Visitare un luogo già conosciuto può rivelarsi un'esperienza sempre nuova e sorprendente, rafforzando il legame unico che si crea tra te e quel posto. Ogni ritorno diventa uno specchio che riflette la tua evoluzione nel tempo, come sfogliare un album di ricordi in cui, accanto alle pagine del passato, se ne aggiungono di inedite. Stessi luoghi, ma storie diverse. Ed è così con le mie amate montagne, che frequento da oltre cinque lustri, ma credo sia un sentimento condiviso da tutti gli appassionati.
Dopo l'indimenticabile avventura sulla Direttissima al Dolcedorme, era inevitabile che arrivasse il turno del Pollino, la seconda vetta del Parco. Da tempo non lo vedevo così candido e splendente, sontuoso come una sposa. Scelta dettata non solo dalle attuali condizioni di innevamento di questo periodo dominato dall'anticiclone, con clima mite e temperatura ben al di sopra dello zero, ma soprattutto dalla possibilità di sfruttare l'accessibilità di Colle dell'Impiso, la località di partenza più importante e strategica per raggiungere le vette maggiori del Pollino. D'inverno, purtroppo, resta spesso un miraggio, poiché sul versante calabro del Parco la strada viene spalata raramente.
Per l'occasione mi sento con Antonio da Senise e decidiamo di andare sulla Variante Bassa della Via dei Lupi, o per essere più precisi la “Ippolito Peruzzini”, domenica 26 gennaio. Si tratta di una delle classiche dell'alpinismo invernale del Pollino, nota perché mantiene di solito un ottimo fondo anche a stagione inoltrata. Con lui ci saranno Giuseppe & Giuseppe, rispettivamente fratello e cognato, che per l'occasione ho soprannominato i “Lupi della Val Sinni”, essendo alla loro prima esperienza su questa via. L'unico rammarico è per il mio compagno di cordata, Pasquale, costretto a casa per un attacco influenzale.
Ci si ritrova appunto a Colle Impiso intorno alle 8.30, un orario un po' tardivo per le mie abitudini, ma comunque accettabile. Il sentiero è quello di sempre: attraversa i Piani alti di Vaquarro dominati dall'imponente Serra del Prete con il suo magnifico circo glaciale in bella evidenza. La traccia poi devia a sinistra, innestandosi sull'IPV3 fino a raggiungere Piano Toscano. Alla radura di Rummo rispolvero le mie ciaspole, accantonate da oltre due anni, vista la neve morbida e piena di buche lungo il percorso. Le userò fino all'Anfiteatro della Grande Frana dove invece calzeremo i ramponi.
All'uscita del bosco si apre uno degli scenari più spettacolari in assoluto con le vette più alte del Pollino imbiancate e disposte a corona che dominano maestose i Piani di Pollino. A destra, in lontananza si staglia il Pollino e sulla sua parete nord-est si intravede la nostra meta. Contrariamente alle previsioni che davano cielo coperto, invece è un sole fulgido e caldo a farlo da padrone in parte schermato solo da qualche timida velatura.
Le vie alpinistiche sono tutte piene ma aimè è la qualità della neve che non è al top. Poco portante, vi è uno strato compatto a 25 cm di profondità, neve più molle sopra e un sottile strato polveroso in superficie. In alcuni tratti si ha anche neve crostosa. Sarebbe una giornata ideale più per una ciaspolata che per attività alpinistiche, e infatti oggi il Pollino è invaso per la maggior parte da ciaspolatori.
Durante il percorso, mi torna in mente l'avventura dell'anno scorso sulla Via dei Lupi proprio con Antonio e suo fratello Giuseppe, contraddistinta da una temperatura di -8°, il windchill sceso a -18°, venti burrascosi fino a 70 km/h che sospingevano una fitta nebbia in quota, tutta un'altra cosa rispetto alla giornata primaverile di oggi.
Giunti all'Anfiteatro della Grande Frana tiriamo fuori ramponi e piccozze, obbligatori vista la pendenza accentuata del traverso da affrontare. Poi, tralasciando la rampa della classica Via dei Lupi, proseguiamo poco oltre fino all'attacco della variante. A questo punto preferiamo proseguire in libera privilegiando una progressione più snella e veloce perché le condizioni della via ricalcano quelle dell'ultima volta con Pasquale, tre anni e mezzo fa. Come allora, anche oggi la neve offre un certo margine di errore, consentendo di arrestare un'eventuale scivolata. Se fosse stata appena più compatta, sarebbe stato indispensabile procedere assicurati.
Mentre Antonio fa da apripista, scalinando sulla neve, il resto del gruppo avanza in fila indiana su una pendenza media ma sostenuta di 50°. Raggiunto il passaggio chiave, una strettoia con buco, sotto il grosso pino loricato laterale, troviamo un accenno di ghiaccio sulla destra. Questo ci permette di superare agilmente a colpi di picche il breve salto inclinato a 65°. Oltre la strozzatura, la pendenza si abbatte leggermente ma resta sostenuta fino alla rampetta finale in uscita che dà su una labile selletta nevosa. Guadagnata una posizione più comoda, possiamo rifiatare prima di completare la via affrontando l'ultima parte: la rampa e il canalino finale, comune alla linea della Via dei Lupi originale, con uscita estetica a 55° che ci deposita sulla cresta sud est.
Durante la risalita lungo il crinale che ci condurrà in vetta, ci accoglie un vento molto forte da ovest come sovente capita su questa montagna. Da lì a breve raggiungiamo i 2.248 metri del pilastrino sommitale, dove abbiamo giusto il tempo di rifiatare, ammirare il panorama e scattare qualche foto, prima di iniziare la discesa lungo la parete nord, che oggi si presenta come un immenso paginone bianco.
Mentre altri escursionisti avanzano faticosamente lungo il filo della cresta opposta rispetto a quella risalita da noi, violente raffiche di vento simili a frustate ci sferzano sparandoci proiettili di neve ghiacciata addosso. Per il resto, la discesa dalla Nord si rivela piacevole e divertente, grazie a una croccante neve ventata e compatta. Forse oggi le condizioni migliori si trovavano proprio qui.
Raggiunti i Piani poco prima dell'imbocco del sentiero, ci concediamo il nostro meritato panino. Infine, dopo sette ore e mezza, arriviamo alle auto portandoci il ricordo di una bella giornata fatta di compagnia e sfide superate, regalandoci ancora una volta emozioni uniche e lasciandoci con il desiderio di tornarci prima possibile. Stessi luoghi, ma emozioni diverse.
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