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Attenzione: per alcune escursioni è possibile scaricare le tracce GPX in basso dopo il testo!!

mercoledì 7 febbraio 2007

Sul Pollino per la parete nord


















Verità ineluttabile nella vita come in montagna:non puoi pretendere che ogni giorno sia come lo vorresti.
Infatti, dopo molti giorni di tempo splendido e stabile ci ritroviamo ad andare per monti col brutto tempo,almeno tentiamo!!
Il trio inedito di ieri 3 febbraio è composto da me,da Salvatore (aspirante soccorso alpino) e da Bob del Gruppo Speleo di Morano Calabro.Non c?è Massimo purtroppo,?sacrificato?per un?escursione più tranquilla quale accompagnatore di un gruppo di escursionisti del Cai di Cosenza e di Catania .

Dopo aver appreso che la via montana per Colle Impiso è stata spalata (questo è un vero miracolo!!) decidiamo per la scalata alla parete nord-est di Monte Pollino (m.2248)che dovrebbe essere ghiacciata. FOTO 1Già dal valico di Campotenese si vede il gruppo montuoso coperto da una fitta coltre di nubi e in più spira un forte vento da est. Non speriamo certo in un miglioramento,e così ci avviamo.

Alle 9 in punto partiamo zaino a spalla dal Colle dell?Impiso,diretti ai piani del Pollino,il più vasto pianoro carsico del massiccio,splendido per il colpo d?occhio che offre sulle cinque cime più alte del Parco. FOTO 2La marcia di avvicinamento,favorita dal manto nevoso reso compatto dalle basse temperature ,ci permette di arrivare alla base della nostra montagna senza grossi patemi. FOTO 3Ma aimè,il quadro che si prospettava in mattinata non cambia.Del Monte Pollino,così come delle cime circostanti non si intravede niente.Nonostante tutto, dopo qualche minuto di consultazioni, decidiamo di ?attaccare? il pendio che si inerpica dapprima in un folto bosco di faggi e poi sulla parete FOTO 4.La visibilità è ridotta ad una cinquantina di metri,e tale si manterrà per tutta l?attraversata . Cerco di rubare qualche foto in un momento di maggiore visibilità.Una mia posa prima dell?ascensione. FOTO 5

Usciti dalla faggeta montiamo i ramponi che cominciano a mordere il ghiaccio.La progressione ,seppur disturbata da forti raffiche di vento e nevischio si mantiene regolare.Il paesaggio è severo e allo stesso tempo grandioso.Osservando i miei due compagni leggermente distanti che lottano contro il vento, pare di trovarci su uno degli ottomila himalayani. FOTO 6
Giungiamo finalmente in vetta.Quì accade l?inverosimile.Nella discesa per il versante opposto ci ritroviamo su degli strapiombi che lì non dovrebbero esserci.In realtà ci sono,ma la nebbia ci disorienta a tal punto che per una buona mezz?ora,spauriti, ci troviamo a girare più volte nello stesso punto.
La bussola?Naturalmente non l?ho portata;non l?ho mai portata!!Così la montagna decide quel giorno di darci una bella lezione.Ma quanto meno te lo aspetti salta fuori la soluzione.Dietro lo zaino ho una piccola bussola di plastica che si rivelerà indispensabile a levarci da questa situazione imbarazzante.Non ricordavo neanche di avercela appesa e così,oggi, è stata la nostra eroina. FOTO 7

Passato il brutto quarto d'ora ci dirigiamo verso il Colle Gaudolino impegnando la via normale di salita a Monte Pollino.Quì il sole amico compare per qualche minuto regalandoci tutt?intorno visioni d?incanto sugli argentei pini loricati dalle forme spettrali, stretti nella morsa del gelo,antichi custodi di questi luoghi arcani. FOTO 8 FOTO 9 FOTO 10Ultimo bivacco nel piccolo accogliente rifugio di Colle Gaudolino dove consumiamo il nostro pasto al calore del focolare e poi via verso l?auto,accompagnati nel nostro procedere dall?ululato del vento e dal silenzio della neve che ci avvolge. FOTO 11
Seppur nella bufera,oggi il monte di Apollo ci ha regalato emozioni forti ,sensazioni uniche. FOTO 12

In foto:accanto al "Guardiano"

martedì 2 gennaio 2007

Sulle creste di Montea




Mai vista così sontuosa la Montea,adorna e candida come una sposa.Questa affascinante e selvaggia montagna,la regina dell’Orsomarso, purtroppo non si concede tanto facilmente a motive delle nubi che la avvolgono per la maggior parte dell’anno. All’emozione delle impareggiabili visioni che ci ha regalato si aggiunga la grande soddisfazione di aver condotto sulle sue vertiginose e affilate creste Nichi,un blogger appassionato di natura e di montagne conosciuto via Internet. FOTO 1 La sua commozione è vivamente espressa nel suo blog che vi invito a visitare.(Vedi il riferimento in basso). E poi c’è lui,Massimo,infaticabile e sempre presente agli appuntamenti importanti. FOTO 2 Ma seguitemi nel foto diario dell’escursione. E’così che appare la Montea risalendo per la sterrata che sale dal pittoresco paesino di S.Agata d’Esaro alla fontana di Cornia,nostra località di partenza.Emerge dal Vallone della Tragonara in tutta la sua superba bellezza FOTO 3.Le condizioni ,oggi 26 Dicembre sono davvero ideali.Al bivio intraprendiamo il sentiero opposto a quello che porta all’attacco della via normale.Optiamo per il secondo crestone che sale ripido verso la cresta principale. FOTO 4Massimo lo ha battezzato “Via del Monolito”,appunto per la presenza di una guglia alla sua sommità. FOTO 5Durante la faticosa ascesa ci imbattiamo nelle orme di un bel capriolo FOTO 6;specie endemica di “capreolus italicus”presente nell’areale del Pollino.La fatica fin qui accumulata pare svanire allorché raggiungiamo la cresta principale.Lo spettacolo è davvero unico.L’atmosfera è surreale;siamo al di sopra di un ovattato mare di nubi dal quale emergono, come isole i monti circostanti.Serra Dolcedorme,all’orizzonte,completa il quadro. FOTO 7 Verso sud invece,il sole fa capolino proiettando i suoi raggi nelle acque cristalline del Tirreno. FOTO 8Riusciamo anche ad immortalare con le nostre digitali il fenomeno detto “spettro di Brocken”,generato dalla rifrazione della luce solare sulle nubi. FOTO 9 In cresta la neve è fresca e alta,purtroppo;ci fa faticare non poco.In queste condizioni bisogna davvero raddoppiare lo sforzo.Ma non ci pensiamo.Basta guardarci attorno e lo spettacolo ci riempie gli occhi e lo spirito. FOTO 10Anche i pini loricati,imbiancati sembrano partecipare alla festa,facendo apparire il tutto come un gigantesco presepe FOTO 11 ; FOTO 12,intersecando i multiformi scenari in un susseguirsi di giochi visivi tra neve,alberi,mare,nubi e rocce FOTO 13; FOTO 14; FOTO 15 Ma è da questo punto che la Montea diventa spettacolo,il suo profilo più bello. FOTO 16 Ormai siamo in vetta.Il piastrino dell’IGM ci indica che la meta è raggiunta. FOTO 17 Per i più pignoli va detto però che la cima più alta (di pochi metri) si trova più avanti a 1825 m. FOTO 18Ma oggi non c’è tempo;il ritorno è ancora lungo.Sazi di emozioni torniamo indietro sui nostri passi,e già qualche folata di nebbia comincia ad avvolgerci.Al ritorno preferiamo scendere per la normale,che,come dice Nichi,di normale c’è solo il nome.Da qui è possibile ammirare la curiosa “Pietra Portusata”,un teschio riverso che al tramonto,in un determinato periodo dell’anno lascia passare i raggi del sole attraverso l’arco naturale del suo “occhio”. FOTO 19Alla fontana un pittoresco tramonto ci saluta dandoci appuntamento per un’altra favolosa avventure sulle creste di questa magica montagna. FOTO 20 Guarda anche Blog di Massimo; Blog di Nichi In foto: Massimo,Nichi ed io in vetta

sabato 18 novembre 2006

Sul Gran Sasso (Bivacco Bafile)


Dopo due anni rieccomi a calcare i sentieri del Gran Sasso, caratterizzato dalla presenza della vetta più alta dell'Appennino, il Corno Grande, che raggiunge i 2912 metri. FOTO 1 Su questa catena è inoltre presente l'unico ghiacciaio appenninico, il Calderone, il più meridionale d'Europa. Già d’accordo con il “prode “ Marco,sabato 11 novembre puntiamo decisamente verso Campo Imperatore senza avere però in mente una meta precisa.Durante il viaggio in auto valutiamo infatti le numerose variabili che avrebbero infine determinato la nostra meta:la nevicata del giorno prima,la possibilità di arrivare con l’auto a Campo Imperatore,l’apertura della funivia,le ore di luce ecc. Ci inerpichiamo con l’auto, ma dopo un primo tentativo torniamo indietro a Fonte Cerreto , causa strada ghiacciata.Con notevole disappunto constatiamo che la funivia è chiusa per manutenzione.Sembra ci sia tutto contro quel giorno,e pensare che la giornata è stupenda.Le speranze però paiono riaccendersi allorchè vediamo transitare il mezzo spargisale e spazzaneve.Qualcosa fara?Si risale.In tutti i modi riusciamo a raggiungere Campo Imperatore,ma,purtroppo abbiamo fatto tardi. FOTO 2 Si parte zaino a spalla solo alle 9.50.Il paesaggio tutt’intorno è spettacolare:Campo Imperatore e tutte le vette che lo circondano sembrano essere state spolverate con lo zucchero a velo ; FOTO 3 il cielo terso e l’aria asciutta conferiscono all’ambiente un atmosfera da favola.Al centro,la maestosa piramide di Corno Grande sembra invitarci insistentemente. FOTO 4 Dall'Albergo di Campo Imperatore raggiungiamo per la via estiva la Sella di Monte Aquila, FOTO 5 proseguiamo per ripidi pendii tenendoci a sinistra sino alla Sella di Corno Grande e poi in direzione di un grosso masso (detto Sassone). FOTO 6 Soltanto a questo punto optiamo per il sentiero alpinistico che porta al Bivacco Bafile .50 metri dopo il masso, giungiamo ad un bivio con due frecce, dove prendiamo a destra il sentiero per dirigerci verso lo spigolo SSE della Vetta Occidentale , aggirare in basso lo spigolo, traversare la comba nevosa e salire al Bivacco. FOTO 7 Il Bivacco Bafile appartiene alla sezione Aquilana del Club Alpino Italiano ed è stato inaugurato l'11 settembre 1966. E' del tipo adottato dalla Fondazione Berti con nove posti letto in brandine,costituito da una capanna metallica color rosso, ed è collocato a 2669 m su una piazzola ricavata dallo sbancamento di 60 m cubi di roccia, al culmine di un torrione sottostante la Vetta Centrale del Corno Grande (Versante SE del Gran Sasso D'Italia). FOTO 8 Il Bivacco agevola e facilita le classiche salite estive ed invernali dello spigolo SE della Vetta Occidentale, del Torrione Cambi, del versante S alla Vetta Centrale ed Orientale nonchè l'aggiramento della cresta E per giungere al versante N del Paretone. FOTO 9 All’inizio della vertiginosa ferrata raggiungiamo tre provetti alpinisti che quel giorno,come noi avrebbero voluto raggiungere la Vetta Centrale;comunque,arrivare al bivacco con la neve ci avrebbe notevolmente appagato. FOTO 10 Dopo le manovre con la longe per superare i numerosi frazionamenti, FOTO 11 raggiungiamo il Belvedere dove la vista diventa mozzafiato.Lo sguardo spazia sulle vette del Prena e del Camicia,sul “Centenario”quindi; FOTO 12 sulla paurosa Valle dell’Inferno, FOTO 13sul Monte Aquila e più a destra verso Campo Pericoli dominate da Pizzo Cefalone e Pizzo d’Intermesoli,cime anch’esse aderte e difficili FOTO 14.Scendiamo così per la Comba nevosa, FOTO 15 risaliamo l’ultima levigata rampetta ed eccoci sbucare davanti al rosso bivacco,posto a mò di nido d’aquila sullo sperone roccioso a strapiombo sulla Valle dell’Inferno.Da qui il colpo d’occhio diventa ancor più notevole tra guglie,pinnacoli e pareti di dolomitica bellezza alle nostre spalle, FOTO 16 e la costa dell’Adriatico con la mastodontica Maiella difronte e lontana all’orizzonte. FOTO 17 E’ stato bello vedere come in quell’isolato punto in mezzo ad un paesaggio lunare cinque persone diverse fra loro ,un calabrese,un toscano e tre romani siano state accomunate da una grande passione che li spinge ad andare per luoghi remoti,lontani dal chiasso e dalla vita convulsa delle città. FOTO 18 Al ritorno,proprio all’inizio della ferrata,vi era posta una targhetta metallica che non avevo notato all’inizio e ,credo sia doveroso terminare questo articolo proprio con le parole incise su di essa:

“Se distruggiamo i preconcetti che imprigionano la vita come inferriate allora liberiamo la vera vita e la vera forza che sono in ognuno di noi. Si deve diventare così semplici e senza parole come il grano che cresce e la pioggia che cade. Si deve semplicemente ESSERE”

giovedì 9 novembre 2006

Rifugio Andrea Bafile


Vi piacerebbe trascorrere una notte quì?

Bivacco Andrea Bafile 2669 m.
Si trova a 2669 m su uno spallone della cresta SE della Vetta Centrale del Corno Grande.
Di proprietà della sezione aquilana del CAI, è stato costruito nel 1966 su una piazzola ricavata dallo sbancamento di 60 metri cubi di roccia. Dispone di 9 posti letto in brandine. Di facile accesso, ben tenuto, è un'ottima base per le ascensioni invernali o estive sul versante meridionale del Massiccio del Corno Grande.

venerdì 3 novembre 2006

Voglia di Dolcedorme

Scalare la Serra Dolcedorme,il tetto del Parco del Pollino, dà sempre grandi soddisfazioni.Il fascino di questa montagna dal profilo alpestre,con il suo circo di pini loricati secolari che costellano le sue pendici,la luminosità del cielo che lo abbraccia,imprimono sempre sensazioni indimenticabili,in tutte le stagioni.foto 1Era tanto che non salivo in vetta in un periodo di non innevamento:le ultime volte lo abbiamo “sfidato”nelle condizioni più avverse e per le vie più difficili. Ieri,1° Novembre, ci siamo cimentati in una nuova via (almeno in parte) salendo per un crestone parallelo alla classica “Via del Campanaro”,documentata in più di una delle guide del Pollino.L’abbiamo battezzata “Via della Porta” a motivo di una fessura trà due rocce sovrastata da un arco naturale.foto 2Il gruppo inizialmente è composto da sei persone;tre di esse ci lasceranno a metà percorso a motivo di impegni personali. Si parte dalla località di partenza “Valle Piana (900 m.)”,piana di nome ma non di fatto.In realtà lo è solo nella parte iniziale;più su diviene sempre più ripida fino a culminare nei formidabili dirupi delle Murge di Celsa Bianca.foto 3foto 4Il sentiero immerso nei boschi di faggio ,aceri e pini neri ci porterà dapprima al Passo di Valle Cupa (1317 m.) e poi in direzione del Timpone Campanaro (1492 m.).Il toponimo deriva infatti dal curioso profilo a campana di quest’ultimo se lo si osserva da un determinato punto.Risalendo oscuri valloni giungiamo al colle Campanaro e poi sul suo culmine per osservare tutta la cresta che si dovrà risalire.foto 5 Per operare la variante prevista dovremo ridiscendere nel vallone e impegnare il crestone parallelo a quello classico che porta in cima al “Cozzo Sorvolato (1966 m.),”battezzato così dai forestali a causa dei continui sorvoli per i lanci di acqua,effettuati dai canader e dagli elicotteri impegnati nelle operazioni di spegnimento dell’incendio dell’ottobre 1985.La cresta si rivela più ripida e impegnativa di quella classica,già percorsa qualche anno addietro.foto 6Ci insinuiamo così in un dedalo di rocce e vetusti esemplari di pini loricati di ogni forma e dimensione che insieme a esemplari scheletrici e vigorose piantine formano un’affascinante moltitudine al cospetto di luminosi orizzonti senza fine.foto 7foto 8foto 9 Ne approfittiamo di tanto in tanto ad osservare le pareti sommitali di vetta per trovare nuove vie alpinistiche da affrontare in futuro.Dopo qualche ora di vera fatica giungiamo così al punto dove si congiungono i due crestoni,che coincide proprio con la cima del Cozzo Sorvolato.Quì il gruppo si divide.In tre proseguiamo percorrendo senza alcuna difficoltà la cresta quasi orizzontale che porta alla vetta della Timpa del pino di Michele (2069 m.).Il luogo prende nome da un pino loricato usato dai briganti nel XIX sec. per impiccare Michele,un pastore che aveva parlato troppo con le forze dell’ordine impegnate nella lotta al brigantaggio.foto 10 Nel frattempo,gli ultimi isolati pini loricati ci accompagnano nel nostro ultimo sforzo per raggiungere la vetta del Dolcedorme percorrendo la maestosa cresta est.Il tempo ,come da previsione,comincia a cambiare;perturbazioni provenienti da ovest investono le cime circostanti.La vetta però è raggiunta.foto 11Nel libro di vetta apponiamo le firme e qualche simpatico e commosso commento/dedica.foto 12E’ la prima volta di Salvatore che tradendo un pizzico di emozione ci ringrazia per avergli fatto avverare questo suo piccolo sogno di scalare il Dolcedorme,talaltro dal versante più duro.foto 13 Dopo un pranzo frugale e un ottimo the caldo che ci riscalda le ossa, via per la classica discesa lungo il “Faggio Grosso”,foto 14ampio vallone che ci ricondurrà a Valle Piana quando ormai l’oscurità avrà preso il sopravvento sulla luce del giorno. E prima di partire,un ultimo saluto a “Sua Maestà” che ancora una volta ci ha voluto regalare emozioni forti e sensazioni indimenticabili. In foto: La cresta est del Dolcedorme

venerdì 22 settembre 2006

La Pietra dell'Angioletto e il Guardiano della fonte


Prologo
La Pietra dell?Angioletto è una protuberanza rocciosa a 1265 m.che emerge dal costone roccioso sovrastante il torrente Rosa in territorio di S.Sosti .Pare che il toponimo derivi da Angioletto, un giovane pastore precipitato appunto dalla cima della pietra nel dirupo sottostante.La zona è estremamente selvaggia e scarsamente antropizzata,come del resto accade in molte zone del Pollino.
Già cinque anni fa avevo calcato la stessa via e sono rimasto meravigliato di come il costone che porta alla Pietra sia diventato rigoglioso di macchia mediterranea e boschetti di faggio.In effetti lo ricordavo molto più arido.


Il guardiano della fonte
Sono da solo e con la mia auto da battaglia (Fiat uno 1000 fire) mi dirigo verso il pianoro di Casiglia.Non ho portato con me acqua da casa perché mi ricordavo della presenza di una fonte presso dei casolari.Così è ,ma devo fare i conti con un insolito imprevisto.
Appena mi avvicino con l?auto alla fontana ,da dietro una costruzione sbuca grugnendo un maialone ,sporco e un po? malconcio.
Stà di fatto che si avvicina all?auto e comincia a sfregarsi all?angolo del paraurti posteriore.?Dev?essere un maiale rinselvatichito?,penso,e il suo messaggio è chiaro:stà marcando il territorio facendomi capire che da qua me ne devo annà!!

Infatti dopo aver fatto retromarcia dandogli un colpetto si mette ad inseguirmi tenendomi a debita distanza dalla sorgente.
E mò che faccio??Sono senz?acqua e oggi fa pure caldo,e sono anche da solo.
Ma sono io un tipo che si arrende facilmente?Parcheggio un po? prima,mi armo dei bastoncini da sci e la bottiglia pronta ad essere riempita .Mi avvicino furtivo alla fontana sperando che non si accorga della mia presenza;ma quello è proprio testardo.Sbuca improvvisamente da una siepe e si pone fra me e la fontana.Meglio smammare.Oggi non me la sento di affrontare in duello il ?Guardiano della fonte?;sarà per un?altra volta.
Per l?acqua mi devo accontentare della bottiglia che tenevo sotto il sedile per il radiatore dell?auto(acqua vecchia di due mesi, sempre acqua è!!!!).
Morale:portatevi sempre l?acqua da casa!!!


L?escursione
Dopo questo insolito incontro mi avvio verso il sentiero che porta al Campo di Annibale,ampio pianoro circondo dalle cime della Mula,della Muletta,della Serra Scodellaro e di Cozzo Fazzati.Si pensa che Annibale si sia accampato proprio qui.Dopo circa 45 minuti di marcia lascio la sterrata e mi getto sul costone a sinistra su un piccolo promontorio da dove si gode una vista mozzafiato sulla valle del Rosa e sulle alpestri cime di Montea.Riecheggiano i canti religiosi provenienti dal santuario della Madonna del Pettoruto (vedi articolo).Orientandomi a vista nel folto del bosco raggiungo la Pietra ,maestosa e solitaria.Dalla sua parete a strapiombo spuntano pini loricati pensili disposti orizzontalmente ,davvero uno spettacolo più unico che raro.Quello da mè fotografato cinque anni fa è ancora là,più rigoglioso che mai.
Piccola arrampicata e sono in vetta.La vista è mozzafiato.
Questa sarà l?escursione che proporrò per il prossimo anno alla mia sezione CAI.
Dopo essermi calato in corda doppia mi accingo a risalire l?aderta pendice che porta in cima allo Scodellaro,forse il luogo più panoramico per ammirare la straordinaria bellezza della valle e della Montea.
Dopo una pausa non mi resta che ridiscendere il crestone della Serra Scodellaro per incrociare la pista sterrata che porta a Casiglia.

A cento metri dall?auto un pensiero mi assale:?e se il Guardiano della fonte si è messo a fare anche il guardiano della mia auto?????????..


In foto: Il Pino Loricato pensile

giovedì 14 settembre 2006

L'attraversata dei ghiacciai del Monte Bianco

Il Monte Bianco è una montagna granitica, irta di guglie e di creste, intagliata da profondi valloni nei quali scorrono numerosi ghiacciai. È situato nella catena delle Alpi, sul massiccio del Monte Bianco e si trova sullo spartiacque tra la Valle d'Aosta, (Val Veny e Val Ferret), - in Italia - e la Savoia, (Valle di Chamonix) - in Francia. Raggiunge i 4810 m d'altezza Numerosi ghiacciai scendono dai versanti del Monte Bianco sino alle valli laterali - tra questi - a sud i ghiacciai del Freney, della Brenva, del Miage, del Monte Bianco e del Breuillat; - sul versante nord -il ghiacciaio dei Bossons e la mer de Glace.Anche se non è particolarmente difficile raggiungere la vetta(bisogna camminare due giorni misurando forze e respiro nell’aria rarefatta dei 4000)non è sicuramente una montagna da tutti. Ma sicuramente tutti ,o quasi,possono farsi rapire dal fascino della sua immensità effettuando l’attraversata da Courmayer all’ Anguille du Midi in funivia.Entreremo così nel cuore dell’”ottava meraviglia del mondo”. E’ qualcosa che CONSIGLIO VIVAMENTE a tutti gli amanti dei viaggi,dell’avventura e della natura in generale.VALE LA PENA ASSOLUTAMENTE DI VIVERE QUESTA ESPERIENZA. E’ molto importante entrare nel dettaglio della realizzazione di questa mastodontica opera di ingegneria che dà la possibilita di attraversare in soli 45 minuti il cuore dei ghiacciai del Monte Bianco.

venerdì 1 settembre 2006

Chamonix,Montenvers e dintorni

Dopo le fatiche del Gran Paradiso ci concediamo una visita rilassante alla stazione turistica di Montenvers passando per Chamonix.Chamonix si trova in una valle circondata dal più spettacolare panorama delle Alpi francesi, ha circa 10,000 abitanti ed è a tutti gli effetti la capitale francese degli sport invernali. La zona è dominata da ghiacciai, lungo i quali si aprono profondi crepacci, e dalla vetta del Monte Bianco. In tarda primavera e in estate, i ghiacciai e la neve ad alta quota fanno da sfondo a prati e pendii tappezzati di fiori selvatici, cespugli e alberi. Saliamo a Montenvers immersi in una atmosfera bucolica, per accedere al più imponente ghiacciaio del mondo e scoprire la natura alpina. L’irresistibile trenino dai vagoni rossi, in servizio dal 1908, trasporta i suoi passeggeri sul belvedere di Montenvers,a 1913 m. al limite della celeberrima Mer de Glace. Attorniata dalle maestose vette dei Drus (3.754 m), delle Grandes Jorasses (4.205 m) e dei Grands Charmoz (3.842 m), la stazione di Montenvers propone ai visitatori una serie di interessanti mostre con cui approfondire le proprie conoscenze sulla vita del più grande ghiacciaio francese e sulla natura alpina. Sul Ghiacciaio domina il profilo di una delle montagne più famose ed eleganti del mondo,il Petit Dru (3633 m),sul quale salgono il Pilier Bonatti,la Diretta e la Direttissima americana,alcuni tra i più classici e celebrati itinerari alpinistici di tutti i tempi. Il Mer de Glace è il secondo ghiacciaio delle Alpi per estensione,si snoda tortuoso per 14.000 m,è largo 1800 m e profondo 400 m.Un fiume biancastro che contiene circa 4 miliardi di metri cubi di ghiaccio.Nonostante le dimensioni,risente anch’esso del fenomeno che tocca tutti i ghiacciai del mondo:il ritiro.

martedì 8 agosto 2006

SUL GRAN PARADISO


SUL GRAN PARADISO Prologo E’ stata una bella trasferta, intensa ed appagante, vissuta ogni istante.Come accennavo nel post del 2 luglio il programma prevedeva tre uscite,l’ascensione alla vetta del Gran Paradiso in due fasi;Chamonix e Montenvers per ammirare da vicino la “Mer de Glace”con la galleria di ghiaccio e l’escursione al rifugio Deffeyes ai bordi del ghiacciaio del Ruitor.Quest’ultima boicottata da me e da altri del gruppo per l’attraversata dei ghiacciai del Monte Bianco da Courmayer all’Auguille du Midi. Cenni storici Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è nato nel 1922 e la sua storia è legata a quello dello stambecco.Sull’orlo dell’estinzione l’ispettore forestale Joseph Zumstain(una vetta del gruppo del M.Rosa è stata intitolata a lui) ne ottenne dal Regno del Piemonte il divieto di caccia.In realtà la legge sanciva l’esclusivo diritto di caccia del Re d’Italia,Vittorio Emanuele II.Gli stambecchi aumentarono da 300 a 2000 capi e nel 1922,con la donazione della riserva reale allo Stato,fu istituito il Parco Nazionale.Attualmente vivono 6000 capi circa. Il territorio si sviluppa dagli 800 m fino ai 4061 del Gran Paradiso,l’unico quattromila interamente italiano.Gli fanno da corona numerose altre splendide vette,come la Grivola(3969 m), il Piccolo Paradiso(3921m),la Tresenta(3609 m)e l’Herbetet(3778).Ben 55 sono i ghiacciai che hanno modellato il paesaggio e numerosissimi i laghi d’alta quota.Intorno ai 2000-2300 m il paesaggio è segnato da vaste distese di mirtillo nero,ginepro comune e rododendro e foreste di conifere.Nelle zone più elevate la specie dominante è il larice,specie pioniera capace di consolidare il terreno,a cui in alcune zone si associano il pino silvestre e il pino cembro. E nella stagione estiva le praterie riecheggiano degli acuti fischi di allarme delle marmotte,di vedetta su grossi massi .

lunedì 29 maggio 2006

A tutto "CANYONING"


Con l?estate ormai alle porte inizia per me il periodo del ?canyoning?,consistente nella discesa a piedi e a nuoto di torrenti incassati, facendo uso delle tecniche e delle attrezzature dell'alpinismo e della speleologia.Ovviamente si può usare anche il temine reso in italiano ?torrentismo?.Probabilmente molti hanno un?idea un po? distorta di tale pratica sportiva,relegata da alcuni mass-media al settore degli sport estremi,e quindi solo per pochi eletti.Ma il canyoning sicuramente non rientra in questa prerogativa un po? semplicistica.In effetti,anche se in alcuni casi si svolge in condizioni estreme,più spesso può essere ?facilmente? praticato da tutti.Come per l?escursionismo e l?alpinismo anch?esso prevede un sistema di gradi di difficoltà.Basti recarsi nel periodo che va dalla fine di giugno alla fine di agosto nel canyon del Raganello (Pollino orientale) per imbattersi in frotte di impavidi e molto spesso, purtroppo sconsiderati amateur del torrentismo come se si trovassero in spiaggia,dando poi grattacapi al soccorso alpino locale chiamato ad intervenire sovente la notte per recuperare spericolati in stato di ipotermia.

Il torrentismo è un?attività relativamente giovane:pur essendo praticata dagli speleologi già da decenni,si è diffusa in Francia e Spagna dagli anni ottanta e in Italia subito dopo.Secondo informazioni in mio possesso sarebbe divenuta in Italia una disciplina a sé stante a partire dal 1988.
Per quanto riguarda il Pollino e in modo particolare ciò che concerne il Raganello,la prima attraversata integrale(documentata) del canyon sarebbe stata effettuata il 2 Agosto 1980 da Giorgio Braschi(guida ufficiale e profondo conoscitore del Massiccio;per altri versi un vero pioniere nella sua divulgazione ),Sandro Frisenda e Vito Mancini.

Per essere praticato a buoni livelli e in sicurezza è richiesta sicuramente una certa preparazione tecnica e discrete doti atletiche;primo fra tutti essere buoni nuotatori.Chi non lo è però,può utilizzare i braccioli da mare per non affondare.Infatti non sono rari i casi in cui bisogna tuffarsi in profonde pozze d?acqua e nuotare con zaino a spalla e altro materiale;saper manovrare con le corde e conoscere tecniche alpinistiche di base.Insomma,comprendiamo che il torrentismo coniuga le tecniche alpinistiche con la conoscenza e i movimenti in acqua.
Da tenere in alta considerazione poi è ?l?engagement?,termine francese di non facile traduzione che può essere approssimato con ?impegno?.Esso tiene conto della possibilità di sfuggire a eventuali piene;delle scappatoie presenti e della durata(avvicinamento,discesa ,rientro).

Nel sito www.canyoning.it troverete le tabelle complete dei gradi di difficoltà verticali e acquatiche e la tabella ?engagement? sulla possibilità di sfuggire ad eventuali piene;presenza e numero di scappatoie e della durata complessiva.

Nel Pollino esistono numerosi canyon e forre da discendere e scoprire,alcune difficili ed estreme come il torrente verticale Grimavolo,affluente del Raganello con salti anche di 80 m. e altri alla portata di tutti come la gola di Barile.Nel sitogole e forretroverete un elenco completo con schede tecniche sulle più importanti gole del Pollino,e non solo.
Non mi resta che concludere invitandovi a scoprire questa splendida attività,ad andare a ?tutto canyoning?

In foto:tratto finale della Gola di Barile presso S.Lorenzo Bellizzi

venerdì 28 aprile 2006

I Signori dell'Anello


In gergo escursionistico si definisce “anello”il percorso che si effettua partendo da una località,si raggiunge la meta e si ritorna alla stessa località di partenza per un’altra via.Solitamente i percorsi ad anello sono molto suggestivi anche se impegnativi. Conquistare la Timpa di Cassano dal versante est era stato da sempre un piccolo sogno nel cassetto e l’insistenza di un mio compagno d’avventura ha fatto in modo che questo progetto divenisse realtà.Molti sono i turisti e la gente del luogo che specialmente in estate viene a S.Lorenzo Bellizzi.Tra questi,chi desidera godere della pace di un ameno paesino tranquillo abbarbicato a 800 m. d’altezza sulla valle del Raganello; e ci sono i più temerari che si avventurano nelle paurose gole del Barile in alto e nel canyon del Raganello più in basso nella pratica del torrentismo. A nord ovest la ciclopica Timpa di S.Lorenzo con le sue vertiginose pareti,emerge maestosa dalle brulle praterie sottostanti punteggiate di pittoresche masserie e piccole costruzioni pastorali.Anch’essa è meta di scalatori che hanno buone gambe ma che soprattutto non soffrono di vertigini. Più a sud le fa da contraltare la Timpa di Cassano.Già ad occhio appare evidente la sua inaccessibilità.Un pauroso ammasso di anfratti,sfasciumi di rocce dappertutto,conoidi di deiezione,spaccature,lastroni lisci come vetro dalle pendenze impossibili,leccete intricate e impenetrabili e quant’altro.Elementi questi da scoraggiare anche il più impavido degli scalatori.

domenica 23 aprile 2006

Le Vallje



Ogni martedì dopo Pasqua nei paesi Arbëreshë di Civita e Frascineto (CS) si svolgono le Vallje. Letteralmente danza, è un particolare genere coreutico-musicale eseguito dalle comunità albanesi dell'Italia meridionale per rievocare le gesta epiche dell'eroe albanese Skanderbeg,specialmente la sua vittoria sui tuchi. Furono i suoi soldati, nel 1448, a fondare i primi paesi arbëreshë. Skanderbeg, dopo la sua morte, divenne un mito, un eroe, in Albania e fuori. Gli Arbëreshë d?Italia lo cantano nelle loro Rapsodie; e suoi busti troneggiano in tutte le piazze dei paesi arbëreshë. Skanderbeg, per gli Arbëreshë, è sinonimo di Albanesità: amore per la lingua, la cultura e le tradizioni albanesi. Agli Arbëreshë ha insegnato i valori della libertà e della democrazia.

Le danze e i canti, sono di solito cori a più voci, accompagnati o no da uno strumento musicale. I canti tradizionali più antichi (vjershë) si eseguono solo con la voce, e sono un elemento originale della cultura orale dei paesi Arbëreshë; le contaminazioni della cultura "latina" sono minime.

Ha inizio nelle prime ore del pomeriggio quando ragazzi e ragazze, vestiti con il costume albanese, intrecciano le ridde, cantano le gesta dell'eroe condottiero e canzoni d'amore per le vie del paese. Ogni tanto,
scherzosamente, i ragazzi accerchiano un forestiero e gli chiedono di ripetere una particolare parola albanese, al fine di scoprire se si tratta di un latino (italiano) o di un arbëresh (albanese d'Italia): se si tratta di un latino è obbligato a offrire un rinfresco, in caso di rifiuto sarà segnato sulla guancia con la fuliggine di un vecchio tegame; un arbëresh non è tenuto a offrire il rinfresco.

La danza si articola in due fasi: una prima parte è eseguita in forma processionale. Le persone disposte su due file parallele, si tengono con dei fazzoletti percorrendo le strade del paese. La seconda parte della danza è eseguita sul posto, in una piazza o davanti alla casa di una persona che si vuole celebrare Il ballo, guidato da un uomo, denominato flamurar, è caratterizzato da passi saltellati ed accompagnato da un canto che viene eseguito dagli stessi danzatori. Il canto è polivocale (a due parti) e contraddistinto da una tecnica vocale che fa uso di numerosi glissandi che si concludono sul falsetto.

La vallja si sposta sempre, come un drappello di soldati in battaglia, a volte temporeggia, a volte si apre e va incontro al "nemico"; così i balli si snodano nelle vie del paese per culminare nella piazza. E qui che si può osservare la vallja muoversi in percorsi sinuosi in fila indiana e poi a sorpresa chiudersi a circolo. Si tratta anche di una parata in cui le donne mostrano con orgoglio il proprio costume tradizionale, confezionato con preziose sete colorate e arricchito da ricami e galloni d'oro.I colori del vestito civitese sono blu o azzurro per il corpetto e fucsia per la gonna. Le donne sposate completano il costume con una gonna supplementare di colore blu.

Gli Albanesi risiedono in Calabria da secoli, lungo la dorsale appenninica, ed hanno arricchito questa terra con la loro cultura. Comunità sociali fortemente coese attorno ad una antica storia condivisa i cui epigoni di sopraffazioni e stragi giunsero fino all?esilio nella terra calabrese che ancora oggi accoglie con civile umanità profughi provenienti dalle vicine terre al di là del mare. Una vita quotidiana indistinguibile da quella di chi vive negli altri vicini comuni, tranne che in occasione delle feste tradizionali nelle quali si consolidano i processi d?identità comunitaria indossando e mostrando i ricchi costumi , evocando con i canti il ricordo del condottiero Skanderberg ancora così presente nella memoria collettiva sebbene elemento della storia antica.

Chi era Skanderbeg?
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mercoledì 19 aprile 2006

IL PINO LORICATO PIU'SETTENTRIONALE D'ITALIA



Il comprensorio del Monte Alpi (1901 m) presenta molti elementi caratteristici che non lo relegano di certo ad una posizione di secondo piano rispetto alle montagne più blasonate del Pollino.Innanzi tutto è una bellissima montagna avente forma di un grosso cuneo rovesciato.E? impressionante il colpo d?occhio che offre al visitatore ?escursionista quando giunge alla località ?Piede d?Alpi?,lungo la strada che porta a Castelsaraceno.Le sue vertiginose pareti e i suoi paurosi canaloni-ghiaioni che si innalzano a strapiombo per 900 m. avvertono da subito che la scalata non sarà per niente una passeggiata.

Altra peculiarità è la presenza insieme ai soliti calcari grigi ,di giacimenti di alabastro,da cui si estrae la ?Pietra di Latronico?.Ed è proprio a Latronico,in località ?La Calda?,che funziona un?attrezzatissimo impianto termale molto apprezzato. Le virtù terapeutiche delle acque di questo centro termale infatti sono note fin dalla preistoria, come dimostrano le ricerche archeologiche fatte nelle Grotte di Calda, poste vicino alle sorgenti. Le acque del complesso termale sgorgano da due sorgenti alla temperatura di 22° C: la Grande Sorgente bicarbonato-calcica e la Piccola Sorgente bicarbonato-calcica-sulfurea.

Ma il pezzo forte è rappresentato dalla presenza in località ?Malboschetto? dello scheletro di un pesce fossile risalente a 30 milioni di anni fa.Sarebbe classificato come?Istioforide? del genere Makaira,conosciuto con il nome di Marlin.La lastra dove si intravede il fossile purtroppo versa in condizioni deprecabili;basterebbe realizzare una piccola tettoia in legno per proteggerlo almeno dalla pioggia .

Le pareti del versante occidentale dell?Alpi ospitano la stazione più settentrionale d?Italia del Pino Loricato.Ed?è stata proprio questa la meta dell? ascensione di oggi:fotografare il pino più a nord.Se non ho commesso errori e ho visto bene sono riuscito a trovarlo.Per raggiungerlo ho pensato di salire dal versante nord seguendo il filo di cresta,in perfetta solitaria.

E? una via inusuale proprio perché difficile,aspra,aerea e in qualche passaggio anche pericolosa.Infatti,dopo aver seguito la cresta panoramica ,ad un certo punto bisogna abbandonarla e immettersi nell?orrido canalone che sale dal basso quasi strapiombante e risalirlo fino a raggiungere una sella .E? proprio qui che si possono ammirare alcuni pini loricati abbarbicati nella parete verticale sovrastante.Sono questi i più settentrionali. Giunto sulla sella trovo gli ultimi nevai nel bosco e per proseguire verso la vetta,bisognerà seguire la cresta finale per una buona mezz?ora.

Dalla cima dell?Alpi lo sguardo corre verso la vetta gemella (Santa Croce) ,che rievoca in me il ricordo della prima escursione fatta insieme al gruppo CAI di Castrovillari nel settembre 2001.Quella volta salimmo dalla via normale per il bosco Favino e non andammo sull?Alpi soltanto perché accennava a piovere(erano altri tempi).Proprio in quell?occasione conobbi alcuni compagni di avventura con i quali in questi cinque anni abbiamo scritto pagine memorabili sul nostro massiccio.

E così anche l?estremo lembo settentrionale del Parco del Pollino è conquistato.

In foto: la cresta nord del Monte Alpi
All?interno :la stazione più
settentrionale di pino
loricato d?Italia

mercoledì 22 marzo 2006

Dolcedorme Via Luzzo



Sul mare di nubi ( prima parte) Da qualche tempo è in atto una polemica riguardo il nominare le vie escursionistiche-alpinistiche nel Parco del Pollino.Da una parte c’è chi sostiene sia giusto chiamare una via col proprio nome qualora venga percorsa e documentata per primo.Dall’altra c’è chi pensa che questa sia pura presunzione e che magari bisognerebbe fare delle ricerche storiche antropologiche per stabilire come veniva chiamata anticamente quella via, sentiero o zona dalla gente locale,pastori ecc.Per ora preferisco non schierarmi,ma per comodità personale chiamerò la via che io e Massimo abbiamo fatto l’altra volta per salire il Dolcedorme ,col nome di colui che per primo l’ha percorsa e documentata:Vittorio Luzzo (ritrovato tralaltro in cima col gruppo CAI di Catanzaro). Sembrava una giornata persa già in partenza,come al solito tempo inclemente,nebbia e minaccia di pioggia.A ciò si aggiunga da parte nostra estrema indecisione su dove andare e cosa fare.Un barlume di cielo leggermente più chiaro fanno dirottare i nostri pensieri alla vetta del Dolcedorme,il tetto del parco.Ma da dove?Da nord,pensiamo,l’avvicinamento sarebbe stato lungo;da sud avremmo avuto neve alta e farinosa con temperature relativamente alte (pericolo di slavine in quota). Decidiamo per quest’ultima ipotesi intravedendo la possibilità di salire per la via Luzzo (via di salita posta trà la “via Pietra Colonna”,fatta già il 26 dicembre scorso e la “via del Campanaro”,anch’essa risalita qualche anno fa).L’idea di non ripetere gli stessi itinerari ci fanno decidere infine per la “Luzzo”. Località di partenza :Cozzo Palumbo (m.830),dislivello da colmare 1437 m.,niente male.Appena scesi dall’auto giunge purtroppo una chiamata per Massimo;c’è da effettuare un soccorso.Visto che ci siamo, con la Panda iniziamo a perlustrare la zona per scorgere qualche segno della sua presenza. Fortunatamente,dopo una mezz’ora l’allarme rientra.Tutto ok! Finalmente si parte.Risaliamo Valle Cupa alla ricerca del sentiero che staccandosi di lato permette di ricongiungersi con la pista proveniente dall’altra località classica per il versante sud del Dolcedorme,Valle Piana (di nome ma non di fatto).Questo è il versante per i “duri”della montagna,che lascia poco spazio alle comode passeggiate,ma che offre a chi lo affronta gli itinerari più grandiosi e panoramici dell’intero Massiccio.Dopo non molto tempo ecco la neve,che si fa sempre più alta facendoci capire che oggi sarebbe stata una faticaccia,sempre se saremmo riusciti ad andare in alto.La nebbia è sempre lì e non c’è un alito di vento.E giusto che mancava ,ci sorprende anche un copioso acquazzone. La fatica maggiore comunque deriva dalla neve che diventa sempre più alta;purtroppo affondiamo alle ginocchia.Per non affaticarci eccessivamente ci alterniamo in testa nel tracciare la pista.Lungo il cammino incrociamo uno sciatore che scende trascinando i suoi sci con le mani lamentandosi che questa neve oggi non permette di fare niente.Siamo piuttosto scoraggiati e decidiamo di proseguire almeno fino alla fine della faggeta;forse,pensiamo,fuori dal bosco la neve sarà più compatta!Ma abbiamo i nostri dubbi. Al limite del bosco ci arriviamo ma la neve è sempre quella,anzi peggiora.Comunque,sembra che la nebbia ce la stiamo lasciando alle spalle.Davanti a noi l’anfiteatro di vetta di questa stupenda montagna.In montagna l’aspetto psicologico conta molto,e dallo scoraggiamento totale di qualche minuto prima,alla vista di questo spettacolo ripartiamo con nuove forze.Ma se davanti sua maestà ci lascia senza fiato,dietro di noi la scena che si presenta rapisce completamente i nostri sensi ,siamo sospesi su di un immenso mare di nubi, un oceano dal quale emergono come isole lontane i monti di Orsomarso.E’ una visione d’incanto che solo chi ha la perseveranza di crederci può avere.

lunedì 13 febbraio 2006

Coppola di Paola dalla cresta Sud

Dopo le delusioni meteorologiche della Montea della settimana scorsa,oggi,lunedì 13 febbraio 2006 il mio Pollino mi ha regalato una splendida giornata di luce,di sole e di freddo,quel freddo di tramontana che consolida la neve e la trasforma in vetrato.Quel freddo e quella neve che mi piacciono tanto.Non avendo un mezzo fuoristrada e catene a bordo mi ritrovo col problema dell'avvicinamento.Penso così di prendere la strada che dalla Madonnina sale ai piani di Ruggio sperando di non trovare subito la neve,ma così non è perché dopo un paio di tornanti sono costretto a fermarmi e parcheggiare perché il fondo stradale è ghiacciato.Unica soluzione,raggiungere la lontana Coppola di Paola a piedi.Si tratta di una vetta di 1919 m. molto panoramica perché posta in una posizione baricentrica.Inutile lamentarsi del fatto che il comune di Morano Calabro non spala più la neve in questa strada .Eppure si tratta di una via d'accesso importantissima all'Acrocoro Centrale del Massiccio del Pollino.Consente infatti di raggiungere dalle relative località di partenza le vette più elevate del Pollino. Ma oggi non ho voglia di polemizzare.Dopo un'ora buona di marcia sulla pista giungo all'attacco della cresta sud che porta direttamente in cima.Quì incontro l'unica anima vivente che gira per i boschi, che come me ha pensato bene di godere di questa splendida giornata sui suoi sci.Guarda un po', è anche un mio paesano che lavora a Cosenza.Com'è piccolo il mondo.Dopo i saluti mi avvio.Subito in cresta il pendio si fa ripido e dopo aver superato la faggeta devo riporre i bastoncini da sci nello zaino ed estrarre la mia inseparabile piccozza,attrezzo in acciaio-cromo-molibdeno,indispensabile per chi voglia fare alpinismo e calzare i ramponi.C'è da superare un tratto di misto veramente insidioso.Ma sul punto più delicato perdo un rampone(che brocco!!!).A che stavo pensando quando li ho montati?Rifletto così sulle incredibili difficoltà che si incontrerebbero senza questi indispensabili strumenti. Il tratto finale di cresta è tutto su ghiaccio.Splendido.Il paesaggio ha un aspetto quasi metafisico.Il panorama,inutile ormai descriverlo da queste vette incantate e in queste condizioni di luce è superlativo.Il colore del cielo di un blu cobalto intenso che ti rapisce,ti incanta.(Ho sentito di ricercatori venuti dal nord Italia rimanere profondamente impressionati dal colore del cielo del Pollino).Per la via del ritorno opto di scendere dal canalone boscoso che separa la Coppola di Paola dal Cozzo Ferriero.Splendida discesa su neve alta e soffice.Mi ci lascio trasportare fino ad incrociare la strada che mi ricondurrà all?auto.Anche questa giornata è trascorsa all'insegna della montagna,con grande soddisfazione.

Il Monte di Hera 2°parte


? ??.La folla dei fedeli,alla tenue luce delle fiaccole,è al massimo dell?eccitazione.Dopo la processione,le purificazioni e la consacrazione,il rito è ormai giunto al suo momento culminante:Kyniskos Ortamos innalza la sua ascia e vibra il colpo fatale sul capo della predestinata vittima sacrificale?Grida liberatorie?orazioni alla dea Hera?mentre i sacerdoti squartano la bestia e ne dividono le membra.?
Chi è Kyniskos Ortamos?
E? un sicuro,importante abitante della misteriosa città che intorno al VI sec.a.C dominava la via istmica Sybaris-Esaro-Rosa-Tirreno,che si incuneava nello squarcio della orrida gola del Rosa,fra il massiccio di monte Mula e la Montea.
Grazie all?ascia votiva rinvenuta in località Cansalini di Porta Serra nel 1846,notissima agli epigrafisti per la dedica in dialetto dorico,iscritta in caratteri achei da Kyniskos,sappiamo con certezza che in questi luoghi esisteva il culto di una divinità,Hera,moglie di Zeus,regina del cielo,madre senza aiuto maschile di Efesto,protettrice delle donne e del matrimonio,dea della maternità e della fertilità.
Kyniskos era dunque un pubblico funzionario con una mansione?che egli esercitava in tutte le cerimonie nell?Heraion della sua città:si capisce che avesse una posizione di spicco nella vita locale e dedicasse alla dea un esemplare,appositamente modellato e fuso in un?officina del posto,dello strumento a lui proprio,col suo nome vistosamente iscritto.
La traduzione dell?iscrizione comunemente accettata è,infatti,la seguente:
<font size="2"
?Sono sacro di Hera della piana:
Kyniskos,Ortamos,mi dedicò
Come decima dei suoi lavori?.

La piana,o il pianoro dovrebbe essere quello dove oggi sorge il Santuario della Madonna del Pettoruto:è qui che tutti gli indizi vanno a convergere per l?individuazione del luogo in cui era ubicato il tempio di Hera.
La venerata statua conserva alcune delle caratteristiche della dea pagana:regge infatti,il figlio sul braccio sinistro e nella mano destra stringe un ramo di melograno.
Le manifestazioni del culto mariano che si svolgono al Pettoruto(Pietruto o ?EPI-TON-RHODON?inteso come luogo posto sul fiume Rosa) da maggio a settembre,in particolare pensiamo alla festa della Cinta,richiamano le antiche forme di prostituzione sacra,particolarissimo rituale sacrificale,in cui si offrono alla divinità ?prestazioni? sessuali di alcune fanciulle invece della loro vita.


Gli autori del brano succitato sono Pierino Calonico e Mario Sirimarco

lunedì 6 febbraio 2006

Il Monte di Hera



Quando nel contesto Pollino si parla della Montea,le si conferisce sempre un posto d'onore nel proprio cuore e nei ricordi perché questa è una montagna che per chi ha il privilegio di conquistarla affascina e rapisce, e dal punto di vista geomorfologico,e da quello naturalistico-ambientale,e da quello storico-archeologico.Già il suo toponimo rivela la straordinaria importanza di un tale luogo ricco di storia e legato alla colonizzazione greca e fondazione sul Mare Ionio della mitica città achea di Sibari. I traffici e gli scambi commerciali dei Sibariti si svilupparono infatti lungo antichi percorsi di valico e fondo valle sino al Mar Tirreno, ove fondarono la città di Laos, che tanta importanza ebbe per i rapporti della città achea con gli Etruschi. Nel 1846 nel territorio di San Sosti , in contrada "Casalini" nell'area della gola dove il fiume Rosa si apre tra il monte Mula e la Montea fu rinvenuta l'ormai famosa ascia votiva in bronzo con l'iscrizione :"Io sono consacrata ad Hera" ascrivibile al VI sec. A.C. Testimonia questa, con la sua iscrizione in lingua greca l'antica esistenza in quelle contrade di un santuario dedicato alla dea Era e delle offerte cultuali che ad essa si dedicavano. Attualmente il reperto è gelosamente conservato al British Museum di Londra.Ed ecco che se Monte Pollino è il Monte di Apollo,Montea diviene Monte di Hera (Monte-Era, Mont-ea).La sua conformazione geologica,la sua forma ad esse riversa con il suo profilo ripido e scosceso da praticamente tutti i versanti in un susseguirsi di pareti,guglie e pinnacoli,i passaggi strettissimi in cresta fanno di questa montagna un rilievo eccezionale non adatto a tutti,sicchè l'ambiente selvaggio,arcaico e solenne la fanno diventare una vera wilderness,termine di origine anglosassone che identifica ambienti non intaccati dalla presenza dell'attività umana e che produce in chi si lascia immergere in essi sensazioni ed emozioni intense.Raggiungere la vetta della Montea non costituisce perciò solo una meta puramente escursionistica,fisica ma soprattutto spirituale e profondamente interiore di chi possiede una innata passione per la montagna.

E così l'escursione di ieri in programma come temevo non ci ha permesso di conquistare la vetta.Colpa delle condizioni meteo che dopo una vaga speranza di apertura del cielo in prima mattinata sono peggiorate progressivamente una volta giunti sul crinale principale.Nebbia fitta e nevicata ci ha fatto desistere.Affrontare questa montagna in queste condizioni è davvero da escludere ,considerando anche la responsabilità implicate nelle uscite di gruppo.
Comunque ,di positivo c'è stato di aver esplorato una  nuova cresta che parte dal versante sud a sinistra della località di partenza Fontana di Cornia.Questo versante e quello nord sono infatti costituiti da una serie di crestoni che partendo dalla base s'innalzano paralleli verso il crinale che porta alla vetta.

Anche se non è andata come speravamo tutti ci siamo riproposti di ripetere l?avventura.Dopotutto,le montagne sono sempre la ad aspettarci.










In Foto:
Il nodo di assicurazione detto mezzo barcaioloLa radura di fontana di Cornia
Calata per far salire in sicurezza altri componenti del gruppo
Un tratto molto ripido ed insidioso del crestone
Monti La Castelluccia e Cannittello dalla fontana di Cornia

sabato 7 gennaio 2006

Monte Cocuzzo



La Calabria comprende ben cinque sistemi montuosi:il Pollino,la Catena Costiera,la Sila,le Serre e l'Aspromonte.Sicuramente la Catena Costiera rappresenta uno dei sistemi geologicamente piu complessi, che racchiude in se aspetti alpini sovrapposti a tipiche formazioni appenniniche;un lungo susseguirsi di rilievi di non grande elevazione, posta parallelamente alla costa tirrenica per un tratto di circa settanta chilometri.L'estrema vicinanza al mare, sempre visibile dal lungo vario crinale, trasforma questi monti in una barriera naturale alle correnti umide provenienti dal mar Tirreno, generando un clima particolarmente piovoso, caratterizzato dalla formazione di tipiche nebbie che favoriscono il mantenimento di un manto boscoso estremamente vario e permettono la vita di specie animali rare ed inaspettate. Il lungo susseguirsi di panoramici rilievi e di fitte foreste culmina a sud con il Monte Cocuzzo, imponente piramide rocciosa, dalla cui cima di 1547 metri e possibile ammirare uno dei paesaggi piu suggestivi dell'intera costa tirrenica.
Dopo la prova estrema del Dolcedorme abbiamo optato per una ascensione non troppo impegnativa ma ugualmente suggestiva per la natura e la singolare caratteristica geomorfologia dei luoghi:l'anello del Monte Cocuzzo.Partenza alle 9.00 dal versante est il primo tratto ci impegna in una arrampicata di secondo grado lungo una cresta aspra e ripida fatta di rocce tormentate e sgretolate.Superata quest'unica difficoltà tecnica di tutta l'escursione ci imbattiamo negli Scaglioni,il fenomeno geologico più interessante della zona.L'etimo deriverebbe da un termine dialettale che sta per denti;ed infatti ci troviamo immersi in un labirinto di affioramenti carsici,guglie e pinnacoli di tutte le forme e dimensioni ,un fantastico giardino roccioso .Più avanti ci fermiamo ad ammirare la cresta ovest,ripidissima e frastagliata e ne studiamo visivamente i vari passaggi per una futura avventura su questo versante.Il pezzo forte di questa montagna è però il panorama che da quassù non ha eguali.Nelle giornate terse di tramontana si riesce a scorgere perfino il cono fumante dell?Etna,ma oggi purtroppo non c'è.Le condizioni meteo non ci regalano questa emozione.In cima lo scempio della presenza di brutte casupole,antenne e tralicci abbattuti ci fanno dimenticare per un attimo le bellezze appena godute.Pranzo al sacco e giù per la facile cresta nord.Vi arriva addirittura una stradaccia con tanto di guard-rail e panchine di legno ai lati.Speriamo che si faccia qualcosa per eliminare queste inutili brutture.Giù gli abeti bianchi fanno da guardia alla nostra Panda che ci aspetta.Anche questa volta è fatta.



In foto: "L'anello del Monte Cocuzzo"
"Gli Scaglioni"

mercoledì 28 dicembre 2005

??. e quindi uscimmo a riveder le stelle.


Con l?ultima escursione credo di aver scritto insieme a Massimo una delle pagine più importanti di alpinismo d?alto livello del Pollino.La via è la risalita del canalone che porta direttamente alla vetta di Serra Dolcedorme, chiamata ?Pietra Colonna?;proprio perché al culmine vi è un monolito che visto di taglio appare di forma colonnare anche se in realtà si tratta di una roccia piatta e sottile.Questo percorso lo avevamo già affrontato in maggio di quest?anno(vediAltro che Alpi ) giudicandolo il più difficile per scalare il tetto del parco,sicuramente impossibile da effettuare d?inverno per ovvie ragioni tecniche:pendenze di 50,60,addirittura 75 ° in alcuni punti e l?esposizione di questo versante a sud,quindi pericoli di crolli e slavine d?inverno.

Comunque,le nevicate dei giorni scorsi,il freddo notevole avuto per parecchi giorni, pensiamo, avrà compattato lo strato nevoso non peraltro notevole.La giornata senza sole ci ispira a partire per questa ?terribile?via.A differenza della volta precedente ci attrzziamo fino al collo,imbraghi,chiodi da ghiaccio,corde,ramponi,piccozze,discensori e quant?altro e si và.Appena imboccata la testata del canalone inizia a piovere e la cosa non ci rassicura molto,la giornata è grigia,buia.Dopo un primo segmento di pietraia la pioggia diventa nevischio che si appiccica addosso e si alza la nebbia.Non abbiamo problemi di orientamento perché la via è obbligata e,finalmente,dopo una buona ora di cammino il canalone diventa ripido,ghiacchiato.Tiriamo fuori le picozze,e montiamo i ramponi.Lo scricchiolio delle punte dei ramponi e delle piccozze che mordono il ghiaccio rievocano nella mia mente film d?alpinismo visti in tv,come ?La morte sospesa?,che inizia appunto con lo stesso suono secco.


Il canalone diviene sempre più ripido fino al ?crepaccio?,punto in cui un enorme masso insuperabile ci sbarra la strada.Siamo costretti ad innestarci nella ?bretella?,una deviazione obbligata dal canalone,per rientrarvi giusto sotto la Pietra Colonna.E? qui che produciamo uno sforzo immane usando la tecnica di risalita con le piccozze chiamata ?piolet traction?.La fatica muscolare nell?affrontare i 75° di pendenza mi provoca un accenno di crampi.Infortunarsi qui sarebbe un bel guaio.Ma il monolito è li,davanti a noi,immersa nella nebbia.Un attimo per riposarci per riprendere la marcia.Manca poco per l?uscita in cresta ma prima dobbiamo fare i conti con l?ultimo ostacolo,lo stretto canalino verticale invaso da una ?brutta neve?,uno strato ghiacciato sotto,un secondo più morbido sopra.Massimo lo affronta per primo.Nella sua progressione però sfascia lo strato nevoso che avrebbe dovuto consentire a me di piantare la piccozza.Con tanta buona volontà e coraggio anche questo ostacolo è superato.Qualche metro di facile pendio e siamo in cresta.Il peggio però lo troviamo proprio qui.

Ci ritroviamo nel mezzo di una tormenta di neve.Il vento impetuoso che polverizza la neve e la nebbia non ci consentono di vedere più niente.Solo bianco tutt?intorno.Ciò che vedo davanti a me è soltanto la sagoma di Massimo sballottata dal vento,sospesa in un chiarore irreale.Solo per qualche secondo riusciamo ad intravedere il filo di cresta alla nostra destra.Il problema stà nell?individuare l?attacco del vallone del ?Faggio Grosso?per la discesa che ci ricondurrà al punto di partenza.Purtroppo scendiamo un po? oltre fino ad imboccare un vallone parallelo,il ?Vascello?,che si congiunge con la ?Valle Stiavucca? e poi con ?Valle Scura? fino ad un?altra località di partenza del versante sud del Dolcedorme: Cozzo Palombo.Sembra un incubo senza fine.L?auto che dobbiamo andarte a recuperare è a cinque chilometri di distanza da noi (un piccolo errore a monte ci ha deviato di parecchi chilometri a valle).Già stanchi ,provati fino al limite,fisicamente ed emotivamente attraversiamo sotto una pioggia persistente i rimboschimenti di pino nero che tappezzano Valle Scura e Valle Piana alla ricerca della sterrata percorsa la mattina con l?auto.Finalmente!Eccola,non crediamo ai nostri occhi.Solo qualche centinaio di metri e scorgiamo la bianca sagoma della nostra ?Panda 4x4?.E?finita.E dopo un?avventura come questa non possiamo che esclamare come il sommo poeta quando uscì dall?Inferno:

??.salimmo su,el primo e io secondo,
tanto ch?i? vidi delle cose belle
che porta ?l ciel,per un pertugio tondo;
e quindi uscimmo a riveder le stelle."

In foto:Massimo si staglia di fronte al canalone di Pietra Colonna

venerdì 23 dicembre 2005

Verso il Dolcedorme


Verso il Dolcedorme


Superbo,sua maestà il Dolcedorme si staglia di fronte a noi,severo e imponente,con le sue tormentate e ripide creste,frastagliate e seghettate,punteggiate di loricati sempreverdi,eterni custodi di questi luoghi fuori dal tempo.Mai vista così,la più bella montagna del parco.Forse,il suo profilo più bello,eccelso,alpino.



ATTENZIONE: firmate la petizione contro il brutale massacro di animali da pelliccia
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"PETIZIONE"

sabato 10 dicembre 2005

Il piacere della riscoperta



Quando si frequentano assiduamente determinati luoghi,si pensa ormai di avere acquisito tutto su di esso.Spesso però veniamo puntualmente smentiti allorché la natura ci sorprende regalandoci scenari inaspettati e inediti.Ci rende così più consapevoli della nostra piccolezza difronte allo spettacolo da essa offertoci.
E? stato il caso dell?ultima avvincente escursione di domenica scorsa 4 dicembre.L?itinerario non era determinato.Massimo voleva arrampicare alle falesie di Frascineto,Luigi,vicecaposquadra del soccorso alpino Calabria optava per la Pietra dell?Angioletto,nel Massiccio dell?Orsomarso.Io ero del parere di tentare un?ascensione al versante sud del Dolcedorme pensando di trovare neve non ghiacciata sicuramente,ma compatta.Come spesso avviene,per noi decide il meteo che ci fa dirottare nella zona dei Monti Manfriana(il microclima di questa parte del Parco spesso fa si che ci siano condizioni ideali quando altrove il tempo è perturbato). ? vedi post ?Sulle orme di Apollo?.
Il caldo dei giorni passati convincono il gruppo che di ramponi e picozza neanche se ne parli.Si è del parere che c?è solo un po? di neve morbida ai versanti nord.


Si decide per un percorso di cresta che parte da Colle della Scala e,seguendo lo spartiacque giunge al Dolcedorme.Viene chiamato ?La via dell?infinito?.
Dopo i primi saliscendi incontriamo la neve, poca e distesa sul versante nord come avevamo previsto ma dura e compatta come vetro (tralaltro la temperatura non è neanche molto bassa).Chi l?avrebbe detto! Ideale per una risalita di ghiacchio sulla parete nord del Dolcedorme.Proseguiamo con l?amaro in bocca per l?occasione mancata.

Il nostro Pollino fantastico però sa ripagarci nel modo giusto.Sotto la vetta della Manfriana Orientale visione d?incanto verso la cresta con i pini loricati slanciati sull?azzurro intenso del cielo.Di fianco la vetta occidentale fa da contraltare e in mezzo il ?Passo dell?Afforcata?innevata di tutto punto che divide le due cime.
Il bello deve ancora arrivare:raggiungiamo in breve la cima (1985 m.)e da qui il panorama non ha eguali.Superbo,sua maestà il Dolcedorme si staglia di fronte a noi,severo e imponente,con le sue tormentate e ripide creste,frastagliate e seghettate,punteggiate di loricati sempreverdi,eterni custodi di questi luoghi fuori dal tempo.Mai vista così,la più bella montagna del parco.Forse,il suo profilo più bello,eccelso,alpino.


E mentre osserviamo i massi squadrati,muti testimoni di antiche civiltà,meditiamo sulla nostra presunzione,e di concludere che,in fondo,è meravigliosa ??.la sorpresa della riscoperta..



CHE TEMPO FA IN CALABRIA?






ATTENZIONE: firmate la petizione contro il brutale massacro di animali da pelliccia
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"PETIZIONE"



In foto:?La via dell?infinito?

lunedì 21 novembre 2005

La prima invernale


Oggi,lunedì 21 novembre 05 ho ufficialmente aperto la stagione invernale sul Pollino,piuttosto in anticipo rispetto l?anno scorso (metà dicembre).E come tradizione vuole,la prima la faccio in perfetta solitaria.Come itinerario non ho avuto molta scelta ,visto che la neve si è avuta solo sulle cime più alte dell?acrocoro centrale.La meta è Serra del Prete che con i suoi 2180 m. è la terza del Massiccio. Ciò nonostante, non oppone difficoltà tecniche particolari da qualsiasi versante la si affronta.Opto per la cresta ovest per il sentiero dei ?carbonai?,toponimo derivato dal fatto che questa parte di bosco di faggi è disseminata da caratteristiche piazzole orizzontali dove una volta si preparava la carbonella .In realtà questo sentiero non esiste più perché scarsamente praticato dagli escursionisti,e allora mi sono preso la libertà di rinominarlo ?via degli inghiottitoi?,per la presenza sulla cresta,in un tratto pianeggiante di quattro spettacolari inghiottitoi di origine carsica.Il primo tratto nel bosco non è per niente agevole.La pendenza del terreno,il leggero strato di neve che copre foglie secche,roccette e rami secchi rende la marcia difficoltosa.Dopo una buona mezz?ora sono fuori dal bosco,l?ambiente assume le caratteristiche di alta montagna e lo strato di neve aumenta.Dimenticavo ,oggi faceva molto freddo;in cima la temperatura sarà di 10 gradi sotto zero.Il percorso di cresta offre uno scenario a 360 gradi:verso nord la valle del Mercure e i caratteristici borghi disseminati dappertutto.Ad est i Piani del Pollino con Serra delle Ciavole e Serra di Crispo sullo sfondo;ad ovest la catena dei monti d?Orsomarso fino al mar Tirreno.Ma lo spettacolo si ha guardando verso sud:la mole di Monte Pollino svetta in tutta la sua superba bellezza.La prima neve e un cielo cobalto oggi gli conferisce davvero un aspetto sontuoso.Foto di rito,telefonata a casa e via per il ritorno.Dopo quattro ore sono di nuovo in auto.
Tutt?intorno solo un silenzio solenne e il fruscio del vento.

In foto:Orizzonti sconfinati si aprono verso Serra del Prete e Monte Pollino.Si ha la sensazione di essere al centro del mondo,sospesi fra la dimensione divina e le banalità della civiltà.

mercoledì 26 ottobre 2005

La Montagna Madre

Dopo diversi rinvii riesco a partire per un’altra avventura in montagna,destinazione Parco Nazionale della Maiella la cui vetta ,Monte Amaro ,con i suoi 2798 m. risulta essere la seconda cima dell’Appennino,dopo il Corno Grande nel Gran Sasso .Come è rievocato dall’etimo,la Maiella ,montagna madre appunto,è considerata dai locali un luogo,un ambiente religioso sacro,l’origine di ogni cosa.Ma veniamo all’escursione.

Ascendere su Monte Amaro non è cosa semplice.A dire il vero lo avevo un pò snobbato.Visto sulla carta,i 980 m. di dislivello si colmerebbero gradualmente,una lunga passeggiata.Nulla di tutto ciò. Amaro di nome e di fatto.Si dovrebbe raggiungere in macchina il Blockhaus,ove la strada termina nei pressi di una edicola religiosa,ma l’ente Parco,non si sa per quale assurdo motivo blocca l’accesso alla strada due chilometri e mezzo prima,all’altezza di numerosi e paurosi ripetitori radiotelevisivi.Ciò vuol dire che dovremmo aggiungere alla nostra già faticosa marcia cinque chilometri in più,del tutto gratuiti.Comunque,dopo le considerazioni del caso io,Sergio(che guida il gruppo)e gli altri cinque componenti ci avviamo.Primo tratto,tra boschi di pino mugo,piuttosto pianeggiante, ma lungo(risulteranno tra andata e ritorno 26 i km da percorrere).Dopo il fontanino si fa sul serio,inizia un infinito saliscendi che ci porterà sulla vetta dell’Amaro.Si risale l’aderta pendice di Monte Cavallo(2171 m).Discesa e nuova risalita sul Focalone(2676 m)Alla nostra sinistra l’alpestre cresta della Cima delle Murelle.

Nuova discesa e nuova risalita sulla Cima Pomilio (2656 m).Un pò di stanchezza si fa sentire.Comunque siamo allietati dal volo dei gracchi corallini che nidificano sotto le rocce di Monte Amaro.Durante il cammino notiamo la presenza di numerosi resti fossili.Molte di queste creste risultano il sollevamento della barriera corallina.Dalla Cima Pomilio ci ritocca scendere ancora verso i Tre Portoni,tre selle e tre cime.Ne facciamo uno e poi tagliamo verso uno spettacolare inghiottitoio.A destra la paurosa Rava della Sfischia e del Ferro(presenza di bauxite nei contrafforti montuosi),a sinistra i Valloni Cannella e delle Mandrelle,spettacolari avvallamenti carsici.

Il paesaggio è grandioso,le cime maestose.In Sergio vedo tutto l’entusiasmo nel descrivermi i luoghi che incontriamo.Monte Amaro si staglia di fronte in tutta la sua fierezza,è lì,di fronte a noi,ma ancora tanto lontano.Ci facciamo coraggio e affrontiamo la direttissima,e,con la nebbia che ci avvolge raggiungiamo dopo cinque ore di duro cammino la sua cima e il bivacco Pelino,caratteristica cupola geodetica in metallo.La temperatura si abbassa di molto.Decidiamo di rifocillarci per mezz’ora e poi via,si riparte.Piccolo inconveniente all’altro Sergio,caduta e storta ad una caviglia.Sarà per lui una sofferenza fino al ritorno.Dopo dieci ore(poche escursioni di un giorno così lunghe riesco a ricordare)siamo di nuovo all’auto.

Ormai è il tramonto.Monte Amaro è fatto.Un grazie sincero a Sergio,al tosto Lelio,all’altro Sergio e alla reduce del campo base del K2,Gabriella.

domenica 9 ottobre 2005

Viaggio nel Cilento


Più a nord rispetto al Pollino vi è la seconda area protetta più grande d?Italia:il Parco Nazionale del Cilento esteso per 180.000 ettari circa.Molto simile al Pollino geomorfologicamente,offre anch?esso ai visitatori uno spettacolo veramente unico. Ci sono infatti splendide località marine ma anche avventurose montagne verdi.Una di queste è il
Monte Bulgheria,ultimo baluardo roccioso meridionale del parco. La sua inconfondibile sagoma si impone nella dolcezza del paesaggio cilentano.E' la punta estrema di un possente allungato massiccio calcareo che fa da bastione fra la costa di Camerota e le diramazioni dei rilievi appenninici interni. Il toponimo suggerisce una derivazione dall'etnico Bulgari, a ricordo di popolazioni qui insediate forse al seguito dei Longobardi. Il panorama dalla sommità è reputatissimo per la vicinanza al mare.Dai suoi 1255 m. infatti si domina il golfo di Policastro e nelle giornate terse si riesce ad arrivare con lo sguardo fino alle vette più meridionali del Pollino.Fatto interessante,i due parchi sono separati soltanto dal comprensorio montuoso del monte Sirino,altro gigante di 2000 m. Se si unissero inglobando anche il Sirino ci troveremo difronte ad un mega parco di 400.000 ettari circa tra Calabria e Campania.Sarebbe a mio avviso un motivo d?orgoglio per tutto il meridione.Certo,gestire un?area immensa come questa costituirebbe una vera impresa,ma le grandi imprese iniziano sempre con piccoli passi.
Impariamo dai grandi parchi americani.

In foto: in vetta sul Monte Bulgheria.Dietro,il golfo di Policastro

martedì 27 settembre 2005

Una montagna sul mare


La Calabria è sicuramente una delle poche regioni dove il connubio mare montagna è davvero notevole.E’ il caso del Monte “La Caccia”,meta dell’escuirsione di oggi .Località di partenza, Trifari , piccola frazione di Belvedere Marittimo,ridente centro balneare dell’alto Tirreno cosentino.Giungiamo con l’auto alle 9.00 in punto e armati di zaino e bastoncini da sci,io e Francesco attacchiamo il sentiero a 730 m.
 Dopo alcuni passaggi giungiamo sotto l’immane parete sud de “La Caccia”e,mentre guadagnamo quota,sotto di noi si aprono sconfinati orizzonti verso il mare.Proseguendo su terreni erosi ,in mezzo a processioni di loricati scheletrici ci imbattiamo in un accogliente rifugio realizzato l’anno scorso dall’associazione degli “ amici della montagna”.Posto a 1355 m.di altitudine il “Rifugio Belvedere”è sicuramente il primo rifugio di tipo alpino perché l’unico nell’areale del Parco del Pollino che può essere raggiunto esclusivamente a piedi.Possa essere questa, d’ora in avanti l’idea da estendere a tutto il Parco.
Dopo un bicchiere di vino sorseggiato al rifugio ci apprestiamo ad affrontare l’erta pendice che ci sovrasta.E’ qui che dobbiamo produrre lo sforzo maggiore,ma le nostre gambe vanno come treni,non sappiamo se il tempo reggerà;minacciose nubi salgono infatti dalla sottostante Valle dell’Esaro avvolgendo il paesaggio e inghiottendo la montagna.A mezzogiorno in punto siamo in vetta(1744 m.).Un pranzo frugale,qualche foto e via per il ritorno.
Difronte a noi fa da contraltare la spettacolare Montea e il più basso Monte Faghittello,verso sud troneggia la piramide del Monte Cannittello,tutte cime aguzze e seghettate,imponenti e aderte che verso ovest però si tuffano letteralmente sul mare.In questa grande emozione vissuta oggi davvero possiamo contemplare la nostra montagna sul mare!!
 
In foto: l’immane parete sud de”La Caccia” proiettata verso il blu del mar Tirreno.
 

domenica 4 settembre 2005

Se potesse raccontare (parte 2°)


Eccolo:il Patriarca del Pollino,il ?Grande Vecchio?,colui che con la sua veneranda età,936 anni ,svetta fra i faggi del Pollinello.Se potesse raccontare,cosa ci direbbe?
Ci parlerebbe della conquista di Castrovillari da parte dei normanni,della morte di Federico II e dell?età angioina.Ci descriverebbe l?arrivo degli albanesi,fuggiti dalla loro patria e difesi dal loro eroe,Scanderbeg ,coloro che manterranno nei secoli la loro identità culturale.Narrerebbe degli aragonesi divenuti padroni del Mezzogiorno.E ancora,della breve parentesi del Viceregno austriaco e della occupazione di terre feudali.Ci parlerebbe con angoscia della carestia del 1764,della sopravvenuta miseria e sofferenza patita dai nostri antenati.La monarchia borbonica,la repubblica Partenopea e l?unità d?Italia.Si ricorderebbe del 1861.Il suo Pollino è martoriato dal brigantaggio.Anche il nome che danno ad alcuni suoi fratelli (ad es. ?il Pino di Michele?),ricorda tristemente la fine che hanno fatto alcuni pastori per mano dei briganti.
Quante cose ci direbbe della Prima Guerra Mondiale,del grande sfruttamento forestale operato nei boschi del Pollino da parte della società tedesca Rueping,che con le loro teleferiche e le decauville trasportavano il legname fino a valle.
E ancora,ci parlerebbe della Seconda guerra mondiale.Quanta gente avrà visto migrare dalle nostre terre per trovare lavoro e condizioni di vita più dignitose.
Nel 1968 sentì parlare finalmente della realizzazione di un grande parco nazionale ,e finalmente,nel 1992,vide realizzarsi il suo grande sogno:l?istituzione del Parco Nazionale del Pollino.Che gioia quando un suo fratello,zi?Peppe,diventò il ?simbolo?del suo parco.Dopo,però,gli spezzarono il cuore, in quella maledetta notte tra il 19 e il 20 ottobre 1993 allorchè cessò di essere una creatura vivente,per mano di balordi,che vedevano nell?istituzione di quell'area protetta un ostacolo a chissà quali ambizioni.
Quante cose ci potrebbe insegnare,descrivere,narrare.Perciò,se passate dalle sue parti a visitarlo,interrogatelo,ascoltatelo.

Per favore,??..non bruciatelo!!

lunedì 29 agosto 2005

Se potesse raccontare (parte 1°)


Il pino loricato è il simbolo del Parco nazionale del Pollino.E? un albero elegante ed imponente originario della penisola balcanica.Alcuni botanici sono però del parere che l?esemplare del Pollino sia unico al mondo in quanto presenterebbe caratteristiche genetiche diverse rispetto al ?cugino? dei balcani.Il nome deriva dalla costituzione a placche della corteccia,simile alla lorica,la corazza del fante romano.Sono dei veri e propri relitti dell?era glaciale,in perenne lotta per la sopravvivenza contro la furia dei venti e il gelo.Si presenta a bandiera,con la chioma tutta da un lato nella direzione del vento,col risultato che sembrano emergere,forti e possenti e allo stesso tempo contorti e tormentati,dalle rupi impervie e inaccessibili su cui sono abbarbicati.Può raggiungere i 20,30 metri di altezza .Quello che vi presento è il più longevo:il ?Patriarca del Pollino?.Vegeta solitario tra i boschi di faggio del Pollinello e non possiamo che rimanere attoniti di fronte allo spettacolo imponente di una sfida ancora in atto tra il tempo e una creatura del mondo vivente.Ha attualmente 936 anni.

in foto:splendido esemplare di pino loricato sulle creste della Montea

domenica 14 agosto 2005

La traversata del canyon del Raganello


Dopo ben cinque anni mi riesce di compiere nuovamente la traversata del Raganello.In realtà le gole del Raganello sono due:?la gola del Barile ? o ramo alto del Raganello,lunga tre chilometri circa, e il ramo basso, lungo ben sette chilometri.Solitamente la gola del Barile viene percorsa dai torrentisti in andata e ritorno e per questo motivo risulta più comoda visto che basta giungere con una sola auto alla località di partenza.Per compiere la traversata del ramo basso occorrono invece due auto staffetta,una da lasciare a Civita,l?altra a S.Lorenzo Bellizzi dove verrà recuperata alla fine.L?emozione è grande :quando ci si accinge ad entrare in questo santuario della natura non si può che rimanere entusiasti nell?osservare luoghi come ?Pietraponte?,un enorme macigno staccatosi nella notte dei tempi dalla parete sovrastante ed andatosi ad incastrare fra le due pareti del canyon;le formazioni di travertino con stillicidio d?acqua tutt?intorno;la stretta forra d?Illice sovrastata dall?omonimo ponte imbruttito però da antiestetiche impalcature (fra quanti ?secoli ?verrà restaurato?);la soleggiata ?Conca degli Oleandri?;la ?Tetra fenditura?,dove i raggi del sole non raggiungono mai il fondo delle gole;la ?Grande frana?,la ?Grande muraglia?,e alla fine il Ponte del Diavolo.Il tutto sovrastato da pareti alte centinaia di metri.Sempre a contatto con l?acqua destreggiandosi fra le pietre.Quattro ore di intense emozioni.Unico aspetto negativo rispetto a cinque anni fa la ridotta portata d?acqua .Questo mi è sembrato strano,visto l'inverno rigido trascorso e la neve in montagna fino al mese di maggio.Invito tutti i lettori di questo blog a visitare queste meravigliose gole,ma consiglio loro di andarci con una buona preparazione e con un minimo di attrezzatura.L?ambiente è grandioso ma allo stesso tempo pericoloso:bisogna munirsi di casco ,di uno spezzone di corda di una quindicina di metri,ma soprattutto è necessario sapersi destreggiare fra le pietre nell?acqua.Una distorsione,una caduta ecc. può rendere estremamente difficile ritornare sui propri passi e rendere i soccorsi alquanto difficoltosi soprattutto se non si conoscono bene le poche vie d?uscita presenti lungo le gole.Un?ultima nota:come raccomanda Giorgio Braschi nella sua illustre guida ?Sui sentieri del Pollino?,l?entusiasmo non deve mai farci scordare che qui è opportuno muoversi in silenzio,con prudenza e rispetto,badando a non disturbare la fauna e a non lasciare traccia del nostro passaggio.Buona attraversata.

In foto: in ammollo in una pozza (prima attraversata integrale De Luca Giuseppe,Grispino Pietro 3 agosto 1998)

martedì 9 agosto 2005

Sulle orme di Apollo


Lunedì 8 agosto 2005 .La giornata purtroppo non è per niente di quelle estive:la temperatura è scesa notevolmente rispetto alla media (in quota sarà di 12 ? 13 gradi),c?è rischio di pioggia e in montagna c?è la nebbia(la visibilità sarà ridotta a soli 20 metri).Nonostante tutto decidiamo come d?accordo con Francesco (quasi laureato in scienze forestali all?università di Firenze) di scalare il monte Manfriana (1981 m.) partendo da Frascineto,piccolo centro arbresh nei pressi di Castrovillari.Il dislivello da colmare sarà di 1460 m. e ripercorreremo l?antico percorso che gli antichi greci facevano per raggiungere quello che per loro probabilmente doveva essere un luogo sacro.In effetti confrontando il profilo del monte Olimpo in Grecia con il monte Manfriana notiamo una sorprendente somiglianza.Lo scopo della scalata è quello di visionare i misteriosi massi squadrati che giacciono sulla cima . Venticinque per la precisione.Probabilmente,quegli antichi scalpellini volevano edificare un piccolo tempio al dio Apollo o soltanto una vedetta in un punto strategico:eccezionale il panorama che si gode da questa cima che domina a sud ?est tutta la piana di Sibari.Probabilmente il luogo impervio e le intemperie hanno fatto desistere quegli antichi costruttori dal completare l?opera.Sta di fatto che quei massi sono una antica testimonianza della colonizzazione greca nella nostra terra.Il percorso è per quelli che hanno buone gambe:faticoso,aspro e duro,ma ne vale sicuramente la pena.Nella prima parte del percorso esplode in tutta la sua bellezza la macchia mediterranea,con rimboschimenti di pino,lecci,ginestre,carpini e più su vasti querceti di cui ignoravo l?esistenza.Infine,la prateria a sesleria e sua maestà il pino loricato a dominare incontrastato quei luoghi impervi e rocciosi noncuranti della fitta nebbia che li avvolgono ed apparire in tutta la loro bellezza spettrale.Dopo quattro ore di dura salita la vetta è conquistata.Nonostante la visibilità ridotta a zero ,sbuchiamo a soli pochi metri dalla vetta.Bella prova di orientiring.La soddisfazione è massima,finalmente riesco a fotografare le pietre misteriose anche se sotto una pioggia battente.Ora non ci rimane che prendere la via del ritorno.Speriamo che l?archeologia possa svelare al più presto il mistero dei massi squadrati della Manfriana .


In foto: uno dei massi più caratteristici.