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domenica 4 gennaio 2026

Serra Dolcedorme Cresta Nord "Tommaselli"

Venerdì 19 dicembre torno in montagna per la seconda uscita invernale obiettivo Serra Dolcedorme per la cresta nord, denominata Tommaselli. Rispetto a undici giorni prima, dal punto di vista meteorologico è cambiato ben poco, non essendoci stata nel frattempo alcuna precipitazione. Anzi, rispetto alle ottime condizioni riscontrate in quota l’8 dicembre, molte vie di misto sulla parete nord del Pollino risultano inevitabilmente più “magre” a causa della riduzione del manto nevoso. La parete nord del Dolcedorme invece, per la sua conformazione orografica, simile a un "paginone" è una garanzia: accumula infatti un considerevole strato di neve, che riesce a mantenersi portante anche a stagione inoltrata.



Parto nuovamente in solitaria di buon mattino dal mio paese con un nebbione fitto che avvolge tutto. Si tratta però soltanto di umidità che da giorni ristagna alle basse quote e nei fondovalle a causa dell’inversione termica: una foschia compressa dalla persistente alta pressione e dall’assenza di vento, che genera il classico “mare di nubi” osservabile non appena si guadagna quota, come lungo la strada montana per Piano Ruggio dove mi fermo per uno scatto. Una volta in alto, i pianori di Campotenese, Ruggio e Vaquarro si presentano come distese candide, un biancore totale dovuto alla brina ghiacciata, formata dalle temperature sotto zero della notte.



Come la volta precedente, parto da Colle Impiso con passo spedito in direzione dei Piani del Pollino. La quota neve si è ulteriormente alzata, attestandosi intorno ai 1700 metri. Lungo il sentiero la incontro a partire dalla radura di “Rummo”, completamente ghiacciata, fino all’ingresso di Piano Toscano. Poi lo scenario cambia radicalmente: i Piani, per quasi tutta la loro estensione, e il versante roccioso sud ovest di Serra delle Ciavole risultano completamente asciutti. La neve resiste solo nelle zone meno esposte al sole, dove appare a chiazze. È triste osservare queste condizioni desolanti alla fine di dicembre.



Per contro, in lontananza svetta la piramide del Dolcedorme, con la parete nordest completamente imbiancata. Mi dirigo quindi verso il Varco del Pollino, già Passo delle Ciavole, attraversando rapidamente l’ampio pianoro e aggirando le basse collinette moreniche e le conche carsiche acquitrinose. Queste forme del paesaggio sono caratterizzate da linee morbide e ondulate e dalla presenza di “flysch” argilloso, termine di origine svizzera che indica un “terreno che scivola”, particolarmente erodibile e facilmente soggetto a fenomeni franosi. Si tratta di un substrato incoerente e impermeabile, che favorisce la formazione di piccoli laghetti nelle depressioni, come quelli iconici nei pressi dell’inghiottitoio del “Trabucco”.



Dopo una veloce galoppata interamente in piano raggiungo i celebri massi erratici che giacciono alle falde di Serra delle Ciavole. Sono chiamati così perché sono stati inglobati e trasportati nel corso dei millenni dagli antichi ghiacciai e depositati lontano da qualsiasi punto di probabile distacco. Nei pressi dei massi imbocco il sentiero IPV5 C, che si inoltra nella faggeta dove ricompare la neve. Dopo alcune centinaia di metri, a un bivio, piego a destra e impegno la cresta affacciata sulla conca morenica del “Piano di Acquafredda”, pianoro noto perché ospita una singolare comunità di faggi dai fusti contorti, conosciuti come “alberi serpente”. Le condizioni microclimatiche uniche della dolina, quali l'inversione termica e il continuo stress dovuto alle gelate frequenti in primavera e autunno, impediscono lo sviluppo regolare del tronco e delle parti apicali, producendo forme ritorte, avvolte e serpenteggianti.



Da una radura pianeggiante, dominata da colossali pini loricati, lo sguardo si apre d’incanto sul lontano Monte Pollino e sulla perfetta piramide del Dolcedorme, che mi appresto a salire lungo la cresta nord. Proseguo seguendo i segni bianco rossi fino ad abbandonare il sentiero all’altezza di una ripida rampa nevosa, intorno ai 2000 metri di quota. Raggiunto il margine superiore, mi sposto verso est, uscendo dalla faggeta e proiettandomi sull’immenso paginone bianco della parete nord. Qui indosso il casco, calzo i ramponi e tiro fuori le picche. Mi discosto quindi di una cinquantina di metri dal filo di cresta per cercare neve più compatta e ben trasformata, seguendo la linea di massima pendenza, che si mantiene mediamente al di sotto dei 50°, fatta eccezione per qualche breve passaggio più ripido, se volutamente cercato. La progressione procede tranquillamente, immersa in un silenzio profondo e in una quiete assoluta, senza che si scorga anima viva. Da qualche tempo ho l’impressione che il "delirio" post-COVID sulle nostre montagne si sia in parte attenuato.



Nel tratto terminale che conduce direttamente in vetta, le pendenze si addolciscono sensibilmente. La cresta, che qui intercetta la via normale proveniente dalla Sella del Dolcedorme, funge da netto spartiacque tra il versante nord est, copiosamente innevato, e quello sud ovest, quasi completamente asciutto, dando la sensazione di trovarsi sospesi tra due mondi diametralmente opposti. In vetta, come speravo, mi attende uno spettacolare mare di nubi che avvolge e ricopre i fondovalle. Le nuvole si distendono come un oceano lattiginoso, morbido e infinito e le cime lontane emergono come sospese tra cielo e terra. Oggi regna una quiete profonda nel paesaggio: il mondo sembra rallentare e i rumori si dissolvono. È di una bellezza che non abbaglia, ma avvolge, invitando alla contemplazione e al silenzio.



Naturalmente mi concedo una lunga pausa, non risparmiando foto e video, per poi apporre l’immancabile firma sul libro di vetta. Dopo l’autoscatto di rito mi avvio verso il rientro, scendendo al passo di Valle Piana e intercettando il sentiero del Dolcedorme. Al suo imbocco è posto a guardia un maestoso pino loricato secco e scultoreo, che fa da inconfondibile riferimento. Infine mi ricongiungo all’itinerario dell’andata e, dopo circa otto ore complessive di cammino, raggiungo l’auto.


















Chiudo così una magnifica seconda invernale, intensa e appagante, che assume anche un valore celebrativo, avendo toccato infatti per la quarantesima volta la vetta più alta del Meridione, un traguardo che racchiude anni di passi, stagioni e montagne vissute.



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