Finché c'è neve c'è speranza, e così il Pollino ancora una volta ci concede il piacere dell'ultima picozzata di stagione. Siamo infatti al 17 di maggio, e mentre la gente cerca il sole, noi continuiamo a litigare con la neve per non fare finire l'inverno. A primavera ormai molto inoltrata le uniche vie di neve sul Pollino rimaste ancora in vita sono la classica Via dei Lupi e la sua variante bassa, più tecnica ma da valutare in quanto il passaggio chiave, ovvero il salto sotto il grande pino loricato potrebbe essere scoperto. Insieme a Pasquale ci saranno due "new entry", Domenico da Lungro, suo compaesano e Costantino da Avellino che per la prima volta viene sul Pollino, un motivo in più per godersi questa giornata fino in fondo.
L’escursione infine si rivelerà un perfetto
mix tra alpinismo, didattica e contemplazione, un’esperienza intensa e
coinvolgente, capace di unire il piacere della salita alla scoperta e
all’osservazione del paesaggio. Il nuovo compagno, alla sua prima uscita con
noi, rimarrà profondamente affascinato innamorandosi fin da subito di questi
luoghi. Anche il fatto di avergli fatto da cicerone tra sentieri, racconti e
particolarità del posto, renderà tutto ancora più speciale. Una giornata bella
e completa, fatta di salita, scoperta e meraviglia.
Il giro è di quelli che non si dimenticano.
Si parte da Colle Impiso in direzione di Piano Vaquarro Alto, dove il Pollino
appare all’improvviso maestoso, segnato ancora da alcune lingue di neve che
resistono sulla parete nord. Alle nostre spalle, a fare da contraltare, domina
imponente la mastodontica Serra del Prete, con la sua ondulata cresta ancora
innevata e l’inconfondibile circo glaciale dalla caratteristica forma “a braccioli
di poltrona”, che rende questo angolo di montagna ancora più suggestivo.
A Piano Toscano Costantino rimane completamente rapito dal paesaggio che ci circonda. I Piani che si distendono davanti a noi e le vette più alte del Pollino disposte a corona, regalano come sempre uno scenario di straordinaria bellezza. Se fosse arrivato qui qualche settimana fa, trovandolo ancora nella veste invernale, sarebbe stata davvero l’apoteosi.
La tappa successiva è la Grande Frana, dove
il manto nevoso, rispetto a due settimane fa, è arretrato in modo evidente.
Caschetti, ramponi e piccozze e siamo pronti ad attaccare le nostre vie. Prima
di puntare sulla classica Via dei Lupi ci spingiamo un po’ oltre per verificare
la variante, trovando conferma che il salto è ormai completamente scoperto.
Pasquale e Domenico scelgono senza esitazione la via classica; io e Costantino,
invece, ci portiamo alla base del salto per valutarlo da vicino.
Decido di affrontarlo da solo, in libera e
in dry tooling, invitando per prudenza il compagno a tornare sui suoi passi e a
raggiungere gli altri due. Preferisco evitargli rischi inutili alla sua prima
esperienza “polliniana”: oggi dev’essere soprattutto una giornata di festa. E
in effetti l'ostacolo si rivela più ostico e impegnativo del previsto,
richiedendo perizia, concentrazione e grande attenzione.
Così, dopo esserci riuniti alla sella dove le due vie si ricongiungono, riprendiamo la salita completando l’itinerario lungo l’ultima, elegante rampa nevosa che ci conduce fino alla cresta sud est. In vetta, dove comincia ad alzarsi un po’ di nebbia, ci concediamo la meritata pausa pranzo. Tra una chiacchiera e l’altra rischio perfino di dimenticare le piccozze alla base del pilastrino, quasi a testimoniare il clima rilassato e appagato di questa bella giornata.
I tre compagni sulla via dei Lupi classica
A questo punto, come si potrebbe negare al nostro ospite la visita al Patriarca, il monumento per eccellenza del Pollino? Scendiamo così lungo la via normale, per poi dirigerci verso la Serra del Pollinello, dove vegetano alcuni tra i pini loricati più maestosi del massiccio, come il “Broccolo”, che si stima abbia circa seicento anni. Vivi o ormai secchi, questi alberi emanano un fascino unico.
Proseguiamo insieme dalla sella tra le due varianti
Quelli ancora vivi raccontano la forza e la
resistenza, esseri straordinari che hanno imparato a convivere con il gelo, con la neve e
con il sole severo della montagna senza mai cedere. C’è in loro qualcosa di austero
e nobile, quasi solenne. Eppure sono forse quelli secchi simili a relitti, con
il loro aspetto quasi spettrale, a lasciare l’impressione più intensa. Il
legno, modellato dagli anni e dal vento, sembra trasformarsi in una scultura
naturale. Non trasmettono l’idea della fine, ma piuttosto della permanenza,
come se il tempo li avesse consumati senza riuscire davvero a portarli via. Nel
Parco Nazionale del Pollino sono i veri custodi di creste e silenzi, alberi che
non si limitano a decorare il paesaggio, ma che ne definiscono l’essenza
stessa.
Nel frattempo incontriamo anche qualche
esemplare di Fritillaria montana nei pressi della dolina del Pollinello. Il
fiore, dai petali violacei sfumati e dal caratteristico disegno a scacchiera,
sembra quasi un piccolo capolavoro cesellato dalla natura. Sul Pollino fiorisce
tra la primavera inoltrata e l’inizio dell’estate e, proprio per la sua
eleganza e la relativa rarità, è uno degli incontri botanici più suggestivi che
si possano fare lungo questi itinerari.
Da lì scendiamo al Patriarca, il simbolo
per eccellenza del Pollino. Con i suoi circa 970 anni e il portamento
imponente, domina incontrastato questo versante della montagna. È considerato
uno dei pini loricati più antichi del Pollino e il più spettacolare in
assoluto. Il tronco poderoso, modellato dal tempo e dagli agenti atmosferici,
racconta quasi un millennio di stagioni trascorse tra neve, vento e sole. Solo
Italus, che vegeta qualche chilometro più in là, può vantare un’età ancora
superiore. Al cospetto del Patriarca viene spontaneo fermarsi in silenzio per
ammirare quello che più che un albero è un maestoso e solenne monumento
naturale.
Riprendiamo poi il cammino fino a
raggiungere l’arioso pianoro di Gaudolino che ci accoglie con una distesa di
fioriture che si apre davanti a noi come una straordinaria tavolozza di colori,
mentre il roccioso versante occidentale del Monte Pollino chiude l’orizzonte
con il suo profilo severo e inconfondibile.
Devo dire che oggi la soddisfazione della
salita si è intrecciata continuamente con il piacere della scoperta e con la
bellezza di un luogo capace, ogni volta, di lasciare il segno. Vedere il nuovo
compagno, alla sua prima uscita qui, lasciarsi conquistare da questi ambienti, condividere
con lui il valore del percorso, i suoi silenzi e le sue meraviglie è stato
particolarmente bello e gratificante.
L'escursione si conclude di sicuro con la
stanchezza nelle gambe ma con la sensazione piena di aver vissuto qualcosa di
autentico e speciale. Salutiamo definitivamente la stagione invernale, ma con
la voglia di tornare quassù il prima possibile.

















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