In attesa della grande nevicata, quella che ancora manca, quella importante e solenne, che ricopre copiosamente i monti regalando puro piacere agli occhi, approfittiamo della momentanea finestra di bel tempo di mercoledì 14 gennaio per organizzare un'uscita con l'amico Pasquale.
Accontentandoci della situazione attuale,
tentiamo finalmente qualcosa di tecnico sulla parete nord del Santa Croce
(Monte Alpi), obiettivo rimasto irrealizzato lo scorso anno a causa della
carenza di condizioni e di innevamento su questa splendida montagna.
Dalla webcam appare evidente che la parete nord è piuttosto magra e qualche dubbio si fa strada. Decidiamo comunque di partire, considerando che tra le due possibili località di accesso almeno una è sicuramente raggiungibile, ovvero quella di "Vena Nera", lungo la strada principale che conduce a Castelsaraceno, a quota 1000 metri. Per la seconda opzione, il rifugio Tellus Mater, a una quota maggiore, circa 1300 m, mi riferiscono che sulla strada, esposta a nord e quindi in ombra "c’è ghiaccio, ma si passa". Ci affidiamo così alle mie termiche Dunlop, confidando che facciano il loro dovere.
Nelle curve che precedono il bivio dell'Armizzone possiamo finalmente osservare il versante nord del Monte Alpi, che
conferma quanto avevamo intuito dalle immagini un po’ sgranate viste il giorno
prima su uno schermo. Superato senza particolari difficoltà il tratto di strada
ghiacciata, raggiungiamo il rifugio in perfetta solitudine. Decidiamo di
tentare la via "Solco Dritto" fatta già varie volte. Si tratta di un
canale elegante che sale diritto, inizialmente nel bosco, che poi sbuca in un
ampio anfiteatro, a mio avviso il luogo più suggestivo dell’intera parete nord
del Santa Croce.
Dopo aver raggiunto in circa un’ora la “Neviera”,
scendiamo sulla destra nell’omonimo Fosso e quindi traversiamo fino a
intercettare la linea del nostro canale, che ci accoglie con un bel salto
iniziale di circa 25 metri a 65°, su neve non eccellente ma comunque
abbordabile. Superato questo primo ostacolo, si prosegue diritti fino a uscire
dal bosco, all’altezza di una crestina che aggiriamo da sinistra, risalendo poi
fino a una selletta panoramica. Da questo punto di osservazione si apre davanti
a noi l’anfiteatro, che si svela in tutta la sua magnificenza.
Qui ci leghiamo e iniziamo a risalire il
ripido pendio innevato in conserva assicurata. Purtroppo, a causa della scarsa
qualità della neve, riesco a individuare con difficoltà punti affidabili per
fare sicura riuscendo ad utilizzare solo alcune grappette da ghiaccio "bulldog",
qualche friend e un nut. Solo ora mi pento di non aver portato con me i fittoni
da neve, sempre validi e utilissimi in situazioni come questa.
Costeggiando le rocce sulla sinistra tentiamo l’approccio a "Surprise", la bellissima e ardita variante aperta da me e Pasquale nel 2017, che purtroppo si rivela estremamente magra, almeno nel primo salto, il più difficile. Decidiamo quindi di rinunciare e di proseguire lungo la nostra via originale.
Con inclinazioni che aumentano
progressivamente fino a 60°, raggiungiamo il restringimento a imbuto dell’anfiteatro
chiuso dal muro di circa 30 metri che rappresenta il passaggio chiave
dell’itinerario. La parete è chiaramente magra, con neve molle e cedevole che
ne accentua ulteriormente le difficoltà. Dopo aver allestito una sosta infilando
un friend in una fessura ben profonda parto da primo mentre il compagno mi fa
sicura.
Alla meno peggio, a colpi di piccozze tra
neve sfatta, ciuffi d’erba e fessure nella roccia, affronto nella prima parte
pendenze fino a 75°, senza alcuna possibilità di protezione. Dopo una decina di
metri mi sposto lungo uno scivolo laterale sulla sinistra, molto delicato ed
esposto, che mi immette in una rampa meno inclinata ma altrettanto ostica,
intorno ai 65°. Concludo l’ultimo tratto su pendenze di circa 60°, sfruttando
l’intera lunghezza della corda e piazzando infine la sosta su un masso,
utilizzando un anello di fettuccia da un metro e mezzo.
Recupero il compagno e, dopo aver
finalmente ripreso fiato, proseguiamo in conserva lungo l’ultima parte della
parete, circa 150 metri su pendenze costanti attorno ai 50°, con un breve
tratto finale che tocca i 55°. In uscita rivediamo il sole e, purtroppo, anche
il forte vento da sudovest, con temperature stimate non inferiori ai 2 °C.
Smontiamo rapidamente il materiale sotto le
sferzate del vento e percorriamo la cresta, aerea e affilata, quasi priva di
neve, fino a raggiungere i 1893 m della croce di vetta. Il panorama è
mozzafiato in tutte le direzioni e mette particolarmente in risalto il versante
nord del massiccio del Pollino e quello orientale del Sirino, grande
accumulatore di neve. Dopo le immancabili foto di vetta, scendiamo lungo la
ripida cresta nord del Santa Croce, dalla quale si gode di un magnifico colpo
d’occhio sull’anfiteatro della Neviera, che storicamente accumula metri di
neve, ma non oggi, purtroppo.
Infine, dopo il meritato panino, rientriamo
per lo stesso sentiero, baciati da un sole ormai caldo e accompagnati dalla
quiete solenne del bosco di faggi e pini, fino a raggiungere il rifugio,
abbandonato e in stato di degrado da oltre venticinque anni. E così anche la
quarta uscita invernale di stagione e la prima dell'anno è andata.
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