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sabato 7 marzo 2026

Serra delle Ciavole parete est Via dei Moranesi

In un inverno che va e viene, come qualcuno lo ha definito, decidiamo di spingerci in uno dei luoghi più selvaggi e primordiali del Pollino: Serra delle Ciavole per la severa e silenziosa parete est, che rispetto al versante occidentale, più dolce, antropizzato e battuto dagli escursionisti, conserva ancora un carattere, aspro e solitario.



L’itinerario scelto è la Via dei Moranesi che incide proprio il centro della parete sfruttando una larga cengia inclinata e raggiunge una crestina. Da lì la linea cambia direzione e prosegue affiancando il grande Canalone centrale, fino a guadagnare la vetta.



Partiremo dalla masseria "Casa Francomano", proprio dove termina l’asfalto della strada che sale da Colle Marcione. Siamo praticamente alla fine del mondo, come osserva Simone, il terzo di cordata che oggi si è unito a me e Pasquale e che qui non era mai venuto.



Si tratta di ascensioni che richiedono tre ore e mezza o quattro di avvicinamento, perché bisogna attraversare l’intero bosco della Fagosa da est a ovest. Improvvisamente, usciti dalla faggeta, ci si ritrova di fronte a profondi dirupi, orridi canaloni, frane e ghiaioni di roccia instabile. Da quel punto partono vie di misto di varia difficoltà, con uno sviluppo e un dislivello aggiuntivi di circa 400 metri ripidi, da sommare ai già 700 metri colmati nell’avvicinamento. Itinerari dunque per gente allenata, preparata e motivata.










La giornata di sabato 21 febbraio inizia sotto i migliori auspici dal punto di vista meteorologico. A Colle Marcione, infatti, la vista sui monti innevati è superba, con cielo limpido e sereno. Tuttavia, nel corso della giornata la situazione è destinata a cambiare. Giunti infatti all’incantevole laghetto delle Ciavole ghiacciato, la nebbia comincia a scendere dalle quote più alte della montagna che ci sovrasta.



Dopo circa tre ore dalla partenza raggiungiamo la parete di Serra Ciavole, ma più a sud rispetto all’attacco della nostra via. Dobbiamo quindi aggiungere un’ulteriore mezz’ora per il traverso che ci conduce alla base dell’Anfiteatro Centrale. Nel frattempo, la nebbia si impossessa definitivamente del paesaggio circostante, suscitando una sensazione di isolamento e creando un’atmosfera sinistra, quasi sospesa nel tempo.



Immersi in questa bellezza austera e silenziosa, piccozze alla mano, risaliamo una lingua di slavina a 45° di pendenza e raggiungiamo il gigantesco pino loricato posto al centro dell'anfiteatro. Solitario e scuro si staglia contro il bianco della neve e il bagliore della nebbia, aggiungendo un senso di resilienza e solitudine.













Durante la delicata rampa inclinata che segue, la visibilità si riduce, quasi azzerandosi. Riusciamo a intravedere solo le sagome di qualche roccia e di alcuni pini loricati. Prima di raggiungere il tronco mozzo di un loricato, punto di riferimento sulla selletta che separa la cengia dal canale centrale, a Simone occorre anche un imprevisto. Sul tratto di massima pendenza di circa 55°, i suoi ramponi automatici, non proprio compatibili con gli scarponi si sganciano. Dobbiamo ricorrere ad un intervento di fortuna utilizzando il mio immancabile nastro isolante per risistemarli perfettamente permettendogli di proseguire la salita senza problemi.



















Scavalcata la crestina andiamo a risalire il canale che in direttissima ci porta ai 2130 m della vetta immersi in un paesaggio spettrale dove il sole cerca invano di bucare la densa coltre nebbiosa ma senza riuscirci.



In cima comincia a venire giù anche un nevischio fitto e intenso che provoca il whiteout totale, che non è solo scarsa visibilità. E' una condizione in cui neve, nebbia e luce diffusa eliminano quasi tutti i contrasti visivi, facendo apparire il paesaggio come un unico spazio bianco in cui cielo e terreno si confondono causando la perdita quasi totale della percezione dello spazio e forte disorientamento. Scompaiono orizzonte, ombre e punti di riferimento, rendendo impossibile percepire profondità e pendenze. Il terreno infatti può sembrare piatto anche quando è inclinato. 



In questa sensazione fluttuante di vuoto e di “galleggiamento” abbiamo dieci minuti di smarrimento. Cerchiamo di seguire il filo di cresta usando come riferimento i pini loricati e le rocce che riusciamo a scorgere. Indispensabile in queste circostanze farsi guidare dalla traccia GPS.



Arrivati sulla vetta sud, vi è qualche apertura nella nebbia e la visibilità finalmente migliora. Da qui iniziamo la discesa lungo la ripida cresta meridionale fino al punto in cui svetta Italus, il pino loricato di 1237 anni, considerato l’albero più antico d’Europa.



Dopo le foto di rito, proseguiamo scendendo ulteriormente di quota fino a intercettare, sul fondo del vallone, il sentiero de "La Scaletta", che in forte pendenza collega Piano di Acquafredda a Piano di Fossa. A 1300 metri il nevischio, che continua a cadere leggero, si trasforma in pioviggine e ci accompagnerà fino al ritorno all’auto.



Bellissima ascensione, lunga, tosta e avventurosa, fatta di silenzi e paesaggi che ci hanno ripagato di tutta la fatica, ma che ci ha regalato emozioni autentiche, di quelle che restano dentro e che lasciano il segno.



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