Martedì 2 giugno chiudo alla grande la stagione invernale con una classicissima del Gran Sasso: la salita al Corno Grande Occidentale per il Calderone, partendo direttamente dai Prati di Tivo. La giornata però si apre all'indomani di una notte concitata e carica di apprensione.
Alle 00:15 in pieno sonno, vengo svegliato da una telefonata dalla Calabria. Pochi istanti prima una forte scossa di terremoto di magnitudo 6.2 ha fatto tremare la Calabria con epicentro in mare a pochi chilometri da Amantea (Cosenza), sulla costa nord occidentale calabrese.
Trovandomi a L’Aquila, città che porta
ancora i profondi segni del sisma del 2009, la notizia assume contorni quasi
surreali. Fortunatamente si è trattato di un evento di subduzione con ipocentro
molto profondo, circa 250 chilometri sotto la superficie. Se si fosse
verificata in prossimità della superficie sarebbe stata devastante vista l’alta
magnitudo.
Dopo una serie di messaggi e telefonate con
familiari, ho la conferma che il terremoto, pur avvertito con forza, ha causato
soltanto un grande spavento. Riesco così a riaddormentarmi, ma solo per
un’oretta e alle 2:30 sono di nuovo in piedi. Alle 3:50 parto in direzione dei
Prati di Tivo, che raggiungo in solitaria intorno alle 5:15. Una partenza così
anticipata mi consentirà altresì di rientrare presto visto il meteo incerto di
questi giorni e il rischio di temporali nel primo pomeriggio.
La mattina è serena, il cielo è limpido e silenzioso, le temperature miti tipicamente primaverili e regna una pace assoluta. Mi avvio senza fretta da un piazzale Amorocchi completamente deserto immerso in una natura che invita soltanto a osservare, ascoltare e camminare. Mentre il maestoso Intermesoli e il Corno Piccolo si accendono ai primi raggi del sole, comincio a risalire i pratoni lungo i piloni della funivia.
Fino alla Madonnina, stazione di arrivo
dell'impianto, il percorso segue una direttissima ripida e impegnativa in
quanto occorre superare circa 500 metri di dislivello in appena 1,8 chilometri.
È possibile ridurre la salita di circa 200 metri partendo da Cima Alta, ma la
strada di accesso, caratterizzata da un fondo sconnesso, non è sempre
percorribile con un'auto normale. Solo durante il ritorno apprendo da un gruppo
di sciatori che nel frattempo la carreggiata è stata spianata.
A prescindere dal punto di partenza, oggi il Gran Sasso regala uno dei suoi volti più affascinanti, quello della transizione tra la primavera e l’ambiente invernale dell’alta montagna. È emozionante osservare i prati ormai esplosi di colori, dove le fioriture di crochi, orchidee, narcisi, margherite, anemoni e primule ricoprono i pendii con vivaci sfumature, mentre il profumo dell’erba nuova accompagna ogni passo.
Salendo di quota, il paesaggio muta
gradualmente. Giunto alla Madonnina, il verde lascia spazio alle pietraie,
l’aria si fa più fresca e le nubi, sospinte dal vento, si rincorrono veloci
avvolgendo le suggestive pareti del Corno Piccolo e i contrafforti delle
quattro vette del Corno Grande. Ne nasce uno scenario di straordinaria
bellezza, in cui la delicatezza della primavera incontra il carattere severo e
ancora invernale delle alte quote.
Dalla cresta semipianeggiante dove giunge la seggiovia, a quota 2015 m, il sentiero, tra ghiaia e roccette, risale inizialmente un breve ghiaione gradonato. Prosegue quindi con una netta deviazione a sinistra, passando sotto alcune pareti rocciose che segnano il tratto più esposto del Passo delle Scalette (2100 m), per poi immettersi nel Vallone delle Cornacchie.
Sopra di me due camosci mi osservano con
indifferenza. Non appena mi muovo verso di loro si precipitano nel vallone
sottostante, scomparendo rapidamente alla vista. Sara' un vero spettacolo udire
il bramito di alcuni esemplari riecheggiare durante la discesa lungo i prati
nella via del ritorno.
Poco oltre il passo metto piede sul nevaio
e indosso casco, piccozza e ramponi per affrontarlo in sicurezza. Raggiungo nel
successivo step il rifugio Franchetti, arroccato su uno sperone roccioso a
quota 2433 m. Sebbene oggi sia chiuso, ne approfitto comunque per una breve
sosta, consumando una barretta proteica e alcuni integratori cercando di
recuperare un po' di energie dopo i primi impegnativi 900 metri di dislivello e
prima di affrontare gli ulteriori 500 metri di salita che mi separano dalla
vetta.
Dopo essermi rifocillato riprendo la marcia risalendo uno degli ambienti più iconici del Gran Sasso, il nevaio che conduce alla conca del Calderone, ai piedi delle imponenti guglie del Corno Grande. Ai lati si innalzano le maestose pareti rocciose dei due Corni, che incorniciano un paesaggio alpino austero e severo di grande suggestione, mentre al centro la distesa nevosa guida naturalmente lo sguardo verso il cuore della montagna.
Durante la salita vengo raggiunto da tre sciatori che percorrono il mio stesso itinerario. Nonostante la neve, già "smollata" di primo mattino, procedono con decisione lungo il pendio in direzione della conca.
Raggiungo così la zona del Calderone che, posta tra i 2800 e i 2680 metri di altitudine, rappresenta l'ultimo residuo delle grandi glaciazioni del quaternario. A causa dei cambiamenti climatici, però è quasi del tutto scomparso e così nel 2019 da ghiacciaio è stato declassato a "glacionevato".
Anche se l’estate è ormai alle porte, qui
l’inverno sembra ancora resistere. Ampi nevai modellano il paesaggio ai piedi
delle imponenti pareti del Corno Grande e delle sue quattro vette, creando uno
straordinario contrasto con i prati fioriti che si estendono poco più in basso.
In pochi chilometri si attraversano due stagioni diverse, da un lato la
primavera nel pieno del suo splendore, dall’altro gli ultimi segni della neve
che per mesi ha dominato queste quote.
Su una neve che peggiora progressivamente
con l’aumentare della quota, affronto il traverso che lambisce il Calderone
Inferiore e, successivamente, compio l’ultimo sforzo risalendo la rampa finale
del Calderone Superiore, con pendenze che raggiungono anche i 50°. Raggiunta la
cresta, ritrovo i tre sciatori che stanno per affrontare la delicata discesa
dello stesso pendio sci ai piedi. Gli ultimi metri su cresta si svolgono infine
su un terreno misto di roccia e neve papposa.
Poco prima di raggiungere l’agognata croce di vetta, posta a 2.912 metri, una fitta nebbia avvolge improvvisamente il paesaggio, conferendogli un’atmosfera quasi spettrale. In quello stesso momento arrivano in cima altri due ragazzi provenienti dalla “Direttissima”. È davvero insolito ritrovarsi in appena tre anime su questa vetta, solitamente presa d’assalto da escursionisti, alpinisti e sciatori in ogni stagione dell’anno.
Dopo qualche scatto per immortalare il nulla, mi avvio lungo la via del ritorno, ripercorrendo il Calderone Superiore e Inferiore, il Rifugio Franchetti, il Passo delle Scalette e infine la Madonnina. Tutto procede senza problemi, ma la discesa sui ripidi pratoni erbosi mette a dura prova le mie ginocchia, costringendomi a diverse soste.
Pause che diventano l’occasione per
osservare con calma il paesaggio: lingue di neve che ancora resistono, prati
punteggiati di fiori multicolori, sorgenti che danno vita a piccole cascate,
come quella di “Fonte Cristiana”, dove ne approfitto per rinfrescarmi e bere
dalle sue acque gelide, e persino qualche camoscio che si muove silenzioso ai
margini del bosco.
Dopo l’apprensione per il terremoto
avvenuto nella notte in Calabria, una birra ghiacciata e una fetta di crostata
alle ciliegie rappresentano la degna conclusione di un’escursione che racchiude
tutta la bellezza del Gran Sasso: silenzi profondi, scenari severi e maestosi e
una natura capace di sorprendere fino all’ultimo. Un modo perfetto per salutare
una stagione invernale che si è rivelata particolarmente generosa e ricca di
soddisfazioni.
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