Questa uscita fa seguito all’ascensione alpinistica
della cresta sud ovest della Conocchia fatta due anni fa con Falk. Volevamo in
realtà proseguire anche con l’attraversata dei Tre pizzi Monte Sant’Angelo ma ci
rendemmo conto che sarebbe stata molto lunga, considerando i tempi di rientro
all’auto e il viaggio di ritorno di circa tre ore. Così rinviammo il tutto all’anno
successivo in data da destinarsi. Sono invece trascorsi due anni ma adesso domenica
18 giugno, prima che irrompi il gran caldo siamo di nuovo qui’ con una cordata inedita.
Oltre Falk si aggiungono Pasquale e per la prima volta Michele. Lo scenario è
la splendida Penisola Sorrentina e il massiccio è quello dei monti Lattari.



“Il Monte Sant’ Angelo a Tre Pizzi, un
tempo Mons Aureus, era noto nell’antichità per il culto di S. Michele che si
celebrava, fino alla seconda metà del XIX sec., in una chiesetta (fondata nel
VI-VII sec. dai santi Catello e Antonino e oggi non più esistente) sulla cima,
denominata appunto Monte (o Punta) S. Michele o Il Molare. Si tratta della
maggiore elevazione della catena dei Monti Lattari, la dorsale che attraversa
la Penisola Sorrentina da ENE a WSW. Il gruppo sommitale è formato come
suggerisce il nome da tre cime, disposte da NW a SE: il Molare (1443m) così
denominato per la sua forma squadrata, il Monte di Mezzo o Canino (1426m) e il
Catello (dial. Catiello) o Cardara o Incisivo 1393m.” (Francesco Raffaele)



La giornata è soleggiata ma gradevole con
temperature che non vanno oltre i 24 gradi. Dopo un articolato viaggio in auto
attraversiamo la caotica Castellammare di Stabia e i centri di Vico Equense e
Moiano con le loro frazioni. Risalendo la strada montana tra strette stradine
trafficate e infiniti tornanti immersi in un paesaggio da “Signore degli anelli”
raggiungiamo finalmente le pendici di monte Faito parcheggiando infine presso
il rifugio S. Michele chiuso.
Benché sia a carattere prevalentemente escursionistica,
l’attraversata integrale dei Tre Pizzi impone l’utilizzo di corde e
attrezzatura alpinistica per via di due calate obbligatorie che vanno
effettuate nella parete nord est del Molare. Facoltativamente si può includere
l’arrampicata di uno dei due spigoli, W o SW con difficoltà che vanno dal IV al
VI-.
Così ci avviamo lungo il sentiero Italia
“Alta via dei Monti Lattari 7” o “Sentiero dell’angelo” fino a raggiungere la
forcella tra lo spigolo SW del Molare e l'ultima propaggine della cresta nord
della Conocchia. Prima però operando una breve digressione guadagniamo uno
scenografico arco naturale dal quale si apre un fantastico panorama sulla Penisola
sorrentina, Capri e l’isolotto “Li Galli”.



Girando a sinistra ci troviamo direttamente
sotto lo spigolo W del Molare che oltrepassiamo. Proseguendo sul sentiero della
"via normale" ci portiamo sotto il più facile spigolo SSW, 30 m con
difficoltà di IV, un passo di V- più 15 metri di II. Falk e Michele decidono di
scalarlo e questo ci porta via un’ora e mezza buona; in quattro avremmo dilatato
eccessivamente i tempi per il resto dell’attraversata. Così io e Pasquale preferiamo
raggiungere i 1444 m della cima per la normale e attendere che i compagni
completino l’arrampicata e ritrovarci tutti sull’anticima dove sorge un
pilastrino in cemento.
Il panorama dalla vetta è superlativo dominando
l’area metropolitana di Napoli col suo golfo e il Vesuvio in bella evidenza. A
sud’ est si allunga l’intera Penisola sorrentina mentre a est nord est si
elevano i Picentini e gli altri monti dell’Irpinia. Peccato soltanto che il
paesaggio all’orizzonte sia offuscato da una tenue foschia.
Ai fini della prima calata Individuiamo la
prima sosta, un cordone rosso in clessidra, attrezzata in una posizione molto
scomoda. Guardando dritto l’affilata cresta ovest del Canino dobbiamo infatti scendere
in direzione est per qualche metro su ripido, esposto ed infido terreno erboso.
Fidandoci della relazione ufficiale che parla di una calata di 15 metri, utilizziamo
una mezza corda da 60.
Mi calo per primo e mi deposito su un
terrazzino erboso. Gettando la doppia dritto vedo però che non arriva giù. Bisogna
invece proseguire lungo uno stretto canalino a sinistra, sporco, con roccia
rotta e invaso da fastidiosi arbusti. La calata in totale non sarà di 15 m
bensì il doppio,30 metri precisi. La corda termina a filo su di un’esilissima
cengia espostissima che aggira un gendarme roccioso fino a terreni più tranquilli,
un'ampia cresta e poi su un largo terrazzo erboso, la testata della successiva
calata.



Qui’ non riusciamo ad individuare la nuova
sosta di calata, attrezzata qualche anno fa da Cristiano Iurisci. Solo dal
basso vedremo che era posta all’ estremità della cresta in una posizione
alquanto pericolosa da raggiungere, se non esponendosi con grande attenzione e
piede fermo, che avrebbe consentito la calata lungo lo spigolo est. Ci
avvaliamo così di un’altra sosta, un masso con cordone rosso che permette di
raggiungere la base della parete calandosi per 45 metri e non 30 come afferma
la relazione. Fortuna vuole che dopo mio suggerimento ci siamo portati dietro
due mezze corde da 60 che abbiamo congiunto con un nodo “galleggiante”.
Dal cordone rosso ci caliamo seguendo come
guida un cordino fisso bianco su roccia e terreno erboso sporco anch’esso
invaso da alberelli fino a depositarci alla base della parete nel bosco. Aggirando
lo spigolo guadagniamo infine la sella Castellano tra il Molare e il Canino.
A questo punto saliamo in libera su
roccette (III-) lungo il filo di cresta del Monte di Mezzo o Canino oppure
sfruttando più facili canalini obliqui a destra della cresta. Infine raggiungiamo
i 1426 m. della cima dove compare invece della solita croce, un palo dritto. Mi
viene in mente il polverone sollevato in seno al CAI sulla rimozione delle
croci di vetta dalle nostre montagne che ha tra l’altro provocato le dimissioni
del direttore editoriale e responsabile delle attività del Cai Marco AlbinoFerrari,e il curatore del sito internet Pietro Lacasella.Chissà come andrà a finire.



E mentre la vita mondana scorre lungo la
costiera amalfitana e dopo le foto di rito ci apprestiamo a scendere dal Canino
mantenendoci più o meno sul filo di cresta, sfruttando la roccia più solida. Optando
per il percorso migliore seguiamo tracce di sentiero lungo la ripida cresta est,
a volte in libera disarrampicando per qualche metro fino alla sella tra il
Canino e il Catello, detta anche
“Bocca
dell’Inferno”.
Molto interessante osservare durante la discesa
dal Canino una stretta fenditura che taglia di netto il fianco della propaggine
ovest del Catello detta "Vena Spaccata"e la poderosa “frana staccatasi il 3-4 gennaio 2002 dalla sua
spalla SSW, rovinando con brecce di massi incanalatasi in due rami
nord-orientali dell’alto Vallone Porto che 2 Km più giù sfocia in mare ad
Arienzo, poco a E di Positano.
Per raggiungere l’ultima cima ci sono due
possibilità: risalire direttamente la cresta liberamente scegliendo il percorso
migliore superando passi di III oppure seguendo il sentiero che taglia il
fianco nord est della montagna che porta in vetta. In ogni caso conquistiamo
anche i 1390 m del Catello o “Cardara” dove troviamo alcuni escursionisti
giunti da Agerola lungo la via Paipo con i quali scambiamo quattro chiacchiere.
Lo spettacolo che offre il blocco
monolitico dei Tre pizzi da questo punto di osservazione è grandioso. Dal
Catello inoltre il paesaggio si estende verso nord-est sulle cittadine di
Agerola e Bomerano. Dopo aver conquistato l’ultima delle cime di questa spettacolare
attraversata pensiamo al ritorno che non sarà proprio una passeggiata.



Dalla cima del Monte Catiello proseguiamo
verso est scendendo per circa 50 o 60 metri lungo la cresta nordest e svoltando
nettamente a sinistra, imboccando un sentierino poco evidente che riporta alla Bocca
dell’Inferno, il valico tra il Monte di Mezzo e il Monte Catiello. Al passo si
gira a destra e si inizia a scendere direzione nord su esili tracce di sentiero
alquanto malmesso e disagevole verso il bosco fino ad un netto cambio di
direzione a ovest. Aggirata tutta la base di Canino, il sentiero inizia a
salire verso le pareti del Molare, dove una piccola rampa con rocce un po’
scivolose conduce all’inizio del così detto “Sentiero Pericoloso” o Scalandrone
segnalato da un cartello di legno su un albero.



Anche il “Sentiero pericoloso” richiede una
certa dose di attenzione, specialmente in condizioni di terreno bagnato nei tratti
in discesa per il rischio di scivolare verso il ciglio di alte pareti verticali
a valle. Ad un certo punto invece di seguire il sentiero segnalato da una S e
un segno rosso su una paretina ci lasciamo ingannare da una evidente traccia
più in basso che cominciamo a seguire. Essa porta però, dopo aver percorso la
base di una spettacolare parete verticale al cosiddetto “Passo del Lupo” o
Malopasso, una esilissima cengia espostissima e pericolosa da evitare
assolutamente. Resoci conto dell’errore torniamo sui nostri passi per
riprendere la retta via.
Seguendo la traccia di quest’ultimo per
circa 300m, si incontra un secondo cartello con la stessa scritta ”Sentiero
Pericoloso” in quattro lingue, dopo il quale si imbocca il sentiero dell’andata
che riporta al punto di partenza presso il parcheggio del Rifugio San Michele.
Quindi l’intero percorso eccettuata la
salita alpinistica allo spigolo SW penso si possa classificare EEA, ovvero
escursionisti esperti con attrezzatura, capaci inoltre di mettere le mani sulla
roccia, superare passi elementari di arrampicata e muoversi lungo sentieri ostici
ed esposti.L’ultima impresa sarà quella di percorrere in auto la strada
panoramica di Vico Equense e poi attraversare Castellammare di Stabia
praticamente congestionata dal traffico prima di prendere la Salerno Napoli e
tornare a casa dopo tre ore e mezza di viaggio.
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