Prima via di roccia documentata sul Monte
Pollino, aperta nel 2018 da me e Pasquale Buono, l’ho definita “la via dai due
volti”. Da una parte un'esperienza immersiva tra maestosi pini loricati e rocce
tormentate, sempre sul filo di cresta in un contesto selvaggio e isolato di
incredibile bellezza. Dall'altra una roccia pessima e instabile che richiede
attenzione costante. La via, logica ma un po’ discontinua, non presenta
difficoltà tecniche elevate (IV+ massimo), ma è tutt’altro che banale e non va
sottovalutata. Bisogna muoversi con estrema delicatezza, diventando leggeri
come una piuma, in un gioco preciso di contrappesi per evitare di smuovere
sassi.
L’idea di tornare su questa via nasce
all’inizio di questa estate (2026), quando Dario, da Torino, mi contatta
attraverso un forum al quale sono iscritto: "Buongiorno, scrivo perché
vorrei chiedere maggiori informazioni su questa via, che desidero ripetere con
alcuni amici. La relazione che ho trovato risale al 2018 e vorrei capire se ci
sono aggiornamenti e magari ricevere qualche consiglio sull’attrezzatura da
portare…"
Prendiamo così accordi e ci ritroviamo
venerdì 14 agosto a Colle Impiso, già in fermento per il Ferragosto. Con Dario
ci sono Giuseppe e Silvio. La mattinata è fresca e piacevole e l'avvicinamento,
quasi interamente nel bosco, diventa l’occasione per conoscerci meglio e
scambiare esperienze vissute ciascuno nella propria terra. Costeggiato il
margine orientale di Piano Gaudolino, imbocchiamo il Sentiero Alto del Pollino,
che abbandoniamo dopo qualche centinaio di metri per puntare direttamente verso
l’avancorpo sud occidentale, solcato da diverse vie alpinistiche invernali.
Raggiunto l’attacco, a circa 1.900 metri di quota, ci organizziamo in due
cordate da due e iniziamo la salita.
Lo Spigolo si sviluppa tra la via invernale
di misto Squirrel e un altro canale, già parzialmente risalito in inverno.
Segue una linea logica e obbligata lungo l’intera cresta, fino all’anticima
nord del Monte Pollino. Alla nostra destra si trova il Valangone, ampio ed
estetico circo glaciale che di solito si risale o si utilizza come via di
discesa in ambiente innevato. Il quarto tiro ospita il passaggio chiave,
aggirabile sulla destra attraverso terreni apparentemente più facili, ma erbosi
e caratterizzati da roccette ancora più friabili. Una variante che può indurre
a un falso senso di sicurezza.
La prima lunghezza si sviluppa per 55 m su difficoltà di IV°, con passaggi sporchi e alcuni tratti di roccia instabile. La sosta viene allestita su un piccolo pino loricato. Già da questo terrazzino si apre uno scenario di straordinaria bellezza, dominato da rocce tormentate e da enormi loricati vivi e secchi, in un ambiente estremamente selvaggio. Il secondo tiro, lungo 50 m e particolarmente estetico ed esordisce con un atletico passo di III° in opposizione all’interno di un breve camino, dove la qualità della roccia appare migliore.
La sosta successiva viene attrezzata su un
piccolo faggio, allungandola con due fettucce da un metro e mezzo. Un aspetto
favorevole di questa salita è la possibilità di utilizzare punti di ancoraggio
sicuri per le soste quali faggi e pini loricati. Durante il tiro riesco anche a
scorgere due caprioli che risalgono rapidamente il Valangone per scomparire poi
tra gli alberi.
La terza lunghezza, di 50 m, si sviluppa su
difficoltà di II° tra erba e roccette molto instabili, soprattutto in
prossimità della quarta sosta, piuttosto scomoda. Riesco ad allestirla
sfruttando una sorta di clessidra in un grosso tronco di pino loricato. Segue
il tiro chiave: 35 m di IV+ su roccia molto instabile e con notevole
esposizione. Posso proteggermi su due pini loricati, uno sulla sinistra e un
altro più su, secco ma solido. Il passaggio finale supera un piccolo tetto e
richiede la massima attenzione per non smuovere sassi. Il tiro come dicevo è
aggirabile a destra, su terreno meno ripido, ma la presenza di terriccio,
pietrisco ed erba insidiosa rende questa variante tutt’altro che consigliabile.
Superato il tetto, faccio sosta su un grosso blocco, utilizzando un anello di
fettuccia.
La quinta lunghezza, di 15 m, è invece un
semplice tratto in cui si cammina fino ad un pino loricato dove si sosta su una
radice. Da qui affrontiamo il sesto e ultimo tiro, 30 m di II°, che supera un
breve risalto iniziale, prosegue su un’estetica crestina affilata invasa dai
ginepri e termina con una breve placchetta. La sosta per recuperare i compagni
viene effettuata su uno spuntone roccioso. Lo sviluppo complessivo della via è
di circa 230 m. Terminate le difficoltà, raggiungiamo l’anticima nord del
Pollino superando facili roccette, quindi completiamo la salita alla vetta
seguendo la cresta nord, che costeggia il bordo superiore del Valangone.
Dopo la pausa panino in vetta,
ridiscendiamo lungo la via normale transitando per piano Gaudolino, poi
Vaquarro e infine all’auto. Prima di salutarci, ci concediamo una meritata
birra al punto ristoro di Piano Visitone, animato da frotte di turisti e
visitatori per il Ferragosto. Si chiude così una bella giornata trascorsa su
una via tanto affascinante per l’ambiente quanto insidiosa per la qualità della
roccia che richiede sensibilità e attenzione. Con Dario e compagni ci lasciamo
con la promessa di ritrovarci nella prossima stagione invernale, quando il
Pollino cambierà volto e ci offrirà un'altra occasione per condividere la
montagna.
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