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domenica 21 giugno 2026

Gran Sasso Corno Grande Occidentale per il Calderone dai Prati di Tivo

Martedì 2 giugno chiudo alla grande la stagione invernale con una classicissima del Gran Sasso: la salita al Corno Grande Occidentale per il Calderone, partendo direttamente dai Prati di Tivo. La giornata però si apre all'indomani di una notte concitata e carica di apprensione.


Alle 00:15 in pieno sonno, vengo svegliato da una telefonata dalla Calabria. Pochi istanti prima una forte scossa di terremoto di magnitudo 6.2 ha fatto tremare la Calabria con epicentro in mare a pochi chilometri da Amantea (Cosenza), sulla costa nord occidentale calabrese.


Trovandomi a L’Aquila, città che porta ancora i profondi segni del sisma del 2009, la notizia assume contorni quasi surreali. Fortunatamente si è trattato di un evento di subduzione con ipocentro molto profondo, circa 250 chilometri sotto la superficie. Se si fosse verificata in prossimità della superficie sarebbe stata devastante vista l’alta magnitudo.















Dopo una serie di messaggi e telefonate con familiari, ho la conferma che il terremoto, pur avvertito con forza, ha causato soltanto un grande spavento. Riesco così a riaddormentarmi, ma solo per un’oretta e alle 2:30 sono di nuovo in piedi. Alle 3:50 parto in direzione dei Prati di Tivo, che raggiungo in solitaria intorno alle 5:15. Una partenza così anticipata mi consentirà altresì di rientrare presto visto il meteo incerto di questi giorni e il rischio di temporali nel primo pomeriggio.


La mattina è serena, il cielo è limpido e silenzioso, le temperature miti tipicamente primaverili e regna una pace assoluta. Mi avvio senza fretta da un piazzale Amorocchi completamente deserto immerso in una natura che invita soltanto a osservare, ascoltare e camminare. Mentre il maestoso Intermesoli e il Corno Piccolo si accendono ai primi raggi del sole, comincio a risalire i pratoni lungo i piloni della funivia.







Fino alla Madonnina, stazione di arrivo dell'impianto, il percorso segue una direttissima ripida e impegnativa in quanto occorre superare circa 500 metri di dislivello in appena 1,8 chilometri. È possibile ridurre la salita di circa 200 metri partendo da Cima Alta, ma la strada di accesso, caratterizzata da un fondo sconnesso, non è sempre percorribile con un'auto normale. Solo durante il ritorno apprendo da un gruppo di sciatori che nel frattempo la carreggiata è stata spianata.


A prescindere dal punto di partenza, oggi il Gran Sasso regala uno dei suoi volti più affascinanti, quello della transizione tra la primavera e l’ambiente invernale dell’alta montagna. È emozionante osservare i prati ormai esplosi di colori, dove le fioriture di crochi, orchidee, narcisi, margherite, anemoni e primule ricoprono i pendii con vivaci sfumature, mentre il profumo dell’erba nuova accompagna ogni passo.


Salendo di quota, il paesaggio muta gradualmente. Giunto alla Madonnina, il verde lascia spazio alle pietraie, l’aria si fa più fresca e le nubi, sospinte dal vento, si rincorrono veloci avvolgendo le suggestive pareti del Corno Piccolo e i contrafforti delle quattro vette del Corno Grande. Ne nasce uno scenario di straordinaria bellezza, in cui la delicatezza della primavera incontra il carattere severo e ancora invernale delle alte quote.
















Dalla cresta semipianeggiante dove giunge la seggiovia, a quota 2015 m, il sentiero, tra ghiaia e roccette, risale inizialmente un breve ghiaione gradonato. Prosegue quindi con una netta deviazione a sinistra, passando sotto alcune pareti rocciose che segnano il tratto più esposto del Passo delle Scalette (2100 m), per poi immettersi nel Vallone delle Cornacchie. 


Sopra di me due camosci mi osservano con indifferenza. Non appena mi muovo verso di loro si precipitano nel vallone sottostante, scomparendo rapidamente alla vista. Sara' un vero spettacolo udire il bramito di alcuni esemplari riecheggiare durante la discesa lungo i prati nella via del ritorno.


Poco oltre il passo metto piede sul nevaio e indosso casco, piccozza e ramponi per affrontarlo in sicurezza. Raggiungo nel successivo step il rifugio Franchetti, arroccato su uno sperone roccioso a quota 2433 m. Sebbene oggi sia chiuso, ne approfitto comunque per una breve sosta, consumando una barretta proteica e alcuni integratori cercando di recuperare un po' di energie dopo i primi impegnativi 900 metri di dislivello e prima di affrontare gli ulteriori 500 metri di salita che mi separano dalla vetta.


Dopo essermi rifocillato riprendo la marcia risalendo uno degli ambienti più iconici del Gran Sasso, il nevaio che conduce alla conca del Calderone, ai piedi delle imponenti guglie del Corno Grande. Ai lati si innalzano le maestose pareti rocciose dei due Corni, che incorniciano un paesaggio alpino austero e severo di grande suggestione, mentre al centro la distesa nevosa guida naturalmente lo sguardo verso il cuore della montagna.


Durante la salita vengo raggiunto da tre sciatori che percorrono il mio stesso itinerario. Nonostante la neve, già "smollata" di primo mattino, procedono con decisione lungo il pendio in direzione della conca.


Raggiungo così la zona del Calderone che, posta tra i 2800 e i 2680 metri di altitudine, rappresenta l'ultimo residuo delle grandi glaciazioni del quaternario. A causa dei cambiamenti climatici, però è quasi del tutto scomparso e così nel 2019 da ghiacciaio è stato declassato a "glacionevato".


Anche se l’estate è ormai alle porte, qui l’inverno sembra ancora resistere. Ampi nevai modellano il paesaggio ai piedi delle imponenti pareti del Corno Grande e delle sue quattro vette, creando uno straordinario contrasto con i prati fioriti che si estendono poco più in basso. In pochi chilometri si attraversano due stagioni diverse, da un lato la primavera nel pieno del suo splendore, dall’altro gli ultimi segni della neve che per mesi ha dominato queste quote.


Su una neve che peggiora progressivamente con l’aumentare della quota, affronto il traverso che lambisce il Calderone Inferiore e, successivamente, compio l’ultimo sforzo risalendo la rampa finale del Calderone Superiore, con pendenze che raggiungono anche i 50°. Raggiunta la cresta, ritrovo i tre sciatori che stanno per affrontare la delicata discesa dello stesso pendio sci ai piedi. Gli ultimi metri su cresta si svolgono infine su un terreno misto di roccia e neve papposa.


Poco prima di raggiungere l’agognata croce di vetta, posta a 2.912 metri, una fitta nebbia avvolge improvvisamente il paesaggio, conferendogli un’atmosfera quasi spettrale. In quello stesso momento arrivano in cima altri due ragazzi provenienti dalla “Direttissima”. È davvero insolito ritrovarsi in appena tre anime su questa vetta, solitamente presa d’assalto da escursionisti, alpinisti e sciatori in ogni stagione dell’anno.


Dopo qualche scatto per immortalare il nulla, mi avvio lungo la via del ritorno, ripercorrendo il Calderone Superiore e Inferiore, il Rifugio Franchetti, il Passo delle Scalette e infine la Madonnina. Tutto procede senza problemi, ma la discesa sui ripidi pratoni erbosi mette a dura prova le mie ginocchia, costringendomi a diverse soste.


Pause che diventano l’occasione per osservare con calma il paesaggio: lingue di neve che ancora resistono, prati punteggiati di fiori multicolori, sorgenti che danno vita a piccole cascate, come quella di “Fonte Cristiana”, dove ne approfitto per rinfrescarmi e bere dalle sue acque gelide, e persino qualche camoscio che si muove silenzioso ai margini del bosco.










Dopo l’apprensione per il terremoto avvenuto nella notte in Calabria, una birra ghiacciata e una fetta di crostata alle ciliegie rappresentano la degna conclusione di un’escursione che racchiude tutta la bellezza del Gran Sasso: silenzi profondi, scenari severi e maestosi e una natura capace di sorprendere fino all’ultimo. Un modo perfetto per salutare una stagione invernale che si è rivelata particolarmente generosa e ricca di soddisfazioni.


Scarica la traccia gpx


 


lunedì 30 agosto 2021

Gran Sasso Corno Grande Vetta Occidentale Via Normale var. Aerea

 

Trasferta di fine luglio sul Gran Sasso nel tentativo di un’attraversata alpinistica sul Corno Grande, ma ecco che un vento inviperito e rabbioso ci rovina la festa. Purtroppo anche la discriminante vento a volte diventa fondamentale per la riuscita della gita o la tipologia di attività che si vuole svolgere. Dagli 80 km/h previsti qualche giorno prima dal meteo si passa ai 40 la sera prima dell’escursione, ma le previsioni non essendo una scienza esatta a volte ti fregano.



La data, per una serie di incastri insindacabili non può essere spostata, il viaggio di sei ore dalla Calabria è programmato e quindi non si rimanda, si parte e si va. L’Aquila mi accoglie con temperature implacabili,36 gradi nel tardo pomeriggio e per essere una delle città più fredde d’Italia la dice lunga sulla potenza di questi assurdi anticicloni africani che stanno mettendo a ferro e fuoco la nostra penisola.



Ad aspettarmi c’è Gianluca con il quale abbiamo appuntamento il giorno successivo “zona” piazzale Campo Imperatore. Cosa vuol dire “zona Campo Imperatore”? E qui viene il bello. Dalla scorsa estate imperversa la “sindrome da dopo lockdown”che sta causando un’invasione incontrollata di gente nei luoghi di montagna più gettonati. Gia’ la scorsa estate Colle dell’Impiso, località di partenza più frequentata del Pollino era praticamente un ammasso di auto e camper parcheggiati selvaggiamente tanto che non riuscivi quasi a passare a piedi. Campo imperatore peggio.



Nei mesi estivi è già un carnaio ed ora per arginare la calca fanno pagare il parcheggio al piazzale ed è stata attrezzata un’area parcheggio più in basso costringendoti a salire poi con la seggiovia. Lo scorso 16 agosto il lago di Pietranzoni, caratterizzato dalla presenza di rarissime praterie d’alta quota, habitat costituito da molte specie protette, era circondato da decine di camper tanto che Campo Imperatore è stato soprannominato “Camper imperatore”. Inoltre lungo il sentiero che conduce a Sella di Monte Aquila si sono formate code di escursionisti ferme per centinaia di metri tipo autostrada bloccata. Assurdo! Questo non è turismo, è sottosviluppo. Il Parco faccia il parco inteso come area di tutela ambientale e fruizione rispettosa, senza trasformarsi in parco gioco.


Montagna 360 nel numero di agosto faceva una bella riflessione su ciò che sta avvenendo. In parte dice:”…è anche il momento per domandarsi quali limiti dobbiamo porci per evitare lo snaturamento del nostro andare per monti. Abbiamo davanti agli occhi le code sui sentieri, i parcheggi strapieni e le folle nei luoghi di maggior pregio. Di riflesso questo significa aumentare le infrastrutture di supporto al turismo, maggiori rifiuti, disturbo persistente a vegetazione e fauna e più rischi di sicurezza (com’è accaduto l’anno scorso sul Pollino). Non si tratta di porre nuove regole e nuovi limiti, ma di crescere nella comprensione dei problemi che può creare all’ambiente naturale e di prendere coscienza delle nostre personali responsabilità. Per fare le scelte giuste per il nostro ambiente preferito basta un po’di buon senso e molta ragionevolezza”.


Basterebbe guardarsi un po’ attorno, allargare i propri orizzonti e aprirsi a soluzioni diverse e variegate. Comprendere in altre parole che nel programmare le gite non esistono solo “Campo Imperatore”o “Colle Impiso” per dirne due, e che non esistono soltanto i mesi estivi. Il flusso degli escursionisti diverrebbe in tal modo più omogeneo e distribuito più uniformemente.



Detto questo ci diamo appuntamento alla località di partenza per il Brancastello, o Centenario se vogliamo. Lasciamo un’auto e con l’altra raggiungiamo il piazzale. Per trovare un posto in effetti abbiamo qualche difficoltà ma alla fine ci avviamo per la sella di Monte Aquila. Stranamente incontriamo molti gruppi che stanno scendendo dal Corno Grande, probabilmente fatto in notturna viste le temperature. Purtroppo però il vento è molto sostenuto e l’eventualità di rinunciare al concatenamento delle vette comincia a concretizzarsi.


Il paesaggio,percorrendo la strafrequentata strada per il Corno Grande è sempre grandioso. Svettano ad ovest gli altri giganti del Gran Sasso che si chiamano Intermesoli, Corvo e Cefalone. Nel frattempo e abbastanza velocemente dopo aver risalito una ostica rampa inclinata raggiungiamo la Sella del Brecciaio.




Mentre cerchiamo di valutare intensità e direzione del vento che non dà tregua e pare rinforzarsi ulteriormente ecco apparire maestoso il Corno Piccolo. Dopo la pausa di rito attraversiamo la Conca degli Invalidi direzione Passo del Cannone per andare ad attaccare infine la nuova ferrata del Calderone, ma a questo punto e a malincuore dobbiamo fermarci. Il vento è troppo forte; stimiamo una velocità di 70,80 km/h. Troppo pericoloso salire su una cresta esposta ed aerea in queste condizioni intenti ad armeggiare con le corde.Incontriamo anche una guida alpina con dei clienti in ritirata, nel tentativo di fare la nostra stessa via. A questo punto la decisione è definitiva, si rinuncia.



L’unica alternativa a questo punto è la via normale per la vetta Occidentale. Anche se aleggia un po’di amarezza non voglio considerarlo un premio di consolazione. Dopotutto è più sconfortante tornare a casa senza nulla in mano. Nel nostro caso invece la vetta la portiamo a casa, per la via normale che non avevo mai fatto. Ma soprattutto è imperativo non sfidare le condizioni meteo avverse. La sicurezza prima di tutto.



Si sale in mezzo alla carovana di gente e ad una diramazione prendiamo a sinistra quella che su alcune mappe è chiamata “Variante aerea”. Il panorama che si apre lungo questo tratto è superbo sull’intera cresta delle quattro vette del Corno e sul nevaio del Calderone, vista parzialmente preclusa salendo per il percorso classico più battuto. In vetta fortunatamente non troviamo molta gente, una ventina di persone in tutto. Sicuramente il forte vento ha fatto da cernita e considerato il periodo è una grande fortuna.



Indescrivibile il panorama dal re dell’Appennino a trecentosessanta gradi, anche se la foschia e lo scirocco offuscano purtroppo la vista all’orizzonte. Consumato il nostro panino riparati alla meno peggio dal vento in un anfratto roccioso sotto la croce di vetta, scendiamo per la Via delle Creste, molto aerea, in alcuni tratti affilata, panoramica e deserta che ci deposita direttamente alla Sella del Brecciaio.


Essendo ancora presto valutiamo la possibilità di raggiungere il bivacco Bafile lungo la ferrata che corre sul fianco sud del Corno Grande. Giunti però ad un centinaio di metri dal Sassone il vento diventa talmente forte da non stare in piedi e non riuscire neanche a parlarci. Di sicuro non avrebbe senso andare a combattere contro la forza del vento attaccati ad un cavo metallico. Anche un gruppo di escursionisti della mia sezione CAI la mattina ha rinunciato al Bafile. Niente da fare, oggi ha vinto Eolo.



Non rimane che ritornare al marasma del piazzale di Campo Imperatore. Gianluca tornerà ad Ortona, io il mattino successivo ripartirò per la Calabria. L’appuntamento con l’attraversata delle quattro cime è solo rinviata a tempi migliori sperando stavolta di trovare condizioni favorevoli.