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domenica 16 settembre 2018

Gran Sasso L'Anello delle tre ferrate parte 2 la Ricci e Calderone


Dopo aver chiuso la pratica "Brizio”, ci accingiamo a risalire la Vetta Orientale dalla ferrata Ricci, un gradito ritorno dopo ben undici anni. La novità è che adesso è stata rinnovata e andremo a servirci dei cavi d'acciaio nuovi di zecca. Si parte dal rifugio Franchetti gremito di gente dove già ci aspettano Matteo e Simona che hanno bypassato la Brizio percorrendo il sentiero che porta direttamente alla Sella dei due Corni. La vetta Orientale con i suoi 2903 m. è leggermente più bassa rispetto all'Occidentale ma guardando il massiccio da nord-est risulta molto più vistosa grazie al famoso Paretone che si erge strapiombante per 1300 m, talmente maestoso che non ha niente da invidiare alle grandi pareti delle Alpi.





Sono però indeciso se proseguire a causa del meteo incerto che sta caratterizzando questi giorni e che prevede possibilità di temporali nel pomeriggio. Come dicevo nella prima parte farsi sorprendere dai fulmini su una via ferrata non è proprio il massimo che si possa desiderare. Guardando bene e fidandoci delle previsioni di uno dei siti consultati pare che il tempo tenga almeno un paio d'ore. Per il momento assistiamo soltanto a folate di nubi che si rincorrono alternandosi ad ampie schiarite. Si parte così avviandoci lungo la traccia di sentiero che parte dal Franchetti e a mezza costa sullo stesso livello giunge all'attacco. 




Cominciamo a salire l'evidente rampa inclinata sui dirupi settentrionali e in questo tratto il cavo è posto in alto rispetto al punto di salita risultando utile nella progressione. Simona riscontra invece qualche problema di grip causato dalla roccia molto levigata dai continui passaggi degli escursionisti mentre io avverto un po' di fatica a causa dello zaino pesante. Per chi non avesse letto la prima parte, lo avevo caricato con attrezzatura invernale pensando di trovare difficoltà al nevaio della Brizio, ed ora come uno sherpa mi tocca portarlo dietro fino alla fine.




Alle nostre spalle nel frattempo il Corno Piccolo gioca a nascondino con le nubi lasciando intravedere in tutta la sua eleganza le linee slanciate e le guglie sommitali della parete Sud Est. Dopo la prima rampa impegniamo una larga cengia verso sinistra e qui il cavo si interrompe per riprendere poco dopo su una seconda rampa. In questo secondo tratto i cavi metallici vengono fatti correre direttamente sul piano inclinato di salita costringendoci a procedere quasi carponi se si vuole rimanere attaccati alle assicurazioni. Volendo procedere più comodamente io preferisco discostarmi dal cavo per andare in arrampicata direttamente sulle roccette. 



Dopo queste due belle pettate raggiungiamo una spalla dove termina per il momento anche il cavo metallico e qui ne approfittiamo per fare una pausa rigenerandoci con prugne caramellate (almeno per me e Gianluca visto che la coppietta è ancora fresca). Dal versante settentrionale ci spostiamo adesso su quello orientale, sull'orlo del Paretone che a causa della nebbia non riusciamo ad ammirare nella sua interezza. Costeggiando l'orlo del crinale guadagniamo un ripido spigolo attrezzato, probabilmente il pezzo più tecnico e divertente dell'intera salita che affrontiamo in facile arrampicata. 



Il lato positivo è che oggi siamo in pochissimi a salire sulla Orientale, noi e altri due gruppetti che incroceremo in prossimità dalla cima. Per contro l'Occidentale è invasa da decine e decine di salitori, sembra l'assalto a Fort Apache, e anche il Corno Piccolo non è da meno, meta oggi di tantissimi escursionisti assiepati sulla croce di vetta. Non riuscendo a scorgere la sommità della vetta Orientale a causa della nebbia abbiamo la sensazione che sia abbastanza vicina ma soltanto in apparenza, si trova ancora tanto ma tanto lontana.




Continuiamo a seguire la corda metallica che in questo tratto va prima verso sinistra e poi verso destra fino a guadagnare una ripida paretina da arrampicare in aderenza oltre la quale termina la ferrata. Adesso possiamo procedere in libera lungo il filo di cresta che ci permette degli affacci sull'impressionante strapiombo del Paretone che intravediamo. Peccato perché lo spettacolo sarebbe stato assoluto, in quanto la vista da quassù col bel tempo arriverebbe fino alla costa della Croazia ma non oggi però. Comunque il percorso lungo il crinale è davvero suggestivo se pur faticoso e finalmente incrociamo il punto in cui si stacca la nuova ferratina sulla nostra destra che sulla via del ritorno ci adagerà direttamente alla testata del Calderone.




Subito dopo qualche decina di metri di salita ritroviamo anche la via normale che risulta quasi parallela alla ferrata. Le ultime difficoltà sono ora rappresentate da una forcellina piuttosto aerea e alcune roccette di I grado che ci condurranno direttamente ai 2903 m. della Vetta Orientale. Dalla cima il panorama è veramente grandioso e anche se il versante di Campo imperatore è nascosto dalle nubi spicca difronte a noi la cima slanciata della vetta Centrale, quella fra le tre sicuramente meno frequentata perché raggiungibile solo attraverso percorsi alpinistici. Poco a destra domina la scena la vetta Occidentale invasa dagli escursionisti e sotto è adagiato il bellissimo Calderone, retrocesso purtroppo da ghiacciaio a nevaio. 




Dopo le foto,i selfie di rito e una meritata e prolungata pausa con panino incorporato iniziamo la discesa ritornando sui nostri passi. Incrociamo in tal modo la normale e subito dopo attacchiamo la ferrata. Il primo tratto è piuttosto elementare e il cavo in questo punto è decisamente superfluo, mentre più in basso, nell'ultimo tratto risulta invece indispensabile perché va a disimpegnare una paretina e un canalino quasi strapiombante che ci impone una disarrampicata a forza di braccia lungo un tratto breve ma abbastanza fisico. Quì terminano tutte le difficoltà. 




La breve ferrata ci deposita sulla morena terminale del Nevaio del Calderone i cui resti si trovano nella bellissima conca posta alla nostra sinistra. Questo per me è il luogo più bello di tutto il Gran Sasso, un vero santuario della natura con le pareti rocciose tutt’intorno come una poderosa muraglia e il ghiaccio del Calderone che a questo punto della stagione arriva quasi in vetta al Corno Occidentale creando un’atmosfera magica di grande suggestione.




Considerando che la via normale non è per niente banale presentando passaggi di I grado e un camino abbastanza ripido ed esposto di II° grado da affrontare con prudenza in disarrampicata penso proprio che presto cadrà in disuso a favore di questa nuova ferrata, anche se per affrontarla è sempre indispensabile il set da ferrata. Non vorrei però che la brevità della stessa possa richiamare e incoraggiare gente incauta a risalirla senza l’attrezzatura adatta. In tal caso sarebbe da preferire la via normale. 




Risaliamo brevemente per il sentiero n.153, seguendo sempre i bolloni bianchi e rossi, fino al passo del Cannone dove si trova la deviazione per la Vetta occidentale del Corno Grande, massima elevazione dell’Appennino. Facendo attenzione alle rocce levigate dai continui passaggi guadagniamo sentieri più comodi fino a raggiungere la Sella del Brecciaio. Nel frattempo nuvoloni minacciosi si stanno addensando sulle vette e si sente anche il fragore di qualche tuono. Lasciando la Sella ci prende anche un po' di pioggia ma ormai siamo fuori da tutto. Ampiamente soddisfatti di questo giro grandioso torniamo alle auto al piazzale dell’albergo. Ringrazio di cuore Gianluca per aver accettato l’invito, anche se per lui, vero lupo abruzzese non è più un problema ma soprattutto a Matteo e Simona che ci hanno accompagnato per due terzi della nostra avventura.
 



domenica 2 settembre 2018

Raganello preludio alla tragedia

Dopo alcuni giorni di smarrimento e profondo dolore per l'accaduto nelle gole del Raganello in quel maledetto Lunedi 20 Agosto vorrei esternare i miei pensieri e cercare di trasmettere le impressioni che ho vissuto dai tre giorni prima della tragedia quando ho percorso lo stesso tratto di gole in cui 10 escursionisti hanno perso la vita. Pubblico alcune foto solo per la cronaca e per dare un'idea della natura geomorfologica di questo ambiente ai profani e a chi non è ferrato in materia di torrentismo. Il canyon del Raganello è una perla del Pollino, una gola tra le più belle e lunghe d'Europa con pareti strapiombanti che si innalzano anche per 500 m. Un luogo magico di straordinaria selvaggia bellezza e ricca di fascino.

Dalle prime sparute frequentazioni risalenti a trent'anni fa da parte degli appassionati nonché temerari che li si avventuravano senza attrezzature specifiche, via via si è sviluppato un movimento che ha cominciato a coinvolgere sempre più turisti ed escursionisti portando alla formazione di associazioni che hanno contribuito alla propagazione della conoscenza di questi luoghi. Negli ultimi anni qualcuno ci ha anche visto una sorta di gallina dalle uova d'oro e sono in tal modo partite le visite guidate dietro compenso da parte di ragazzi formati e preparati tecnicamente sui percorsi di forra. Questo è stato positivo perché è servito da volano all'economia locale e ha altresì tamponato in buona parte quel fenomeno che vedeva improvvisate armate Brancaleone che si avventuravano nelle acque del Raganello avendo scarsa o nessuna conoscenza di quella tipologia di percorsi.
 

Purtroppo però chi comincia a praticare questo tipo di attività per "mestiere" ripetendo ogni giorno lo stesso itinerario durante tutta l'estate,potrebbe divenire succube dell'abitudine come se vendesse pacchetti turistici preconfezionati facendo inevitabilmente abbassare la guardia verso i pericoli oggettivi ed assopire quel senso di allerta e consapevolezza che ti fa fermare quando è il caso di farlo. Venerdì 17 dopo l'escursione ho proprio avvertito nell'aria questa sensazione, che il Raganello fosse diventato una sorta di luna park o un acqua park se preferite, dove il divertirsi a tutti i costi prende il sopravvento sul buon senso accompagnato dall'autoconvincimento anche inconscio che siccome non è mai successo niente intendendo episodi gravi, non succederà mai niente.

Non voglio fare retorica spicciola ma una vocina pareva mi dicesse che quel "giocattolo" prima o poi si sarebbe rotto. Vorrei ricordare che il toponimo Raganello deriva da "ragare" cioè raschiare e si rifà alla caratteristica peculiare di questo torrente a trascinare pietre e detriti durante le piene. Le gole alte, quelle in territorio di San Lorenzo Bellizzi si chiamano anche Gole di Barile perché gli abitanti del piccolo borgo durante le piene sentivano che il torrente trascinava i massi producendo un suono simile a quello dei barili che rotolano su un selciato. Ciò significa che il Raganello possiede questo carattere turbolento e i vecchi del paese lo sanno bene e lo hanno sempre saputo.
 

E arriviamo così al fattore meteo. Già trent'anni fa Giorgio Braschi nella sua guida "Sui sentieri del Pollino" aveva avvertito a caratteri cubitali di non avventurarsi nel fondo delle gole quando il tempo è incerto per il pericolo di piene improvvise e travolgenti. Personalmente sono vent'anni che percorro il fondo delle sue gole e queste parole mi sono sempre rimaste impresse.Qualcuno dirà che a Civita non pioveva ma questo è stato l'inganno peggiore perché quando si verifica un forte temporale a San Lorenzo Bellizzi accade che le acque vengono velocemente convogliate a monte grazie anche al terreno argilloso di quella conca incanalandosi nella forra alta e stretta e giungendo a Civita con una violenza inaudita, come una cannonata, uno tsunami. Lo stesso Braschi ammette però che negli ultimi anni durante i temporali estivi il livello del torrente si alzava soltanto di qualche decimetro ma non si è fatto i conti con il meteo eccezionale di questo lunatico mese di Agosto che sta provocando trombe d'aria, nubifragi, fulmini e quant'altro. Stiamo assistendo infatti a temporali improvvisi e bombe d'acqua che si formano quotidianamente dal primo pomeriggio e localizzati in piccole aree rendendoli assolutamente imprevedibili e letali.
 

Inoltre è necessario rammentare la pericolosità delle fiumare calabresi in queste condizioni meteo, che in un secolo hanno causato la morte di 500 persone e più di recente hanno fatto sei morti a Crotone nel 1996 e 13 morti travolti da un torrente a Soverato nell'ottobre del 2000.Purtroppo un po' in tutta Italia le lezioni, anche quelle severe che ti impartisce la natura, dopo breve tempo finiscono nel dimenticatoio. Come ricordava l'ex assessore di Civita e promotrice del territorio Stefania Emmanuele in una sua recente intervista "la natura non è assassina, è potente"

Decido di fare il Raganello Venerdì 17 Agosto e qualcuno già ironizza sulla data non proprio congeniale ai superstiziosi. Consulto vari siti meteo e tutti concordano che nella mattinata non pioverà su tutto il massiccio mentre i cumulonembi si formeranno a partire dalle 13. Mi accordo con Falk, alla sua prima esperienza di torrentismo e lo prego di ritrovarci a Civita per le 7.30 in modo da scendere nelle gole massimo alle 8.30 e uscire dal Ponte del Diavolo a mezzogiorno perchè dopo sarà rischioso. Per questo rinunciamo al percorso lungo, quello che parte dal Ponte d'Ilice proprio per non indugiare all'interno delle gole. Usciamo alle 11.30 e ci dirigiamo all'auto per cambiarci e qui troviamo una marea di turisti in procinto a scendere in acqua con le guide mentre in cielo si stanno già formando nuvoloni temporaleschi. Nessuno però, guide e torrentisti sembrano curarsi minimamente dell'aspetto del cielo mentre io e il mio compagno restiamo assolutamente attoniti. Sembra che nonostante tutto lo spettacolo debba continuare, "The show must go on" come cantava qualcuno tempo fa.
 

Ma veniamo a Lunedì.Cosa è accaduto? Erano state diramate tre allerte meteo gialle con i soliti temporali che si sarebbero formati dalle 13 proprio sul versante nord del Dolcedorme e su tutta la conca che circonda la valle del Raganello in territorio di San Lorenzo Bellizzi. Un escursionista che quella mattina aveva deciso di salire sul Pollino partendo da Valle Piana racconta:"All'altezza del Pollinello non sono riuscito ad evitare la tempesta e la montagna mi ha ricordato con tutta la forza che non la si deve sottovalutare. Nonostante il concreto rischio di rimanere fulminato sono arrivato sano e salvo e soltanto bagnato al bivacco Gaudolino e poi a tempesta passata rientro per colle Impiso".Una tempesta di tale portata che i vecchi di San Lorenzo Bellizzi avrebbero detto di non aver mai visto tant'acqua in cinquant'anni. Questo è bastato a causare la tragedia. Mentre io e il mio amico venerdì eravamo piuttosto in ansia di finire in mattinata, dall'altra parte ho visto molta leggerezza nel valutare le condizioni meteo.
 

Cosa succederà adesso? La macchina delle indagini è inevitabilmente partita. Ci saranno sicuramente responsabilità e si prenderanno provvedimenti per il futuro dell'area già di per se martoriata dal punto di vista economico. Spero solo non si arrivi al proibizionismo estremo e che si usi buon senso anche perché nonostante tutto si è trattato di un evento eccezionale che nessuno poteva immaginare di tale portata.Per il resto semplicemente non mi arrogo il diritto di esprimere giudizi su singoli e istituzioni anche se purtroppo al momento varie ordinanze comunali stanno impedendo la fruizione di corsi d'acqua,grotte,falesie e quant'altro,interdizioni tuttalpiù dettate dall'atmosfera di psicosi generale di cui si sono impadronite le varie istituzioni.  

Auspico soltanto che il Pollino e con esso l'area del Raganello non vengano mortificati a causa di questo evento funesto ma eccezionale e riconquisti quel posto che giustamente gli spetta ritornando il più presto possibile a brillare quale motivo di vanto ed attrazione, non come un luna park ma per ciò che realmente è, un'area di grande interesse naturalistica, paesaggistica, storica, per la sua notevole biodiversità e selvaggia bellezza ma soprattutto come un'area protetta. Che riacquisti la sua antica identità e si ritorni ad apprezzarne i sui autentici valori.E che divenga un monito e preso come esempio in tutte le aree protette.