Ci sono montagne che non hanno bisogno di
presentazioni, perché basta scorgerne il profilo all'orizzonte per sentire il
richiamo della vetta. Il Dolcedorme è una di queste. Con i suoi 2.267 metri, è
la cima più alta del massiccio del Pollino e dell'intero Appennino meridionale,
una montagna che sa regalare soddisfazioni anche quando la si affronta lungo il
suo itinerario più classico.
È il 24 agosto e siamo in sei amici, pronti
a condividere una nuova giornata di montagna. Questo grazie a Luca che riesce
sempre a coinvolgermi nelle sue proposte escursionistiche, facendo leva non
solo sul mio entusiasmo per la montagna, ma anche sul fatto che faccio fatica a
dire di no quando si tratta di accompagnare qualcuno alla scoperta di una cima
del Pollino per la prima volta. Insieme a noi ci sono Davide, Francesco,
Antonella e Maria Paola. Dopo un cambiamento di programma dell'ultimo minuto,
la meta scelta dal gruppo è appunto il Dolcedorme, da raggiungere attraverso la
via normale passando dai Piani del Pollino. Una giornata che promette panorami
sconfinati, sentieri immersi nella natura e quella bella sensazione di libertà
che soltanto le montagne sanno trasmettere.
Lasciate le auto prima di Colle Impiso per
via dei parcheggi già occupati, iniziamo a camminare, accompagnati dall'aria
fresca del mattino e dalla luce limpida di una giornata estiva. I Piani del
Pollino si aprono davanti a noi con i loro ampi spazi erbosi, mentre il profilo
delle cime circostanti disegna un orizzonte familiare e al tempo stesso sempre
affascinante. Il gruppo procede di buon passo, non rinunciando a varie soste
per ammirare il paesaggio.
Con l'aumentare della quota, il sentiero si
fa più panoramico e la vegetazione lascia gradualmente spazio a pendii aperti,
rocce e distese erbose. Il Dolcedorme si avvicina, mostrando il suo carattere
severo e la sua struttura articolata. Dopo il Colle di Malevento le ragazze
accusano un lieve calo fisico ma per fortuna dopo qualche incoraggiamento del
tipo " fra poco spiana!" tutto si risolve. Durante le pause obbligate
ne approfittiamo sempre per ammirare il paesaggio con la consapevolezza che la
vetta si conquista passo dopo passo.
Alcuni scorci offrono visioni d'incanto sul
mare di nubi e le vaste distese della pianura sottostante che sembrano quasi
dipinti, offrendo una prospettiva privilegiata su questo angolo selvaggio della
Calabria e della Basilicata. Non mancano le occasioni per immortalare la
giornata attraverso foto di gruppo, qualche scatto lungo il sentiero e le
immancabili soste davanti ai panorami più suggestivi. Il bello di camminare in
compagnia è anche questo: condividere la fatica, scherzare durante la salita e
trovare sempre un buon motivo per fermarsi qualche minuto in più.
Superati gli ultimi tratti del percorso e
il Passo di Valle Piana, raggiungiamo finalmente la cima. La soddisfazione è
quella di sempre, ma non per questo meno intensa. La vetta pullula di
escursionisti, molti di essi provenienti dal nord Italia,e questo è per noi un
ulteriore motivo di orgoglio. Davide dalla vetta ammira incantato il profilo
acuto della lontana Manfriana mettendola in programma per una prossima
ascensione.
Dopo la meritata sosta in vetta è tempo di
rimetterci in cammino. Per il rientro scegliamo la discesa lungo il ripido
sentiero che lambisce la cresta nord, un itinerario che richiede attenzione e
passo sicuro, ma che sa ripagare ampiamente con scorci di grande bellezza. Scendiamo
con cautela, cercando i passaggi migliori sul terreno ripido e sconnesso. La
montagna cambia lentamente volto: alle distese rocciose della parte alta si
alternano pendii più articolati, mentre lo sguardo viene catturato dai
contrafforti rocciosi di Serra Ciavole costellata di pini loricati, tra i quali
Italus,il loricato e albero più antico d'Europa.
Procediamo senza fretta, consapevoli che anche la discesa fa parte dell'avventura e merita la stessa attenzione della salita. In prossimità del Varco del Pollino, sulla sella che sovrasta il Piano di Acquafredda, lo spettacolo diventa particolarmente suggestivo. Qui il paesaggio si apre e i loricati assumono un ruolo da protagonisti assoluti. Le loro sagome scure si stagliano contro il cielo, mentre i rami, piegati dalle raffiche e dal peso degli anni, disegnano forme quasi scultoree. Alcuni esemplari sembrano sentinelle silenziose, poste a guardia di questo angolo selvaggio del massiccio. Molto interessante è la definizione data ai pini loricati da Rocco Papaleo nel suo ultimo film "Il bene Comune":"Il pino loricato non è soltanto un albero ma un modo di vivere.....fieramente attaccati alla vita".
Ci fermiamo più volte per osservarli e
fotografarli. È difficile non rimanere colpiti dalla loro imponenza e dalla
capacità di sopravvivere in condizioni tanto difficili. La corteccia corazzata,
le forme tormentate e le chiome asimmetriche conferiscono a ciascun albero una
personalità particolare: nessuno è uguale all'altro, e ognuno sembra custodire
una storia lunga secoli. Per un momento dimentichiamo la fatica accumulata e ci
lasciamo conquistare dalla solennità di questi giganti, autentici simboli della
natura più antica e resistente del nostro Appennino.
Dopo aver scambiato quattro chiacchiere con
un giovane pastore impegnato a ricondurre le sue mucche più a valle, la traccia
ci riaccompagna progressivamente verso i pianori, dove il paesaggio si distende
e il cammino diventa meno severo. Ultima sosta prima di intraprendere il
sentiero che scende prima ai piani di Vaquarro e poi a Colle Impiso e dopo ben
10 ore e 19 chilometri percorsi giungiamo alle auto. Ancora una volta la vetta
più alta del Meridione ci ha regalato belle soddisfazioni e tanti incontri
ravvicinati con una natura capace di emozionare e sorprendere a ogni passo.
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