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domenica 8 novembre 2026

Canyoning nel Vallone Folea (Parco delle Serre Calabresi)













"Vedi Bivongi e campi cent'anni". Questo è lo slogan che si trova scritto all'entrata del paese, una sorta di invito scherzoso a visitare un luogo dove sembra che la vita duri più a lungo. Anche se la longevità in questo borgo non dipende dal luogo in se o da una particolare acqua, senza dubbio rappresenta un modello di vita legato alla natura, alle tradizioni, alle relazioni sociali e a un ritmo di vita più lento. Un fenomeno che ha contribuito alla sua fama anche fuori dalla Calabria.













Bivongi si trova nella provincia di Reggio Calabria, all'interno del Parco Regionale delle Serre calabresi nella suggestiva vallata dello Stilaro. È un paese dalle antiche origini, documentato già intorno all’anno 1050. Ma ciò che lo rende famoso sono le impressionanti Cascate del Marmarico che con un salto complessivo di circa 114 metri, vengono annoverate tra le più alte della Calabria e dell’Appennino meridionale. Si tratta di una zona montuosa e impervia, caratterizzata da boschi rigogliosi, profonde gole e una natura ancora autentica che conserva il fascino della Calabria più selvaggia. 



Ed e' proprio nella parte bassa del Vallone Folea, che fa parte del bacino idrico dello Stilaro, che oggi 24 agosto andremo a vivere un'altra avventura di canyoning, l'ultima uscita acquatica della stagione. L'appuntamento è al parco Nicholas Green di Bivongi dove mi aspetta Demi d'Arrigo di "Aspromonte wild" che sarà il leader di un'allegra comitiva di torrentisti provenienti da Roma e dintorni.



Dopo aver indossato mute, caschi e imbraghi, due jeep del "servizio cascate" ci accompagnano alla località di partenza. La strada si inerpica sul versante montano e diventa sterrata, con un fondo sconnesso, pietroso e caratterizzato da buche e solchi che mettono alla prova schiena e cervicale mentre si costeggiano dirupi vertiginosi. L'ambiente si fa sempre più isolato e selvaggio, finché dopo circa 8 km si raggiunge il ponte sul vallone Folea da dove inizia la discesa nel torrente. Un breve tratto di sentiero ripido, una roccia liscia da disarrampicare con l'ausilio di uno spezzone di corda e siamo alla prima pozza.



In successione, si affrontano un primo divertente toboga, seguito da un secondo più tecnico, stretto tra due blocchi di roccia e caratterizzato da un’altezza considerevole. Superato questo primo tratto, si prosegue a piedi per un po’, facendosi strada tra enormi massi di granito arrotondati, superandoli o aggirandoli. Molti di essi sono impregnati da caratteristiche patine rossastre, dovute alla presenza dei cosiddetti "ferrobatteri", microrganismi ferro ossidanti che somigliano a sangue.



Tra una manovra e l’altra, e dopo un paio di calate con la corda, raggiungiamo e attraversiamo un tratto di torrente caratterizzato da massi di granito, questa volta dalle forme più squadrate. Un bel tuffo ci introduce quindi al pezzo forte della discesa: il suggestivo salto d’acqua di circa 30 metri, incastonato tra pareti rocciose scure e levigate, modellate nel tempo dall’azione incessante del torrente.



L’acqua scorre impetuosa lungo una successione di gradoni naturali e scivoli di roccia, per poi precipitare in una profonda pozza dalle intense tonalità verde smeraldo. Qui, il fragore della cascata rompe il silenzio del bosco, regalando uno degli scorci più suggestivi dell’intera discesa.



Giungiamo ad un ultimo salto dove prima di calarsi bisogna arrampicare su un masso arrotondato facendo presa ad una provvidenziale radice sulla parete che funge da maniglia. È un ambiente selvaggio e suggestivo, che invita a immergersi nella natura e a riscoprire il valore di questi luoghi ancora incontaminati, ma che richiedono sensibilità, attenzione e rispetto per preservare il loro fragile equilibrio naturale e mantenere intatta la propria integrità.

















Dopo quattro ore di discesa, all'altezza di un vecchio ponte in pietra abbandoniamo il torrente per risalire un sentiero ripido a tornanti fino a guadagnare la strada lasciata al mattino. Le medesime jeep ci verranno a recuperare per riportarci alla base, l'area ristoro del Parco dove ci aspetta un bel panino e una birra. 



Faccio piuttosto in fretta perché mi aspettano tre ore di macchina tra infiniti tornanti montani per scavalcare la barriera delle Serre all'altezza di monte Pecoraro, seguita da una lunga discesa verso il Vibonese e infine 150 chilometri di autostrada per tornare a casa.







 

 






 

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