Sabato 22 febbraio si va per monti in un'atmosfera quasi
surreale per le preoccupanti notizie sull’emergenza coronavirus. Fenomeno
questo che si è abbattuto come uno “tsunami” sul nostro paese. Così cerchiamo
di fare ciò che di meglio e di salutare si possa fare in queste circostanze di
restrizioni a cui siamo sottoposti, ovvero dedicarci ad attività all'aperto
cercando al momento di esorcizzare quel velo di sbigottimento e incredulità che
inevitabilmente aleggia nell'aria.Avendo soltanto il pomeriggio libero si pensa
di salire su una cima per immortalare il tramonto e scendere con le frontali.
Vorremmo sfruttare allo stesso tempo le residue condizioni di innevamento
presenti nei versanti a nord. In ballottaggio ci sono la cresta nord ovest di
Monte Pollino e Serra del Prete.

Oltre me e Pasquale ci sono Damiano e Dario. Appuntamento
all'uscita di Frascineto dove si lascia l'auto per imbarcarci sul vecchio
Freelander di Damiano direzione Colle Impiso, questa volta dal versante calabro
dove le temperature elevate hanno fatto fuori il ghiaccio presente sulla strada
montana ma purtroppo ridotto ulteriormente anche la neve sui monti. Quando
giungiamo a Piano Ruggio il paesaggio dal punto di vista invernale è desolante.
Non c’è neve da nessuna parte e i nostri occhi puntano inevitabilmente la
spalla nord ovest di Serra del Prete dove sopravvive solo un velo bianco.
Ci inoltriamo verso la nostra località di partenza sperando
che sul versante nord le cose possano essere migliori. Giungiamo a Colle
Impiso, ci prepariamo e ci avviamo lungo il classico e strabattuto sentiero per
raggiungere i Piani alti di Vaquarro. Da questo ottimo punto di osservazione verifichiamo
le condizioni di innevamento di Monte Pollino e Serra del Prete e di
conseguenza decidiamo la nostra meta.Scartiamo l’idea Pollino perché siamo
partiti tardi per pensare di giungere in vetta e catturare il tramonto. Ci
resta così la più vicina Serra del Prete. La via classica è la cresta nord che
inizia in faggeta e che abbiamo già fatto tante volte. Questa volta, visto le
circostanze propizie vorrei tentare la salita, prima volta in assoluto della
slavina sul fianco nord est.
Per capire bene di che si tratta rimando alle
informazioni estratte da Wikipedia che riporta quanto segue: “Nel febbraio del
2010, Serra del Prete è stata soggetta ad una valanga, la prima registrata dopo
quella del 1990. Il danno è ben visibile sul versante Nord-Est e le immagini
satellitari mostrano una scia lunga all'incirca 500 metri e larga fino a
25 metri. Lungo tale scia ogni albero è stato raso al suolo, ma non si
sono registrati incidenti ai danni di escursionisti data l'assenza di sentieri
lungo la traiettoria.
Parte della faggeta coinvolta nell'incidente,
pur facendo parte della Zona 1 del Parco, è di proprietà privata. In seguito
all'accaduto, tramite i Decreti del Presidente della Giunta regionale della
Basilicata del 22 giugno 2010, sono stati resi esecutivi i Piani di
Assestamento Forestali approvati dalla Regione Basilicata per le suddette
proprietà. Ciò ha dato il via al recupero del legname coinvolto nella valanga
ed all'introduzione di ruspe all'interno del parco per il ripristino della
vecchia pista forestale”.
Da Piano Vaquarro ci avviano lungo lo
sterrato che dopo qualche tornante conduce in breve tempo alla base della
slavina, dove la sua potenza distruttiva si è arrestata. Calziamo i ramponi e
tiriamo fuori le picche. Abbiamo di fronte una rampa che si fa davvero
rispettare,50° buoni per un centinaio di metri di sviluppo su neve
quantitativamente sufficiente, portante e compatta. Il versante nord da quanto
si vede, continua a conservare le condizioni migliori. Dopo questo primo
strappo la pendenza si addolcisce e il percorso descrive un'ampia curva verso
sinistra. Notiamo che dopo diversi anni i nuovi faggi stanno cominciando a
ripopolare questa fascia che al momento ha ancora le sembianze di un canalone.
Essendo il faggio una pianta pollonifera, credo che fra una quindicina d’anni
la “ferita” si rimarginerà riacquistando l'aspetto originale. Nel frattempo la zona è
stata bonificata dalla grande quantità di tronchi ammucchiati l’uno sull'altro,
spezzati come fuscelli dalla potenza della valanga.
Usciamo finalmente allo scoperto dal bosco
ritrovandoci sul bianco paginone del versante nord est. Guardando dietro, Serra
delle Ciavole e i Piani del Pollino sono appena velati e chiazzati di bianco, Serra
Crispo invece è completamente asciutta. Mentre si sale per raggiungere il filo
di cresta emerge la piramide del Pollino che comincia a tingersi di rosso e
arancio. Dobbiamo velocizzare il passo se vogliamo giungere in tempo
all’appuntamento del calar del sole sul mar Tirreno.
Sul filo di cresta si palesa la notevole
differenza di condizioni tra i versanti opposti. Invernale quello a nord, completamente
scoperto senza neve quello sud ovest, come se appartenessero a due mondi completamente diversi. Il vento di tramontana in cresta comincia a tormentarci costringendoci
a indossare la giacca a vento e guanti pesanti. Giungiamo in vetta un quarto
d’ora prima del tramonto. La temperatura però è di -8° che con il vento teso
diventano -15 percepita così, costretti a stare fermi nei pressi della vetta, la
cosa diventa poco piacevole. Nonostante i guanti, comincio a non sentire più le
mani immobili per fotografare e ad avvertire anche il formicolio tipico dei
sintomi da congelamento.
In ogni caso strapazzati dal vento gelido
riusciamo infine ad immortalare l'incanto del giorno che finisce, il mistero
della luce che cede il posto al buio,” il dio che muore e spegne la luce, ma
solo per poco”. E lentamente ma inesorabilmente la calda e rossa sfera
infuocata si immerge nel blu pastello del mare estinguendo il suo fulgore in
una esplosione di giallo, arancio e rosso. Ad assistere quali spettatori
silenti e assorti, le quinte di monti tutt’intorno che pian piano imbruniscono divenendo
sagome seghettate e scure siluette.
Il resto è una corsa lungo la cresta nord per
guadagnare la faggeta e scendere di quota il più velocemente possibile. A
stento riesco a fermarmi per scattare le ultime foto con le mani che sembrano
due pezzi di marmo. Ormai il buio ci ha raggiunti e siamo obbligati ad
accendere le nostre frontali che ci accompagneranno infine lungo il sentiero
fino a Colle Impiso. Descrivere il tramonto in questo difficile momento
potrebbe essere visto come una fosca metafora, un sinistro presagio,
un'allusione premonitrice ma nonostante tutto io preferisco vederla come Khalil
Gibran:
“Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte”