
-“Vuoi dire Aquile del Pollino.” ho ribattuto.
-“I lupi camminano……le aquile volano!!”.
Siamo in quattro: io, Max, il “Falco”e Gigi che esordisce sulla Montea. Inizialmente un po’ preoccupato e disorientato per via della nebbia ma in mezzo a noi stava davvero in una gabbia di ferro.
Il progetto era quello di fare una cosa grande:l’attraversata integrale della Montea da Ovest ad Est partendo dal Passo dello Scalone fino alla fontana di Cornìa in un percorso di cresta mozzafiato. Peccato che la nebbia ci abbia impedito ogni sublime visione. In compenso era come trovarsi fuori dal tempo e dallo spazio,rapiti in una dimensione irreale,in mezzo ai pini loricati,creature evanescenti di un mondo preistorico,mentre le rocce dalle forme bizzarre emergevano e scomparivano nel biancore intorno a noi. Che bello inoltre giocare con uno scoiattolo nero che si burlava di noi mentre saltellava fra i rami di un loricato.
Quale contrasto uscire poi da quel paesaggio lunare dominato dalla nebbia discendendo l’ultimo costone e ritrovarsi proiettati in un altro mondo,una autentica esplosione di colori del bosco sottostante in una infinità di tonalità di verde,rosso fuoco,arancio,giallo;l’autunno in festa. Ed infine fotografando cespi di ciclamini e tronchi avvolti dal muschio, che meraviglia ritrovarsi davanti lo spettacolo del mare che,sfolgorante all’orizzonte appariva e scompariva incastonato in una cornice di monti e di scure nubi di un cielo cangiante.
Ben 9 ore è durata l’attraversata,ma la soddisfazione non ti fa sentire la stanchezza.
Ci rinfranchiamo con una fumante cioccolata calda consumata al solito bar della piazzetta di S.Agata d’Esaro,quattro chiacchiere col gestore del bar che non tradisce di certo la sua soddisfazione nel vedere come la “sua” Montea ci piace davvero. La ripromessa infine,di fare un giorno una bella scalata insieme.
Quello di ieri è stato un “cappotto”tremendo,un 4 a 0 subito in casa dal meteo che ha rispedito me e altri 16 intrepidi indietro a casa,motivati più che mai ad effettuare la difficile scalata alla Montea per la “direttissima”.Ad un tiro di schioppo dal Passo del Faghittello il boato dei fulmini e poi la furia della pioggia ci ha letteralmente infradiciati fino all’osso,e addio Montea (per ora).Qualcuno del gruppo si è consolato con il ritrovamento di alcuni funghi porcini e la storia si chiude qui. Sarà per la prossima volta; vedrò di recuperare l’escursione alla prossima data utile.
Per la cronacaho la possibilità di esporre ugualmente il resoconto di questa ascensione perché realizzata la settimana precedente con Dino come esplorativa. La Montea è la regina dei Monti d’Orsomarso,di difficile scalata ma con un fascino straordinario. La“Direttissima Ovest” è un’esperienza dura per via del notevole dislivello da colmare lungo un itinerario che non dà tregua,dolce all’inizio e sempre più ripido man mano si sale ,fino ad affrontare le rampe finali della cresta Ovest.
Si inizia dalla località Renazzo e subito dopo si procede nell’alveo asciutto del fiume Esaro,conosciuto e usato sin dal tempo dei Greci per il collegamento Jonio-Tirreno.L’Esaro ha due rami sorgentizi separati dal Monte Faghittello.Il ramo in destra orografica è uno spettacolare canyion la cui discesa è realizzabile soltanto con attrezzatura alpinistica,quello di sinistra è accessibile e porta dopo pochi minuti a tre sistemi di splendide cascate miste a stupende marmitte. Le cascate si possono risalire sulla sponda sinistra lungo una traccia di sentiero molto ripida per poi calarsi in corda doppia.
Lungo il sentiero che conduce dapprima al Passo del Faghittello e successivamente alla Melara abbiamo la possibilità di rinvenire un piccolo esemplare di “Salamandrina dagli occhiali”. Si tratta di un Anfibio di interesse comunitario, indicatore di ambienti con un buon grado di naturalità. E' attiva esclusivamente in condizioni di elevata umidità, spesso di notte o nelle giornate uggiose. Se disturbata solleva la coda e le zampe mostrando il vivace colore rosso delle parti ventrali, per disorientare i predatori.
Notiamo che il percorso è sufficientemente segnalato con spezzoni di nastro bianco-rosso ma noi,ugualmente integriamo con nastro isolante bianco. Giungiamo dopo una serie di tornanti a ridosso del Passo del Faghittello e qui comincia a comparire il cavo d’acciaio della vecchia teleferica appartenente alla Rueping,vestigia di archeologia industriale. Basterà seguirlo per rinvenire una prima puleggia metallica. Più in alto al Passo della Melara la stazione della teleferica in buone condizioni.
Il comune di Saracena e questa ditta tedesca, la Rueping S.P.A., stipularono un contratto, nell'agosto del 1910, col quale veniva concesso alla ditta lo sfruttamento delle risorse boschive per almeno un ventennio. In un primo tempo furono interessate le zone montane di Saracena e, successivamente anche quelle di Lungro, Acquaformosa, Firmo, Morano Calabro, Mormanno, S. Donato di Ninea, San Sosti e Verbicaro.
Scrive Carmelo Migliocco in La faggeta nelle montagne calabresi: " Nel volgere di tal lasso di tempo, più precisamente dal1911 al1933, furono tagliate all'incirca 100.000 piante di faggio, risparmiando soltanto un centinaio di matricine per ettaro."
Anche se da un lato creava occupazione ( vi lavoravano circa 600 persone), dall'altra si è proceduto ad un taglio indiscriminato del bosco, come si può rilevare dai dati sopra riportati. Naturalmente per il trasporto dei tronchi di faggio vennero realizzati tracciati ferroviari e funicolari che si possono rinvenire praticamente in tutto il territorio del Pollino.
Il Passo della Melara è un crocevia importante per l’ascensione a tutte le vette del gruppo della Montea: Monte Petricelle,Faghittello,La Caccia,Serra Croce,Cannittello,La Castelluccia e Montea appunto.
Da Renazzo alla Melara abbiamo impiegato 3 ore circa. La stanchezza si fa sentire ma bisogna rompere gli indugi e affrontare il costone che si stacca sulla nostra destra. Dopo un primo tratto abbastanza “tranquillo”affrontiamo di petto una prima rampa molto ripida e insidiosa;a tratti bisogna carponare. Più su usciamo allo scoperto tra i pini loricati e attacchiamo una seconda rampa tra le rocce fino a guadagnare un’anticima dalla quale si staglia il versante Ovest della Montea .Panorama mozzafiato in tutte le direzioni.
Un saliscendi e siamo su una seconda anticima. Nel frattempo nuvole minacciose si avvicinano da sud e mentre cominciano a coprire il territorio circostante sembrano risparmiare la nostra zona. Così sarà fino in vetta. Si sale ancora sul filo di pareti precipiti alla nostra sinistra,sono i paurosi canaloni Ovest e Nord che convergono in cima. Saranno la nostra meta il prossimo inverno quando ricoperti di ghiaccio li affronteremo con ramponi e piccozze.
Un ultimo sforzo e dopo quattro ore e mezza di dura salita e 1231 m. di dislivello colmato siamo sulla vera cima di Montea a 1825 m. L’altra cima,quella col pilastrino in ferro dell’IGM sorge più ad Est a tre quarti d’ora di cammino. Il bosco tra le due cime ha già assunto la tipica colorazione autunnale. Stanchi ma soddisfatti dell’ennesima impresa consumiamo il nostro pranzo frugale mentre allietiamo i nostri occhi di paesaggi sconfinati in tutte le direzioni. Questi è senza dubbio il territorio più aspro e selvaggio del Parco del Pollino,a scarso indice di antropizzazione e forse è l’unica montagna dalla quale tutt’intorno non si notano tracce di civiltà e dell’uomo….Se di civiltà possiamo parlare.
Già,il Monte Rosa,uno straordinario massiccio delle Alpi Pennine fra Svizzera e Italia famoso per i suoi numerosi4000 che lo compongono,21 per l’esattezza,ben 10 ghiacciai e 7 valli. All'alba e al tramonto le sue cime svettano tinte di rosa, tuttavia il suo nome deriva dal termine rouese o " rouja ", che in “patois”(un antico idioma parlato in Valle d'Aosta) significa ghiacciaio. Questa è stata la meta di una mia rapida uscita sulle Alpi,una due giorni intensa e suggestiva.
Due 4000 in due giorni. Partenza da Cervinia in funivia per raggiungere il Rif. Guide del Cervino a 3500 m. di quota. Attraverso le piste da sci del Plateau Rosa tra un nuvolo di sciatori raggiungiamo il Grande ghiacciaio di Verra che dovremmo attraversare interamente per raggiungere l’attacco alla punta Polluce,un po’ snobbata ma ,vi assicuro divertente e varia per i suoi passaggi su roccia e corde fisse. Magnifico il colpo d’occhio sui Lyskamm che si coglie dalla sua vetta di ghiaccio posta a 4091 m.
Discesa verso il Rifugio “Guide d’Ayas” a 3420 m. per un’ottima cena e un meritato riposo. Il giorno appresso partenza alle prime luci dell’alba risalendo il ghiacciaio a ritroso verso il Breithorn Occ. (4146 m.).Dicono sia il 4000 più facile ma si tratta comunque di un 4000 e per chi come me proviene dal livello del mare e senza possibilità di acclimatarsi è pur sempre un 4000.
Spettacolare la veduta dalla sua cima,che a 360 gradi offre grandiosi visioni su tutto il massiccio del Rosa,sulle Alpi svizzere ,sul Cervino e i suoi satelliti e più in la sul Gruppo del Monte Bianco e Gran Paradiso. Indescrivibile colpo d’occhio da lasciare senza fiato. Facendoci largo tra la moltitudine di scalatori sopraggiunti,discendiamo verso il lato opposto percorrendo una adrenalinica e affilatissima crestina. Passo fermo e senso dell’equilibrio indispensabili durante l’attraversamento.La discesa in funivia verso Cervinia è purtroppo funestata dalla notizia della morte di un alpinista francese avvenuta qualche ora prima in discesa dal Cervino. La montagna è anche questo!!
Di seguito le foto di alcuni passaggi chiave delle due ascensioni.
Il Breithorn Occidentale 4164 m. Fantastica Cresta del Rosa I "Gemelli":Polluce e Castore Il Castore 4228 m. Il Polluce dal Rif. Guide d'Ayas Cresta rocciosa del Polluce Corde fisse A forza di braccia... La Val d'Ayas I Lyskamm Canaponi sulla cresta rocciosa.....che fatica!! Il Crinale del Polluce Ci siamo quasi... In cima a Punta Polluce 4091 m. Il Rifugio "Guide d'Ayas" 3420 m. Partenza dal rifugio Alba sul Ghiacciaio di Verra Il Roccia Nera Verso il Breithorn La faticosa ascesa al Breithorn Il Cervino Sulla cresta del Breithorn Zermatt e le Alpi svizzere
Un gradito ritorno dopo circa 5 anni alla montagna d’eccellenza dei Monti d’Orsomarso,il “Cozzo del Pellegrino”che con i suoi 1987 m. svetta a guardia della Valle dell’Abatemarco verso il Mar Tirreno. Spettacolare il panorama che si gode dalla sua vetta:la vista contemporanea dei due mari della Calabria,lo Ionio e il Tirreno e poi disposti a corona,quasi tutte le vette del Pollino,da Est in senso antiorario,il Sellaro,il gruppo del Pollino con il Dolcedorme che si innalza su tutti,Monte Alpi e il Sirino,il Palanuda e le Valli dell’Argentino e Abatemarco ed infine chiude il cerchio il gruppo della Mula con uno spicchio di Montea al margine e la Sila lontana.
Miei compagni di viaggio,Vincenzo e Marco che mi hanno proposto questa uscita.Il giorno dopo avrebbero proseguito verso la Mula pernottando in tenda e più a sud sarebbero saliti sulla Serra Scodellaro per ammirare la Montea in tutto il suo splendore.
Porta d’accesso a questo complesso montuoso il caratteristico borgo di S.Donato di Nineache sorge su di un cocuzzolo a 800 m. ca.La via è un anello:si parte da Piano di Lanzo dove un rifugio chiuso da sempre attira una moltitudine di gente per il week-end di ferragosto. Aimè la fascia altitudinale compresa fra i 1300 e i 1500 è infestata da mosche e tafani e penso a quei “poveretti”che non si lasciano scoraggiare dalle loro punture e dal caldo afoso .Si risale verso “La Cresta” per impegnare l’aderto costone che sale ripidissimo verso La Calvia,dapprima nella faggeta e poi allo scoperto. Giunti sulla sua cima (1910m.)ci si lascia rapire dalla spettacolare vista mozzafiato tutt’intorno.C’è un’ottima luce e poca foschia verso il Tirreno. Bisognerà a questo punto aggirare un mare di bassi faggi prostrati dalle intemperie per sbucare sull’anticima del Pellegrino ,dalla quale si apre una profonda feritaprecipite verso valle,il famoso Canalone Ovest,meta d’inverno di impavidi alpinisti pronti ad affrontarlo con piccozza e ramponi.
Dopo questo ultimo sforzo eccoci in cima dove ritrovo Pasquale,compagno di avventura con il Cai.Insieme a lui c’è Walter,un arzillo “giovanotto” di 78 anni (…e 3 mesi,ci tiene a precisare),una vita vissuta su questi monti e notevole esempio di tenacia e passione. A breve dal sentiero di Valle Lupa sopraggiunge un’allegra famigliola e una bimbetta di pochi anni che arranca senza tanto sforzo,ed’è bello vedere oggi insieme gente di ogni età su questa singolare montagna.
Insieme a due nuovi compagni abbiamo solcato le terre di Pollino lasciandoci con l’impegno di ritrovarci ancora. Molto gradito l’sms di ringraziamento ricevuto il giorno dopo. E’ proprio vero che la montagna unisce e consolida amicizie vecchie e nuove.
Per me personalmente l’ultimo test per l’impresa che mi attende……………
Il percorso mi è stato suggerito dai ragazzi di “Roccia&Resina”,anche se in realtà mi ero accorto della presenza di questo elegante e lineare canalone qualche anno fa durante un’escursione su Coppola di Paola.Com’è riportato nel sito “Il nome deriva dal fatto che, finchè non lo si
è raggiunto, il canale rimane continuamente nascosto alla vista di chi sale da Gaudolino; risulta invece ben visibile dalla vicina Serra del Prete da cui è presa la foto del tracciato”.
Ancora una volta in solitaria e di primissimo mattino. Alle 7 partenza da Colle dell’Impiso,alle 9.30 già in vetta,2 ore e mezza di marcia dunque. Le temperature di questi ultimi due giorni,43° max al mio paese convoglia molta gente in montagna dove oggi sembra rinfrescare. Il rif. Gaudolino è invaso di gente e campeggiatori che vi hanno trascorso la notte.
Il problema è individuare l’attacco. Si prende il sentiero della normale che bisogna abbandonare subito dopo all’altezza della frana in corrispondenza dell’adiacente Canale Sud-Ovest. Poi avanzare nel bosco in diagonale spostandosi verso ovest. Quì non avendo riferimenti visivi rischio di dirigermi troppo verso il “Valico del Pino elicoidale”.Così accade e pertanto sono costretto a ritornare sui miei passi spostandomi tra rocce e intrichi di faggi prostrati fino a raggiungere finalmente il canalone. Da Serra del Prete in realtà mi sembrava più ripido,comunque è più lungo rispetto al canale sud-ovest,ti porta direttamente in cima all’altezza della dolina di vetta e, verso destra vi è la possibilità di affrontare in inverno con presenza di neve ghiacciata delle simpatiche paretine niente male.L’ambiente di questo versante credo sia il più suggestivo,muovendosi tra ghiaioni,rocce a franapoggio e spettacolari quanto vetusti pini loricati.
Per la discesa impegno la Cresta della Serra del Pollinello.Voglio far visita allo spettacolare “Pino Candelabro”e più in basso al signore incontrastato del Pollino,il “Patriarca”,il millenario pino Loricato, 942 anni di età,determinata con tecniche di cronodendrologia.
Se penso a questo mi chiedo cosa siamo noi piccoli esseri umani con la nostra breve storia da raccontare e breve vita da vivere piena di affanni. Siamo come un vapore che appare per un po’ e poi scompare,cercando con le nostre piccole grandi imprese di lasciare un labile segno nel libro dell’esistenza.
Ci sono cose, che non possono essere descritte o mostrate in una semplice immagine poichè devono essere intimamente vissute per poterne cogliere tutta la loro bellezza o il misterioso fascino che le circonda. Il Pollino è una di queste "cose".
Il Parco Nazionale del Pollino ha una superficie di 184.000 ettari ed è stato istituito con D.M. del 31 dicembre 1990 e successivamente con D.P.R. del 15 novembre 1993. Il territorio è interamente montuoso e raggiunge la massima altitudine nei 2.267 m della Serra Dolcedorme; le cime sono aspre e calcaree, mentre i versanti sono ricoperti da una fitta foresta temperata, composta anche da specie rare, come il pino loricato che costituisce l'elemento naturalistico più peculiare del parco. Custodisce un patrimonio faunistico ricco e di valore straordinario comprendendo specie molto rare, come il capriolo, il capovaccaio, la lontra il lupo, il gatto selvatico, lo scoiattolo, il cinghiale, il tasso, l'istrice e un piccolo roditore imparentato con il ghiro, il driomio (Dryomis nitedula). Tra gli uccelli, presenze importanti sono l'aquila reale, il corvo imperiale, il falco pellegrino e, soprattutto, il picchio nero.
L'area è divisa in due versanti: quello settentrionale, in Basilicata, rivolto verso la valle del fiume Sinni, digrada dolcemente ed è caratterizzato da boschi, prati e pascoli che presentano un gran numero di feomeni carsici (doline, inghiottitoi) e di erosione glaciale (depositi morenici, massi erratici); il versante meridionale, in Calabria, dall'orografia più accidentata ,scende ripido verso la costa occidentale e verso la piana di Sibari, a est, è inciso dall'azione erosiva dei corsi d'acqua ed è spoglio di vegetazione. Al suo interno, sulle pendici dei monti dell'Orsomarso, si trova una delle più estese zone wilderness della penisola; mentre sul Pollino, montagna sacra per gli antichi, esiste ancora un'isola etnica di lingua albanese.
Alle quote più basse compaiono associazioni vegetali xerofile: si tratta di praterie aride che, in base al substrato e alla pendenza, assumono via via forma di cespuglieti e poi di boschi tra cui leccete, ed estesissime formazioni di latifoglie comprendenti querce, aceri, frassini, castagni.
Intorno agli 800-1000 m appare il faggio, che impera fino alle quote più elevate, dove lascia il posto a rare formazioni di pino loricato (Serra delle Ciavole, Serra di Crispo), il vero gioiello vegetale del Parco. Infine, vi sono le praterie d'alta quota (Piani di Pollino, Piano Jannace). A seconda dell'esposizione dei versanti e dell'altitudine, al faggio si associa l'abete bianco, dando origine a una formazione ormai rarissima sull'Appennino meridionale.. Il versante calabro è solcato dal torrente più conosciuto del massiccio, il Raganello, che scava il proprio corso fra imponenti e spettacolari gole. Al suo sbocco, nella piana di Sibari, si trova la bella Civita, uno dei numerosi centri abitati di origine albanese del massiccio.
I Monti dell'Orsomarso l'Orsomarso si pone come un invalicabile ostacolo ai venti carichi d'umidità che arrivano dal Tirreno. Questi, innalzandosi e raffreddandosi, si condensano dando origine a una cappa che sembra coprire costantemente le vette. Umidità, pioggia, influenza marina, diversità nell'asprezza e nell'esposizione dei versanti determinano un'incredibile varietà di combinazioni degli assetti vegetazionali, che comprendono tanto specie mediterranee quanto d'alta montagna. In alcuni luoghi vegetano affratellati il corbezzolo, lacera, il faggio, il pino nero e il pino loricato, situazioni pressoché uniche in Italia.
Il Pino Loricato,simbolo del Pollino
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Il pino loricato è il simbolo del Parco nazionale del Pollino.E' un albero elegante ed imponente,foto 1originario della penisola balcanica.Alcuni botanici sono però del parere che l'esemplare del Pollino sia unico al mondo in quanto presenterebbe caratteristiche genetiche diverse rispetto al "cugino" dei balcani.Il nome deriva dalla costituzione a placche della corteccia,simile alla lorica,la corazza del fante romano.Sono dei veri e propri relitti dell'era glaciale,in perenne lotta per la sopravvivenza contro la furia dei venti e il gelo.Si presenta a bandiera,foto 2 con la chioma tutta da un lato nella direzione del vento,col risultato che sembrano emergere,forti e possenti e allo stesso tempo contorti e tormentatifoto 3dalle rupi impervie e inaccessibili su cui sono abbarbicati.Può raggiungere i 20,30 metri di altezza .Il più longevo è il "Patriarca del Pollino".Vegeta solitario tra i boschi di faggio del Pollinello e non possiamo che rimanere attoniti di fronte allo spettacolo imponente di una sfida ancora in atto tra il tempo e una creatura del mondo vivente.Ha attualmente 940 anni.foto 4