"Vedi Bivongi e campi cent'anni".
Questo è lo slogan che si trova scritto all'entrata del paese, una sorta di
invito scherzoso a visitare un luogo dove sembra che la vita duri più a lungo.
Anche se la longevità in questo borgo non dipende dal luogo in se o da una
particolare acqua, senza dubbio rappresenta un modello di vita legato alla
natura, alle tradizioni, alle relazioni sociali e a un ritmo di vita più lento.
Un fenomeno che ha contribuito alla sua fama anche fuori dalla Calabria.
Bivongi si trova nella provincia di Reggio
Calabria, all'interno del Parco Regionale delle Serre calabresi nella
suggestiva vallata dello Stilaro. È un paese dalle antiche origini, documentato
già intorno all’anno 1050. Ma ciò che lo rende famoso sono le impressionanti
Cascate del Marmarico che con un salto complessivo di circa 114 metri, vengono
annoverate tra le più alte della Calabria e dell’Appennino meridionale. Si
tratta di una zona montuosa e impervia, caratterizzata da boschi rigogliosi,
profonde gole e una natura ancora autentica che conserva il fascino della
Calabria più selvaggia.
Ed e' proprio nella parte bassa del Vallone
Folea, che fa parte del bacino idrico dello Stilaro, che oggi 24 agosto andremo
a vivere un'altra avventura di canyoning, l'ultima uscita acquatica della
stagione. L'appuntamento è al parco Nicholas Green di Bivongi dove mi aspetta
Demi d'Arrigo di "Aspromonte wild" che sarà il leader di un'allegra
comitiva di torrentisti provenienti da Roma e dintorni.
Dopo aver indossato mute, caschi e
imbraghi, due jeep del "servizio cascate" ci accompagnano alla
località di partenza. La strada si inerpica sul versante montano e diventa
sterrata, con un fondo sconnesso, pietroso e caratterizzato da buche e solchi
che mettono alla prova schiena e cervicale mentre si costeggiano dirupi
vertiginosi. L'ambiente si fa sempre più isolato e selvaggio, finché dopo circa
8 km si raggiunge il ponte sul vallone Folea da dove inizia la discesa nel
torrente. Un breve tratto di sentiero ripido, una roccia liscia da
disarrampicare con l'ausilio di uno spezzone di corda e siamo alla prima pozza.
In successione, si affrontano un primo
divertente toboga, seguito da un secondo più tecnico, stretto tra due blocchi
di roccia e caratterizzato da un’altezza considerevole. Superato questo primo
tratto, si prosegue a piedi per un po’, facendosi strada tra enormi massi di
granito arrotondati, superandoli o aggirandoli. Molti di essi sono impregnati
da caratteristiche patine rossastre, dovute alla presenza dei cosiddetti
"ferrobatteri", microrganismi ferro ossidanti che somigliano a
sangue.
Tra una manovra e l’altra, e dopo un paio di calate con la corda, raggiungiamo e attraversiamo un tratto di torrente caratterizzato da massi di granito, questa volta dalle forme più squadrate. Un bel tuffo ci introduce quindi al pezzo forte della discesa: il suggestivo salto d’acqua di circa 30 metri, incastonato tra pareti rocciose scure e levigate, modellate nel tempo dall’azione incessante del torrente.
L’acqua scorre impetuosa lungo una successione di gradoni naturali e scivoli di roccia, per poi precipitare in una profonda pozza dalle intense tonalità verde smeraldo. Qui, il fragore della cascata rompe il silenzio del bosco, regalando uno degli scorci più suggestivi dell’intera discesa.
Giungiamo ad un ultimo salto dove prima di
calarsi bisogna arrampicare su un masso arrotondato facendo presa ad una
provvidenziale radice sulla parete che funge da maniglia. È un ambiente
selvaggio e suggestivo, che invita a immergersi nella natura e a riscoprire il
valore di questi luoghi ancora incontaminati, ma che richiedono sensibilità,
attenzione e rispetto per preservare il loro fragile equilibrio naturale e
mantenere intatta la propria integrità.
Dopo quattro ore di discesa, all'altezza di
un vecchio ponte in pietra abbandoniamo il torrente per risalire un sentiero
ripido a tornanti fino a guadagnare la strada lasciata al mattino. Le medesime
jeep ci verranno a recuperare per riportarci alla base, l'area ristoro del
Parco dove ci aspetta un bel panino e una birra.
Faccio piuttosto in fretta perché mi
aspettano tre ore di macchina tra infiniti tornanti montani per scavalcare la
barriera delle Serre all'altezza di monte Pecoraro, seguita da una lunga
discesa verso il Vibonese e infine 150 chilometri di autostrada per tornare a
casa.




































