Non potevamo
iniziare meglio la stagione estiva realizzando un itinerario grandioso, impegnativo
e di ampio respiro in uno degli ambienti tra i più affascinanti, misteriosi e
intatti dell'intera penisola. Siamo nell'alta Valle del Fiume Argentino, una
perla racchiusa all'interno del Parco del Pollino nel settore dei monti di
Orsomarso. Essa stessa è riserva regionale naturale, un'area wilderness di
incommensurabile valore naturalistico, botanico e biologico, un polmone verde
così intatto che io stesso ebbi l'ardire di definire: "i torrioni andini
di Machu Picchu immersi nella foresta pluviale amazzonica".
L'idea di questa uscita è nata da una traccia gpx fornitami dall'amico Franco “il Falco”, registrata alcuni giorni prima nel corso di una esplorativa al fine di ripeterla con la nostra sezione Cai. Il giro prevedeva la partenza da Acqua la Pietra nel comune di Mormanno, il transito dallo storico rifugio Conte Orlando e la prosecuzione verso il margine dei dirupi delle Falaschere e i Crivi di Mangiacaniglia fino a raggiungere il Corno Mozzo dopo un lungo aggiramento per boschi.
Infine avremmo
coronato la faticosa escursione con l'ascensione alpinistica dello stesso. Per
me si sarebbe trattata di una gradita ripetizione dopo la prima probabile scalata
allo stesso (così mi e' stato detto) il 20 Ottobre 2012 insieme all'amico
Pasquale. Allora però raggiungemmo il Corno Mozzo da Piano Novacco per la via
di Pietra Campanara.Va precisato che questo percorso si basa su un tracciato
esplorativo che fino all'anticima del Corno Mozzo si potrebbe ancora
classificare EE, mentre la salita al Corno Mozzo oppone difficoltà
alpinistiche. Potrebbe essere di interesse per chi preferisce un percorso ad
anello ed è pronto ad affrontare un dislivello significativo in zone remote, su
terreno ripido e in parte infido con l'obiettivo di integrare il Corno Mozzo
con il percorso di cresta delle Falaschere e dei i Crivi di Mangiacaniglia.


Purtroppo l’asperità
dei luoghi quasi tutti in foresta e la difficoltà di individuare gli attacchi
giusti dei vari costoni impone di conoscere bene i luoghi e di usare cartine e
gps. Per questo vi rimando alla traccia gpx in fondo al post. Chi invece è prettamente
interessato all'ascensione di Corno Mozzo può raggiungerlo più agevolmente da
Piano di Novacco per la via che transita da Pietra Campanara, come facemmo io e
Pasquale sei anni fa.
La cordata
inedita è formata da me, l'inarrestabile Pasquale e l'intrepido Falk. Raggiunta
Acqua la Pietra a 1100 m. circa con le auto ci avviamo alle 7.30 immersi nella
frescura del bosco e cominciamo a percorrere la strada selciata che in forte
salita e alcuni tornanti raggiunge il rifugio Conte Orlando un centinaio di
metri più in alto. Si tratta del primo rifugio fatto costruire nel territorio
del Parco del Pollino nel lontano 1904.Da questo punto tralasciando la
deviazione a sinistra che risale verso Piano di Cambio proseguiamo dritti per
il brullo pianoro delle Falaschere fino ad un magnifico terrazzo dal quale si
apre una visione mozzafiato sulla Valle dell'Argentino fino al Mar Tirreno.
Si pongono in
bella evidenza il Cozzo del Pellegrino e La Calvia con le paurose brecce che si
aprono dai loro fianchi e le foreste a perdita d'occhio, la Serra del Lepre e
il Castel di Raione, altri splendidi balconi naturali dai quali il panorama si
apre grandioso in tutte le direzioni. Sotto di noi si innalzano le guglie di
Castel Brancato e San Noceto mentre verso Est dominano la scena i torrioni dei
Crivi di Mangiacaniglia e i suoi orridi che precipitano dirupati nel
fondovalle. Verso est ancora lontanissima si intravede in controluce la nostra
meta finale, le due vette del Corno Mozzo.

Da questo punto
cominciamo a farci guidare dal gps cercando di seguire nel limite del possibile
il filo di cresta. In tal modo raggiungiamo un oscuro canalone che precipita
verticalmente sovrastato da una parete impressionante dalla quale fuoriescono
alcuni loricati davvero singolari. Rispetto si fratelli del Pollino, spesso
tozzi, contorti e dalla chioma molto larga, questi presentano il tronco più
sottile e slanciato innalzandosi dritti verso l'alto per venti, trenta metri.

Sono i
cosiddetti "Giganti del Palanuda", un mirabile esempio di come questi
spettacolari vegetali riescano a modellarsi in base al luogo, alla quota e
all'intensità degli agenti atmosferici che ne influenzano forma, crescita e
dimensioni. Già, il Palanuda è la vetta che ci sovrasta e che nonostante abbia
una quota di poco superiore ai 1600 m. permette dalla sommità di godere un
panorama circolare che non ha eguali, grazie proprio alla sua privilegiata
posizione centrale. Vale assolutamente la pena visitarlo, ma sarà per un'altra
volta.
Ci portiamo così
al di sopra della cuspide rocciosa da dove si ha un'altra prospettiva della
valle, di un verde intenso e profondo. Successivamente guadagniamo un altro
belvedere altrettanto magnifico e ci rendiamo conto che questi sono luoghi
davvero al di fuori dei soliti circuiti escursionistici e che da qui non ci
passa proprio nessuno.


Scesi dal
torrione ci ritroviamo ad attraversare una bella radura accompagnati e
deliziati da stupende e policrome fioriture tra cui asfodeli, aglio ursino, orchidee
selvatiche e farfaracci. Mentre proseguiamo ci accorciamo in effetti che la
traccia gps segue un percorso piuttosto atipico, proprio di chi sta più che
altro andando un po'a tentativi in esplorazione. A motivo di ciò, considerata
l’enorme distanza che ancora ci separa dal Corno Mozzo e che inoltre è nostra
intenzione scalarlo, tagliamo la traccia addentrandoci nel bosco cercando di
guadagnare un po'di tempo.


Ci troviamo in
tal modo sull'ennesimo affaccio panoramico dei Crivi e per proseguire dobbiamo
aggirare un altro dirupo con un percorso ad U per portarci sul costone di
fronte. Adesso finalmente in forte
discesa e in foresta raggiungiamo l'attacco della cresta nord dell'anticima del
Corno Mozzo. Con il caldo afoso sembra non finire più ma ecco che
all'improvviso, seguendo fedelmente il crinalino emerge dal fitto della
vegetazione la nostra piramide rocciosa. Per conquistarne l'anticima dobbiamo
però affrontare un'erta ripidissima su terreno instabile e roccia friabile. Ma è
fatta, siamo finalmente sull'anticima. Di fronte si staglia il nostro Corno la
cui base dobbiamo raggiungere dopo una delicata discesa sempre su terreno molto
ripido e infido che ci condurrà sulla selletta che separa le due cime.


Giunti sotto le prime rocce cominciamo a valutare la via di salita visto che
la roccia è estremamente erosa. Sembra che la più agevole passi per lo spigolo
nord est perché si trovano alcuni alberelli utilizzabili per proteggere e la
roccia è leggermente migliore. Sei anni fa invece salimmo lungo lo spigolo sud
est le cui rocce erano estremamente sbriciolate riuscendo a stento a piazzare
una sola protezione a metà tiro. La paretina inoltre scaricava ad ogni piccolo
movimento.

Attrezzata la
sosta su un albero a destra Falk parte da primo utilizzando una corda singola
da 60 m. e comincia a salire sulla destra in diagonale, sfruttando 3-4
alberelli per assicurarsi prestando sempre la massima attenzione alla roccia
estremamente friabile. Raggiunto lo spigolo a destra e girando successivamente
verso sinistra sempre per roccette ne conquista la vetta, dove sosta su un
masso. Risulta provvidenziale la posa di una fettuccia con maglia rapida da
utilizzare per la doppia da parte del “Falco” perché distrattamente mi ero
dimenticato l'anello da abbandono.

Parto io da
secondo mentre Pasquale nel frattempo se ne ritorna sull'anticima per fare foto
e riprese dal quel superbo punto di osservazione. Il panorama che si apre dal
Corno Mozzo si presenta spettacolare e più completo. Si stagliano verso ovest
gli orridi dei Crivi di Mangiacaniglia e l'intero fondovalle fino al Tirreno
mentre dalla parte opposta dominano la scena il Timpone Fornelli alla testata
della valle e il Varco della Gatta laddove nasce il fiume Argentino dall'unione
del fiume Tavolara con il Rossale. Emergono poi dal fitto della vegetazione
anche altri due corni minori mentre di fronte a noi, sull'anticima Pasquale si
appresta a riprendere la calata in corda doppia che stiamo per effettuare.

Avendo una 60
dobbiamo valutare bene la linea di discesa perché i metri sembrano non bastare.
Sarebbe meglio a tal fine utilizzare una 70. Noi invece riusciamo ad arrivare a
tre, quattro metri dalla base e poi disarrampicare con attenzione. Personalmente
sconsiglierei invece l'uso di 2 mezze corde, in quanto non è soltanto possibile
ma piuttosto probabile che il nodo si incastri tra le rocce marce, complicando
il recupero considerevolmente. Anche con la singola dobbiamo faticare per
tirarla giù per via del forte attrito che si è venuto a creare probabilmente in
qualche fessura. In definitiva abbiamo valutato la difficoltà complessiva PD
II+. L'altro spigolo invece per l'estrema precarietà della roccia, la maggiore
verticalità e la difficoltà a proteggere penso sia PD+ III.
Ora ci aspetta
la via del ritorno lunghissima e faticosa in quanto alla fine della cresta
percorsa a ritroso tiriamo dritti in forte salita fino a guadagnare il costone
che scenderà alla Sella di Corno Mozzo. Infine con tutti i saliscendi che
abbiamo fatto i metri di dislivello complessivi saranno ben 1050.E pensare che
il dislivello tra Acqua la Pietra e il Corno Mozzo è di soli 220 metri circa.
Dalla Sella sarà
tutta in discesa verso il bellissimo Piano di Cambio, poi al Conte Orlando ed
infine dopo 9 ore di duro cammino e aver attraversato ambienti cangianti e multiformi,
come solo queste montagne e queste vallate sanno regalare giungiamo stanchi ma
estremamente soddisfatti alle nostre auto.