Sono
trascorsi tre mesi dall’ultima uscita prima che il Covid irrompesse nelle
nostre vite. Ci eravamo lasciati con la frase di Khalil Gibran, dal sapore velatamente
amaro ma non privo di ottimismo: “Per arrivare all’alba non c’è altra via che
la notte”. Direi che ci troviamo nella fase in cui la luce appare nel cielo
poco prima del sorgere del Sole e per adesso va bene cosi.
Nel
frattempo sono cambiate molte cose e tanti pensano che la nostra vita non sarà
più come prima. Altri sono convinti che prima o poi tutto passerà e ritorneremo
alle vecchie abitudini. Il tempo sana anche le ferite più profonde, ma, ne sono
convinto, il dramma di tante vite spezzate, di persone che hanno perso il
lavoro e che faranno fatica a ripartire, gli strascichi umani, psicologici e
fisici che il virus ha lasciato, rimarrà in noi come una terribile cicatrice difficile
da rimarginare completamente.
Finalmente, rieccomi
qua. Mente, cuore e gambe fremono dalla voglia di ripartire con rinnovato
entusiasmo. In particolare ho intenzione di salire sulla Manfriana, un luogo
così caro agli antichi greci, che forse più di altri riesce a trasmettere sensazioni
amplificate all’ennesima potenza di spazi aperti, orizzonti sconfinati, e voglia
di libertà, ciò di cui ho bisogno adesso.
Percorrerò in
solitaria la “Via dell'Infinito”, la cresta rocciosa che si sviluppa lungo
tutto lo spartiacque calabro che dalla Timpa del Principe raggiunge il Monte Manfriana.
Di regola comprende anche il tratto di cresta che giunge fino al Dolcedorme, ma
essendo decisamente lunga e faticosa, da qualche tempo gli escursionisti la
interrompono anche al solo monte Manfriana. In ogni caso si tratta di un
fantastico itinerario aereo a cavallo tra le valli del Coscile e del Raganello
ricche di storia, soprattutto riferite alla Manfriana, antico insediamento di
origine greca legato alla via istmica che collegava Sibari con le città lucane.I
massi squadrati che si trovano in cima ne sono la testimonianza.

Visto il
clima caldo e afoso di oggi voglio evitare la parte iniziale originale della
Via dell’Infinito che parte da Colle San Martino, una bella rampa tutta su
pietraia completamente scoperta ed esposta al sole che porta in direttissima a
Timpa Principe transitando da Colle della Scala. Salirò invece dal più fresco
versante nord est per il sentiero di Colle Marcione che cammina quasi interamente
all’ombra dei faggi.
Mi avvio
lungo l’ IPV 5 che raggiunge Piano di Ratto Piccolo e successivamente, piegando
decisamente a sinistra ad un bivio, va a intercettare il CAI 941. Il sentiero, molto
evidente e ben segnalato sale comodamente attraverso alcuni tornanti e qualche
traverso uscendo in cresta nei pressi della prima cima di Timpa del Principe. L'uscita
è segnalata da un omino di pietra che serve ovviamente come segnale per identificarne
l’ingresso al ritorno.
Si
incontrano magnifiche fioriture di timo, vulneraria montana, bocche di leone,
asfodeli bianchi, orchidee di varie specie e tante altre che tappezzano il
Parco in questo periodo in un autentico tripudio di colori. E' la primavera sul
Pollino nella sua massima espressione. Riesco anche a rinvenire due esemplari
di “orchidea neottia”, o “nido d'uccello”, una pianta priva di clorofilla. Questa orchidea ha i
colori tipici dell’autunno, giallo bruno in tutte le sue parti, ed è appunto
priva di parti verdi. Non compie dunque fotosintesi ma ricava i nutrienti
necessari alla propria sopravvivenza grazie alla simbiosi con
un fungo sia a livello delle radici che a
livello delle cellule più superficiali dello strato corticale della porzione
ipogea.
Purtroppo
lungo il sentiero mi trovo a combattere con nuvoli di zanzare formato maxi che tormentano
le mie braccia scoperte. Proseguo piuttosto velocemente e dopo un'ora e mezza
raggiungo la cresta. Da questo punto il panorama è mozzafiato in tutte le direzioni.
Lato Raganello lo sguardo corre dalle Timpe Rocciose abbracciando l'intera Fagosa
fino alle vette lontane di Serra Crispo, Ciavole e Dolcedorme. Lato Coscile, si
domina la conca di Castrovillari, la Piana di Sibari fino allo Jonio. Rifacendomi
ad un passaggio del film “Aspromonte, la terra degli ultimi”, “c’è il mare, c’è
la montagna, c’è il silenzio”. Peccato soltanto per la luce che non è delle
migliori a causa di una densa patina afosa di scirocco che insiste da vari
giorni e che rende il paesaggio offuscato.

Dall'omino
di pietra ai 1741 m di Timpa del Principe è una piacevole passeggiata tutta in
piano. Dal suo culmine arrotondato si gode una splendida visione sulla
Manfriana che ora si svela per intero. A destra sorge invece il Dolcedorme con
le sue aspre e dirupate pareti meridionali. Bisognerà adesso scendere di quota verso
Passo del Principe dove compare un curioso monolito posto a baluardo di questo
mondo di roccia brullo e misterioso. Più avanti raggiungo i due piccoli culmini
dell’appuntita Serra di Malaverna che si oltrepassa agevolmente da destra in un
sentiero immerso nei faggi, provvidenziale riparo all'ombra per recuperare
energie quando fa molto caldo.
Uscito con
disinvoltura dalla Malaverna incontro i resti di archeologia industriale che testimoniano
un periodo triste per il Pollino: i cavi metallici arrugginiti e vecchie
palificazioni delle teleferiche usate dalla Rhueping negli anni trenta del
secolo scorso per il taglio massiccio e indiscriminato operato in queste maestose
foreste.
Ora davanti
a me ho solo la Manfriana, con la cima orientale alta 1981 m. che si innalza ripida
e rocciosa dalla forma piramidale. La mia meta è invece l’altra vetta, quella
occidentale di poco meno elevata, spostata verso sud ovest. Essa rispetto alla
cima gemella presenta una morfologia diversa sviluppandosi come una cresta oblunga
raggiungendo l'elevazione massima di 1955 m. Dal punto più alto degrada
gradualmente verso il Passo del Vascello in un continuum con il più lontano
Crestone Est del Dolcedorme. In mezzo vi
è l'Afforcata, la caratteristica depressione che separa le due vette con le sue
pareti verticali che emergono dalla faggeta sottostante e sulle quali allignano
alcuni pini loricati.

La risalita
avviene prima lungo la spalla est lambendo i faggi dell’Afforcata per piegare
decisamente verso nord al termine d’essa. Ora in un divertente saliscendi, tra roccette
e fitti boschetti di faggio raggiungo finalmente il culmine massimo della Vetta
Occidentale per proseguire ancora fino al punto in cui il filo di cresta comincia
a degradare verso il Passo del Vascello. Spettacolare il panorama che si apre
da questo belvedere verso il Dolcedorme col suo maestoso crestone orientale che
si innalza fino alla vetta lontana.

E’ curioso
osservare invece la dirimpettaia vetta Orientale della Manfriana dove cerco di
scorgere a occhio nudo i famosi massi squadrati depositati e sparpagliati più
in basso della cima. Purtroppo non riesco a distinguerli se non dopo aver
zoomato con la macchina fotografica. Ammirando questo magnifico panorama la
voglia di proseguire lungo la Cresta dell’Infinito verso il Dolcedorme ti
viene. Sarebbe stata la terza volta, l’ultima nel 2007 ma lo stop forzato di
tre mesi, il caldo e i pochi liquidi da bere che rimangono mi fanno giustamente
desistere. Sarà per un’altra volta.
Ultima nota
cromatica, durante il ritorno in auto verso il paese di Civita mi trovo immerso
dalle fioriture di ginestre in un incantevole mare di giallo che tutto avvolge.
In questo ambiente arido mediterraneo esso trova la sua massima esplosione. E
dopo la lunga cavalcata di oggi è sicuramente il modo più bello e suggestivo
per coronare questa fantastica ed appagante escursione.