Per questa trasferta in Abruzzo avevo in programma
già da tempo una delle più belle attraversate del Parco d'Abruzzo, Lazio e Molise,
da Monte Altare al rifugio Forca Resumi. Fantastica cresta che corre in uno
degli ambienti più selvaggi e intatti dell'Appennino, riserva naturale
integrale e patria di cervi, camosci e caprioli dove vive anche il lupo
appenninico e l'aquila reale. Da qualche tempo si stanno registrando anche avvistamenti
di un'orsa con al seguito quattro cuccioli, evento raro visto che di solito ne
partoriscono due e più di rado tre.
Rimandata per quasi un mese causa condizioni
meteo non ottimali, anche stavolta devo “litigare” con i vari siti meteo che danno
previsioni contrastanti, dal più “incavolato” che prevede coperto con temporali
pomeridiani al più ottimista che dà sereno tutto il giorno, mentre altri si mantengono
su una via di mezzo. Infine sembra che dopo un po’di giorni consecutivi di
tempo instabile, domenica 19 luglio dovrebbe essere perfetto, o quasi.
Giungo infatti a Barrea il pomeriggio del giorno
prima e ad accogliermi ci sono piogge che mi colgono all'altezza di Castel di
Sangro. A Barrea invece non piove ma il cielo e le montagne sono completamente
coperte. Comunque prima di arrivare a destinazione, lungo i tornanti rimango folgorato
alla vista del lago di Barrea. Si tratta dello specchio d’acqua più
esteso dell’area protetta, formato dallo sbarramento del fiume Sangro: una vera
e propria oasi in cui si possono avvistare specie rare di uccelli, come la ballerina gialla o gli aironi cenerini.

Su questo lago si affaccia il piccolo borgo
medievale di Barrea, arroccato su uno
sperone a 1066 metri, e circondato da alcune tra le più belle montagne del Parco.
È classificato tra i “borghi autentici d’Italia”, un’Associazione che riunisce piccoli e medi
comuni, enti territoriali ed organismi misti di sviluppo locale, attorno all'obiettivo di un modello di sviluppo sostenibile, equo,
rispettoso dei luoghi e delle persone e attento alla valorizzazione delle
identità locali. L'obiettivo: riscoprire i borghi italiani quali
luoghi da vivere, sostenere e preservare.
Sistemati i bagagli al b&b vado subito a visitarlo.
Perdersi nei suoi caratteristici vicoletti è un toccasana per gli occhi e per lo
spirito. Si torna indietro nel tempo, soprattutto salendo verso il castello, strategico
punto d'osservazione. Da lassù si apre un fantastico panorama sul lago che si
coglie per intero e sulla incassata gola del Sangro che scorre placido nel
fondo del vallone.

Come da previsione durante la notte l’alta
pressione ripulisce il cielo dalle nubi e le temperature si abbassano di
conseguenza. Il mattino seguente mi reco a piedi alla località di partenza che
dista solo settecento metri. Il bel tempo, l'aria tersa e il cielo nitido rendono
il paesaggio ancor più magico, ed' è un vero piacere contemplare in religioso
silenzio tutta questa meraviglia.
Al primo tornante direzione Alfedena parte il
sentiero indicato come K6. Mi fermo ad aspettare gli amici che stanno giungendo
da Chieti. Insieme all'immancabile Gianluca ci sono Matteo e Simona, compagni
di avventura con i quali abbiamo condiviso la salita al Corno Grande per la
ferrata Ricci due anni fa. Ci avviamo dal casotto Fonte del Sambuco e
proseguiamo per un quarto d'ora in piano fino ad incontrare un bivio dove
svoltiamo a sinistra prendendo il K5 entrando nella Valle dell'Inferno. A
destra invece ci si inoltra nella Valle Jannanghera che conduce al Forca
Resumi, percorso questo che faremo a ritroso.
Il sentiero immerso in un ambiente suggestivo e
incontaminato tra aceri e faggi risale il letto di un torrente ormai privo
d'acqua con grossi macigni ricoperti di muschio. Affrontiamo più in alto alcuni
tornanti in forte salita fino a raggiungere l’effige della Madonna delle Grazie
o del Buon Passo, incastonata in una roccia nel 1941. Dopo questo tratto
decisamente impegnativo il percorso si addolcisce e scende di alcuni metri fino
ai 1591 m della verdeggiante conca di Lago Vivo, unico lago non artificiale del
Parco. Il nome “Vivo” deriva probabilmente dal fatto che cambia dimensioni nel
corso delle stagioni.


Da questo punto la vista panoramica è già
notevole sulle cime circostanti. Davanti a noi leggermente a destra si eleva lo
Jammiccio. Di fronte si innalzano le balze rocciose del Petrosello, Petroso e
la vertiginosa cima Innominata dalla forma piramidale che incute un certo timore.
Nelle carte è identificata come Anticima sud del Petroso. Poi a sinistra dal
bosco emerge la Cima di Lago Vivo che nasconde in effetti la prima parte della lunga
cresta che andremmo a percorrere.

A questo punto dal Lago vivo avremmo dovuto seguire
una traccia per Valle Cupella da cui il panorama diviene ancora più maestoso e completo.
Invece ci lasciamo sedurre dal comodo sentiero che passa per la piccola Fonte
degli Uccelli. Rientriamo di nuovo all'ombra della faggeta di Selva Bella fino
a sbucare alla testata di Vallelunga su un dosso roccioso panoramico. Contollando
la traccia GPS in effetti notiamo questa digressione che in ogni caso non preclude
la prosecuzione per il Valico Tartaro Altare.
Nonostante abbiamo già percorso diversi
chilometri, il cammino è ancora lungo. La cresta da cui inizierà la nostra
attraversata è ancora molto, ma molto lontana. Lasciamo sulla nostra destra la
rocciosa e isolata Cima di Lago Vivo. Davanti si distende invece il bellissimo
pianoro carsico di Vallelunga con l'omonimo laghetto al centro dove vanno ad abbeverarsi
gli animali. Il paesaggio è maestoso e severo sulle creste, le vallate e i ghiaioni
di queste splendide montagne.
Qui’ però commettiamo un piccolo errore di
valutazione che ci svia dalla retta via. Invece di puntare verso il lago
andando dritto per dritto seguendo il sentiero che sulla mia mappa viene
nominato Anello di Monte Meta, in altre K3, ci inoltriamo verso destra senza
percorso obbligato andandoci ad incartare tra collinette e praterie in
fastidiosi saliscendi e scomodi camminamenti. Infine, dopo aver aggirato un monterozzo
siamo costretti a scendere comunque sul fondovalle perdendo quota per
riguadagnare la traccia originale. Nel frattempo compare un grosso branco di
cervi che pascola indisturbato su un’altura e che si allontana velocemente al
nostro incedere. Infine tra campi solcati e praterie in quota individuiamo un
segno biancorosso e più in là un palo che indica la direzione per il valico
Altare Tartaro che raggiungiamo da lì a breve.
Si è trattato di un avvicinamento inaspettatamente
lungo. Durante quest’ultimo tratto non nego che un po’di sconforto si è
impossessato di noi perché sembrava non finisse più. Finalmente però la
piramide di pietra che segna i 2118 m. del Valico è raggiunta. Da questo punto
di osservazione si ha un'ottima prospettiva su Monte Tartaro, dalla forma
triangolare e con la sua strapiombante parete nord caratterizzata da
stratificazioni a franapoggio che descrivono striature verticali. Un amico mi
aveva consigliato tra l'altro di allungarmi a sud per raggiungerlo, ma è
davvero lontano, piuttosto fuori mano e purtroppo è già tardi. Dopo una pausa
meritata ci aspetta verso nord la nostra prima cima da conquistare, il Monte Altare.
Si, perché da adesso inizia un'altra escursione.

Dal valico ai 2174 m. di Monte Altare non ci
vuole molto. La prima delle quattro vette è conquistata agevolmente. Da ora in poi però il paesaggio diventa più duro,
aspro e minaccioso. Dall’Altare
dobbiamo scendere lungo un pendio scosceso e accidentato verso la sella che introduce
alla Cima Innominata. Prima però si passa per una falsa cima senza nome quotata
2154 m. Superata questa, alla sella il colpo d'occhio sulla dirupata cresta
nord dell'Altare e l'anfiteatro est dell'Innominata è davvero notevole. Fa
presagire l’immensità del paesaggio che si spiegherà da ora in avanti.

Finalmente giungiamo al pezzo forte
dell'escursione, quello che aspettavo di più: affrontare l’impegnativa cresta
integrale dell'Innominata, da sud a nord ovest. Molti escursionisti infatti giunti
a questo punto operano un aggiramento da sinistra molto in basso appunto per
evitare le difficoltà della salita in vetta che prevede passaggi alpinistici anche
di III. Si affronta un primo e successivamente un secondo culmine piuttosto
scorbutico che ci deposita su una forcelletta. Da qui’ ingaggiamo la cresta sud
dell’Innominata mettendo le mani sulla roccia. Ognuno si diverte seguendo il
percorso più congeniale. Il temerario Gianluca si va a scegliere i passaggi più
impervi in arrampicata mentre Simona un po’ timorosa insieme a Matteo procede
per vie relativamente più facili. In ogni caso con attenzione raggiungiamo la
nostra seconda meta, i 2171 m. della Cima Innominata. Su una lastra di roccia
una scritta molto sbiadita riporta invece Anticima sud Petroso, ma io
preferisco chiamarla Innominata che sa più sinistro e minaccioso. Dalla cima si
erge in tutta la sua aspra bellezza il Petroso che molti considerano la vetta
più bella del PNALM. Impatta all'occhio anche la dura erta che dovremmo
affrontare risalendone il ripido versante sud.


Se salire sulla cima dell’Innominata da sud richiede
impegno e accortezza, scendere lungo la cresta nord ovest è ancora più difficoltoso.
Preventivamente ci siamo attrezzati di corda da 20 m e imbrago per una
eventuale calata, ma sembra si possa fare a meno di attrezzatura alpinistica. Dobbiamo
però spostarci leggermente a sinistra rispetto la cima e cercare i passaggi
relativamente più comodi per scendere. Relativamente perché qui’ di comodo non
c'è assolutamente niente. Si tratta di disarrampicare lungo delicati canalini
di roccia friabile quasi verticali fino a guadagnare una cengia più appoggiata.
Dopo di che si attraversa un tratto di cresta affilata e molto esposta da
percorrere con estrema attenzione, con mani e piedi fermi.

Io scendo per primo fino a raggiungere un comodo
terrazzo dove terminano le difficoltà. A seguire giunge Gianluca e poi Matteo
che dà una mano a Simona nel superare i passaggi più delicati. In ogni caso da
questo punto di osservazione la vista non ha eguali sulla nord ovest
dell'Innominata con la sua inviolata e verticale parete nord che si getta sul
ghiaione sottostante. E dopo l'affannosa discesa dalla cresta restiamo basiti ammirando
come un camoscio con quattro balzi si fa il traverso per intero da una parte
all'altra della parete con assoluta disinvoltura e naturalezza.
Ora ci aspetta la pettata del Petroso che nel
frattempo comincia ad essere avvolto da qualche sporadica nube. All'occhio la
dura erta da affrontare sembra lunga, ma in realtà non troppo. Tra canalini, roccette
e crestine colmiamo i 150 metri di dislivello che ci separano dai i 2249 m.
della vetta. Panorama assolutamente mozzafiato e circolare su quasi tutti i
sistemi montuosi d'Abruzzo e non solo. Si va dal gruppo di monte Meta con la
Val Canneto ad ovest al Pizzo Deta. Poi il Velino, il Corno Grande con la
catena orientale, Il Capraro, monte Amaro di Opi e il Marsicano, poi la Maiella
e altre cime minori. Purtroppo a causa della nuvolosità che si è intensificata
dal primo pomeriggio non riusciamo a scorgerli tutti, ma va bene così.
Inizia la discesa verso l'ultima vetta chiamata
affettuosamente Petrosello, ma che sulle mappe in realtà è segnata solo come
una cima senza nome quotata 2171 metri. Lo sguardo sulla immane parete nord del
Petroso è davvero spettacolare. Nome non poteva essere più azzeccato. Siamo al
cospetto dell'assoluto regno della pietra fatto tutto di brecciai, circhi glaciali,
vertiginose pareti rocciose e immensi ghiaioni, ambiente assolutamente
selvaggio lontano anni luce dalla civiltà. Magnifica è anche la cresta che si
snoda tra i due culmini disegnando un perfetto semicerchio. Da qui’ possiamo
scorgere anche la conca e il lago di Barrea sovrastati dalla mole arrotondata del
poderoso monte Greco.
Ma le difficoltà non sono ancora terminate perché
per raggiungere l'ancora lontano rifugio Forca Resumi dobbiamo scendere lungo
un’ostica erta molto inclinata e accidentata facendo attenzione alla roccia
friabile. Qui’ non ho controllato il GPS ma sorge il dubbio di essere usciti
fuori traccia, anche se a vista non abbiamo notato alternative più comode. Infatti,
dopo questo tratto ferraginoso ritroviamo di colpo la traccia battuta che
scende in direttissima al rifugio che raggiungiamo veramente stanchi. Ulteriore
pausa per ricaricarci e tirar fuori le ultime energie per continuare sul
sentiero K6 che si inoltra all'interno della Valle Risione prima e poi per l'incantevole
Valle Jannanghera. Più in basso la pista attraversa l'omonimo torrente su un
ponticello affiancandolo per un tratto. Infine giungiamo al bivio presso la Sorgente
delle Donne chiudendo questo fantastico anello fino all’agognata Foce del Sambuco.
Fantastica ascensione molto lunga e impegnativa
di grande soddisfazione. Venti chilometri percorsi in undici ore e 1367 metri
di dislivello colmati insieme a tre squisiti compagni di viaggio, Matteo, Simona
e Gianluca sempre pronto ad accogliere il mio invito e che ringrazio di cuore. Ancora
una volta l'Abruzzo mi ha accolto a braccia aperte in tutta la sua
incontaminata bellezza in attesa della prossima entusiasmante avventura.

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Alcuni scatti della splendida Barrea e del suo lago



