Nell’aria
aleggia il sapore beffardo della resa, ma non può assolutamente finire così, dopo
due rinunce, un tentativo e un solo obiettivo centrato in questo inizio di
stagione invernale. La vista rassicurante del Monolito ci ha soltanto illuso
perché da lì le difficoltà sarebbero dovute diminuire sensibilmente, ma è proprio
da quel punto che avremmo gettato il cuore oltre l’ostacolo per superare oggi
un avversario tanto ostico. Gli ultimi settanta metri diventano invece un
calvario perché abbiamo già combattuto con la neve alta e fresca ed ora ci
troviamo davanti ad accumuli di un metro e mezzo di neve assolutamente
inconsistente e non riusciamo a fare un passo avanti.

Dal Monolito
con grande sforzo raggiungo un loricato mentre dal mio socio, che procede di
lato nel tentativo vano di trovare un terreno migliore, arrivano strani
grugniti di fatica mentre avanza nella neve. Ora bisogna dare adito a tutte le
energie residue e tirar fuori tutto ciò che abbiamo per il tratto finale che ci
porterà in vetta.
Cerco di
arrancare e ogni decimetro in più che conquisto è oro colato ma arrivo ad un
punto morto dove qualsiasi tentativo di avanzare è vano. Provo a sfondare ma mi
ritrovo al punto di partenza tanto che sembra di nuotare in un mare verticale. Proprio
non si riesce a venire a capo da questa situazione di stallo.

Ed ecco una illuminazione:
calzare le ciaspole e tentare di sollevarmi infilandole con forza nella neve
alta, ma niente da fare. Sprofondano non incontrando nessuna resistenza. La
neve in questo punto maledetto è come farina e la pendenza per gli accumuli è molto
accentuata, sembra di lottare con il vento e un certo sconforto comincia a
pervadermi. L’idea di rinunciare si fa avanti ma scendere e tornare indietro con
queste condizioni diventerebbe ugualmente un’impresa.
Come extrema
ratio prendo le ciaspole in mano issandomi con forza cercando di infilarle di
punta nella neve come se volessi pagaiare. In tal modo riesco a spostarmi verso
sinistra dove compaiono delle roccette affioranti con neve più abbordabile. La
mia intuizione è giusta, le raggiungo e finalmente con notevole sforzo conquisto
gli ultimi trenta metri più agevolmente. E’ fatta, lancio un urlo liberatorio che
squarcia l’atmosfera magica di questi luoghi.
Oggi Celsa Bianca, questa formidabile muraglia di duemila metri dopo una faticosa ravanata è vinta. Anche se abbiamo ingaggiato una dura lotta infine siamo stati ampiamente ripagati dai panorami mozzafiato e da questi ambienti fiabeschi stracolmi di neve che difficilmente, in situazioni “più normali” si sarebbero potuti ammirare.
E pensare
che il giorno prima eravamo indecisi sull’itinerario perché a dispetto dello
scarso innevamento dei giorni precedenti, ora di neve ne era venuta giù tanta, caduta
copiosa e anche a quote collinari in barba alla nostra impazienza dei giorni
precedenti. Fra tre itinerari da me proposti infine avevamo optato per quello dalle
difficoltà maggiori, la Cresta Ovest di Celsa Bianca fatta in notturna questa
estate.
Partiamo dal
sottopasso dell’autostrada all’alba e mentre ci avviamo lungo la sterrata già
imbiancata che porta a Valle Piana ammiriamo incantati le ardite architetture
di vetta di sua Maesta’ il Dolcedorme baciate dai primi raggi di sole,le cui
Direttissime sono stracolme di neve e le creste spazzate dal vento.

A sinistra
si allunga invece l’immensa muraglia di roccia e neve che e’ le Murge di Celsa
Bianca,costellata di pini loricati dalla cui base partono una marea di
canaloni,anfratti e strette gole,un mondo verticale di incredibile e selvaggia bellezza.
Dopo il bivio per la Direttissima a quota 1100, il già importante spessore del manto nevoso ci vede costretti a calzare le ciaspole, attrezzi indispensabili se si vuol procedere senza affondare. In quota dopo una serie di tornanti nel bosco raggiungiamo l’ampia radura dalla quale sorge maestoso l’anfiteatro sud ovest di Celsa Bianca.

La sua vista
ammaliante ci cattura e ci invita a scalarlo pur sapendo che con la gran
quantita’ di neve che accumula non sarà per niente una passeggiata. Così
rinunciamo alla Cresta Ovest e risaliamo la cosiddetta Via del Monolito che feci
alcuni anni fa con l’amico Mimmo in condizioni di scarso innevamento. Questa
volta però sarà diverso.
Riposte le
ciaspole ci avviamo procedendo lungo la radura qui spazzata dal vento e poi introducendoci
dritti nell’ampio canale dove si comincia ad affondare anche di una trentina di
centimetri. Pur faticando riusciamo comunque a tenere un buon ritmo. Il
panorama è veramente grandioso con le creste affilate che si innalzano ardite e
i pini loricati ricolmi di neve ivi abbarbicati.
Raggiungiamo
lo spigolo sul bordo sinistro a metà canale dal quale cerchiamo di capire quale
direzione prendere. Per evitare una ravanata nell’attraversamento dell’anfiteatro
puntiamo la crestina alla nostra sinistra che raggiungiamo a grande fatica passando
sotto un loricato. Purtroppo essa non è praticabile perché andrebbe protetta, servirebbero
due piccozze e soprattutto neve portante e consolidata.
A malincuore
dobbiamo scendere e ci tocca guadagnare la sponda opposta. Suggerisco di
risalire lungo la cresta cosi almeno dovremmo combattere meno con la neve alta.
La piccozza serve soltanto a fare presa sui ciuffi d’erba o agganciandola su
qualche spuntone di roccia. Finalmente raggiungiamo il Monolito, un singolare parallelepipedo
calcareo alla testata della cresta sud credendo che ora il peggio sia passato. Pura
illusione perché ancora ci sarà da combattere e quello che verrà dopo l’ho già
raccontato.
Ma non è
finita qui perché lungo la discesa dal versante opposto il cielo si chiude e
comincia a venire giù un fitto nevischio.Anche con le ciaspole si affonda
terribilmente e quella di destra mi si stacca continuamente dal piede (imprecazioni
a raffica).Riusciamo ad intercettare il sentiero che porta dritti al Varco del
Pollinello e poco prima di raggiungerlo il socio mi prega di fermarci per
mangiare qualcosa perché la benzina è finita e se uno come lui mi dice questo
vuol dire che siamo veramente esausti.

Dopo esserci
rifocillati alla buona riprendiamo il nostro cammino e guadagniamo il Varco.In
condizioni normali il primo tratto è un sentiero stretto scavato nella roccia
davvero spettacolare. Ora invece è completamente coperto dalla neve e a valle
ci sono i dirupi.
In una
situazione davvero precaria dobbiamo levarci di nuovo le ciaspole per superare
il passaggio delicato che con la neve alta è diventato un traverso molto
insidioso. Uno scivolone in questo punto non so come potrebbe finire ma infine,
dopo tante peripezie riusciamo anche a superare la ciliegina sulla torta di
questa lunga, complessa e faticosissima ascensione che concludiamo con
l’interminabile via del ritorno che ci porta infine all’auto che raggiungiamo
al tramonto.
Penso che di
tanto in tanto ci sia bisogno di queste uscite avventurose dettate più
dall’istinto che da una minuziosa programmazione sempre alla ricerca quasi ossessiva
delle condizioni ottimali. Affrontare cosi la montagna, ci insegna che di fronte
allo spettacolo e all’immensità della natura l’arroganza di imporre le proprie
condizioni è fuori luogo e che siamo veramente piccoli e insignificanti, che bisogna
costantemente imparare da essa e da essa trarre ispirazione.